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Interviste

Intervista a VALERIO COSI

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“Non so esattamente ciò che sto cercando, qualcosa che non è stato ancora suonato.
So che lo sentirò nel momento in cui me ne impossesserò, ma anche allora continuerò a cercare”
John Coltrane

Se non conoscete ancora Valerio Cosi e digitate il suo nome e cognome su Google sarete sorpresi di scoprire l’ennesimo paradosso italiano: da un lato la critica nazionale e internazionale che elogia quello che è a tutti gli effetti un prodigio musicale appartenete al “ei fu” Belpaese (più precisamente, Taranto), dall’altro come le cartelle di ricerche siano presto sommerse da risultati che non sono mai stati più fuorvianti di questo, ma che beneficiano del diffuso degrado culturale sortendo un maggiore riscontro presso le masse, indicizzandovi così su Valerio Scanu.
Se sarete temerari quel poco che basta da andare oltre questo grottesco equivoco vi si aprirà un orizzonte di sperimentazione e concretezza – “free jazz, free rock, free music” – un magma denso di inarrestabile creatività tra Coltrane, Pharoah Sanders, Sun Ra, la stagione del Krautrock tutta e tonnellate di musica etnica, con un afflato sensibilmente spirituale, sentitamente citazionista e concettualmente oltre ogni convenzione, luogo comune e apatia compositiva, con quest’ultima che è sicuramente il rischio minore per il futuro in un giovane musicista che non si sogna minimamente di sedersi su un curriculum già da maestro di voli estetici.
Oggi Valerio ci racconta la sua musica, il suo percorso artistico e le sue passioni. Per ascoltarlo poi la scelta è veramente ampia: si inizia con “Immortal Attitudes” nel 2006, poi è un incessante vulcano di iniziative e collaborazioni con decine di artisti e label nazionali e internazionali: collabora con Enzo Franchini, Julie’s Haircut, Makoto Kawabata (Acid Mothers Temple), Pulga, Wilson Lee, My Cat Is An Alien, Uton e soprattutto con Fabio Orsi con cui realizza due album (“We Could For Hours” e “Thoughts Melt In The Air”) mentre l’attività autonoma è ancora più fertile con “The Three Faces Of Moongod”, “And The Spiritual Committee”, “Conference Of The Aquarians”, la trilogia “Freedom Meditation Music” e “Heavy Electronic Pacific Rock” che certifica una volta per tutte la qualità della sua produzione solista, cui seguirà l’altrettanto apprezzato “Collected Works”. Dopo aver annunciato “Tuinals” (coming soon) ha ripagato creativamente un debito estetico con l’omaggio “Valerio Cosi plays Popol Vuh” uscito nell’anno corrente.
Da dove iniziare o da dove riprendere? Non temete, l’intervista è abbastanza lunga da poter godere in sottofondo di una buona parte della sua discografia. So, enjoy it.

A cura di Luca Buonaguidi

Caro Valerio, stiamo aspettando “Tuinals”, un ritorno alla musica “esteriorizzata”, si legge. Ritorno da che cosa, e perchè?
“Tuinals” è un album su cui ci ho lavorato per diverso tempo, l’idea di “Tuinals” è nata durante il mio viaggio a New York nel 2011. Comprai un libro di Keith Richards in aereoporto (in lingua inglese, si chiama “Life”), tra le varie droghe che lui cita in quest’opera autobiografica mi balzò subito agli occhi il Tuinal (barbiturico che venne diffuso negli anni Sessanta). Ecco, mi piacque molto il termine soprattutto perché lo associai immediatamente alla qualità un po’ “narcolettica” di alcuni brani che iniziai ad abbozzare in studio prima di partire per l’America: oggi il disco suona completamente diverso dalle idee di partenza che accumulai nel 2011. Al mio ritorno da New York ho cercato di continuare questo discorso percorrendo diverse strade: coinvolgere amici locali in alcune sedute di registrazione, una cosa che non avevo mai sperimentato precedentemente nel posto in cui io vivo ora… lavorare sui brani e sui suoni in studio a velocità differenti e cercando di allontanarmi dalle mie sonorità originali, eccetera. Uno di questi brani è “Goodbye Dust”, lo si può tranquillamente ascoltare sul mio canale Youtube ed uscirà regolarmente sul CD/LP nel 2014. Per completare “Tuinals” ci sono voluti più di 2 anni, 6 ore di inediti e tanta pazienza. Ho pensato più volte di abbatterlo, distruggerlo, rimpiazzarlo con qualcosa di più fresco… Il guaio è che in tutto questo tempo è finalmente diventato l’“album che avrei sempre voluto ascoltare”.

La tua ultima uscita discografica è stata “Valerio Cosi plays Popol Vuh”. In che misura è stata una opportunità musicale e quanto il ripagare un debito estetico/spirituale del tutto personale nei confronti dei maestri tedeschi?
Il vinile esce a giorni sulla mia Dreamsheep e sono particolarmente soddisfatto di questo lavoro per diverse ragioni. Da un lato sentivo la necessità di ripagare il mio debito estetico nei confronti dei maestri tedeschi (mi ritrovo appieno nelle tue parole – li ho omaggiati in un modo molto celato per anni… basti vedere con attenzione alla foto-copertina che realizzai per l’album in collaborazione con Fabio Orsi, “We Could For Hours”), dall’altro sentivo soprattutto il bisogno di rivisitarli in un modo decisamente personale… esclusivamente “mio”, ecco. Qualche giorno fa ho fatto ascoltare il master di questo lavoro ad un mio amico/conoscente fan e collezionista di krautrock e Popol Vuh, si aspettava una riproposizione dei brani storici (come “Hosianna Mantra” od “Aguirre”) con la stessa strumentazione dell’epoca ed a quel punto ho percepito in lui un vago senso di delusione… dopo ho cercato di spiegargli che la mia operazione non mirava affatto all’effetto nostalgia bensì al voler attualizzare e filtrare il loro lavoro attraverso la mia lente creativa… Insomma, si è seduto con me in studio e dopo aver ascoltato i primi 10 minuti del disco la sua reazione è stata completamente diversa, mi ha guardato totalmente incuriosito… Di colpo mi sono sentito decisamente meglio!

Tra le miriadi di collaborazioni, particolarmente significativa e produttiva è quella con Fabio Orsi, finissimo muscista elettronico che condivide con te una fama più internazionale che nazionale e una ricerca di nuovi linguaggi musicanti instancabile. Come è nata e come si è sviluppata?
La mia collaborazione con Fabio Orsi è nata nel 2005 quasi per gioco, io e Fabio ci conoscemmo casualmente in un locale della nostra provincia (Taranto – siamo entrambi pugliesi, Fabio ha anche un po’ di sangue napoletano) e dopo aver parlato di musica per qualche ora decidemmo di scambiarci le email. “We Could For Hours” è nato attraverso un proficuo scambio di file avvenuto sulla rete, in realtà non ci siamo incontrati di persona per registrare questo disco. L’unico brano un po’ estraneo al resto del disco fu “Pink Sheep Blood” (lo realizzai da solo in studio diversi mesi prima), riutilizzato e leggermente ritoccato da Fabio per l’occasione. Io e Fabio viviamo distanti e ci incontriamo di rado, lui è a Berlino in pianta stabile ed io oggi continuo a vivere e lavorare qui a Taranto. Abbiamo lavorato molto assieme in passato ed il nostro futuro creativo come duo è ancora incerto, per ora siamo intenti a percorrere le nostre direzioni separate e non stiamo ancora pensando ad un terzo lavoro assieme (ce lo hanno chiesto in tanti nel corsi degli anni). Lui mi ha insegnato molto in materia di “suono” e “digital drones”, io a lui credo di aver trasmesso la mia forte passione per il motorik ed il mio interessamento a certe sonorità krautrock (devo dire che ne ha fatto abilmente tesoro per le sue produzioni più recenti, mi viene un po’ in mente “Wo ist Behle?” su Boring Machines).

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Massimo Urbani, Lino “Capra” Vaccina, Luciano Cilio, Giusto Pio, Roberto Donnini e chi ne ha più ne metta. Questi, oltre ai più disparati nomi internazionale, sono gli artigiani musicanti a cui sei stato avvicinato – e condivido – e “avanguardia” è il nome che un tempo si dava all’opera di creativi come te e di cui poi si è spesso abusato (“Largo all’avanguardia/Pubblico di merda” urlava Freak Antoni). Si che questi sono problemi della critica, e non del musicista, ma dal tuo percorso si evince che hai scavato tanto e bene nella miniera di suoni che ti hanno preceduto. D’altra parte c’è tutta una generazioni di musicisti che, anche nei casi più meritevoli, non dimostrano minimamente avvicinabile pari coscienza storica, che va di pari passo con una difficoltà maggiore rispetto ai decenni precedenti nel rinnovare i linguaggi musicali.
Sviluppi di opera in opera il tuo linguaggio musicale. Quest’evoluzione incessante ha anche una forte coerenza stilistica interna: quanto è frutto d’una pianificazione e d’una attività di studio e quanto di una reale improvvisazione?

Credo che ogni mio brano sia un mix perfetto di pianificazione ed improvvisazione, mi piace molto improvvisare per poi arrivare alla struttura.

Chi ascolti oggi quando cerchi quelle sperimentazioni capaci di scuotere e ispirare nell’era in cui tutto sembra esser già stato suonato?
Presto molta attenzione alla musica che mi appare nei social networks, blogs e via dicendo. Cerco sempre di capire cosa accade attorno a me musicalmente. Shakira è per me un’artista che più volte ha superato ogni mia aspettativa, a volte passo del tempo a studiare gli arrangiamenti di “Waka Waka”, “Addicted To You” o “She Wolf”… li trovo così catchy e ricchi di dettagli che emergono ascolto dopo ascolto: ecco, io cerco di fare una musica che si comporti allo stesso modo.I brani che ascolto spesso sono:
Boxeur The Coeur – A Minimal Anthem
A Winged Victory For The Sullen – Steep Hills Of Vicodin Tears
Darlene Love – Strange Love
Shakira – She Wolf
Neil Young & Crazy Horse – Sedan Delivery
Yello – The Race
Beaches – Send Them Away
The Crystals – And Then He Kissed Me
The Ronettes – Baby, I Love You

La tua musica è una incessante rivisitazioni di suoni, temi e autori del passato. Secondo te può esserci vera avanguardia senza una coscienza storica che conosca l’”accademia” senza la paura di attaccarla, contaminarla (e lasciarsi contaminare)?
Credo con assoluta certezza che l’avanguardia sia indissolubilmente legata alla storia ed al passato, anche in minima parte. In realtà il mio obiettivo non è mai stato quello di propormi/impormi sulla scena come un giovane artista d’avanguardia/sperimentale ed altre definizioni analoghe che vedo spesso in giro, ho sempre cercato di fare la musica che avrei sempre voluto ascoltare, né più né meno… lo dico un po’ a tutti, è il mio piccolo mantra. E’ un po’ come chiudersi in stanza e dipingere con dei pennelli. Infatti, quando smisi di frequentare il liceo artistico, smisi anche di disegnare ed inizai istintivamente a “dipingere” con i suoni, con i miei strumenti musicali (ti parlo dei miei 14 anni). Ora credo di saper suonare qualche strumento ma non so più cosa significhi disegnare a matita.

Scegli per le tue composizioni titoli evocativi (“Astral Shipwerk”, “Interstellar Trane”, ecc.) guardandoti bene dal non dire troppo sul tema dell’ispirazione che ha reso queste possibili. Il sottoscritto, che si è innamorato dei tuoi “Collected Works”, con cui ho conosciuto la tua musica e poi la tua persona, molto attiva e disponibile anche sui social network, si è chiesto cosa evocano nelle tue intenzioni questi tuoi brani oltre a un fondamentale istinto di sperimentazione.
Busso così alla porta dell’immaginario dell’autore. Molti brani mi suggeriscono una forte dimensione spirituale, immediatamente mi torna in mente per esempio l’omaggio ai Popol Vuh. Un semplice fraintendimento di chi scrive o una dimensione presente anche per l’autore, e in questo caso, più o meno intenzionale?

La dimensione spirituale che cerco di afferrare nei miei brani è alla fine la mia dimensione interiore, non mi sento legato a nessun credo religioso. Per il resto sono solo suoni, sensazioni, colori, ecc.

Hai riferito che il sax è lo strumento attorno a cui costruisci poi le altre parti d’un brano. E’ una prassi con cui faciliti il processo musicale, o è anche lo scalpello con cui a partire dalla roccia informe dell’ispirazione scopri la natura intima delle tue “sculture”?
E’ vero, moltissime volte ho visto quasi subito alcuni miei brani prendere vita da qualche fraseggio sullo strumento o da loops che registravo ed editavo in modo analogico o digitale. Talvolta il sax è diventato un qualcosa di puramente decorativo all’interno del brano che già viveva di vita propria senza lo strumento a fiato. In questo senso, o più in generale, mi piace molto lavorare su diversi fronti e capire qual è la soluzione più interessante in alcuni contesti.

E’ difficile non emanciparsi da se stessi nel momento in cui si spara a tutto volume un tuo pezzo qualsiasi in una stanza. Che più schietto non si può e senza invadere la casa dell’autore: porti i cazzi tuoi in studio e li metti in musica o attraverso la musica emancipi l’autore dall’uomo che ne è presupposto?
All’inizio cercavo di rimuovere l’ego quanto più possibile ed il processo compositivo era molto più celere. Ora invece la mia musica ha assunto un carattere molto più personale e puntualmente ci metto dentro molto di me. Non apprezzo moltissimo alcune cose del mio passato, probabilmente non le rifarei mai più.

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L’uomo Valerio, appunto, sembra essere assai incazzato con ciò che lo circonda. Si è già detto tutto, dall’argine buono del fiume, sulla stasi culturale italiana. Tu però hai già collaborato con un numero impressionante di musicisti per l’età che hai (co-autore con Fabio Orsi, il mentore Enzo Franchini, gli Os Loosers e altri). E penso anche a autori italiani capaci di sviluppare nuovi linguaggi interdisciplinari e compiere importanti ricerche-azioni in ambito musicale come Miro Sassolini, Teho Teardo, Fabio Orsi, Attilio Novellino, Girolamo De Simone, Alessandro Bosetti, Elias Nardi, Max Fuschetto, Donato Epiro e tanti altri (veramente, per chi legge e resta scettico: basta cercare). L’altro argine, quello che spesso abbiamo comunemente accusato di essere affetto d’autismo corale, è però quello dominante e dominato a sua volta dai mass media, che filtrano ogni contenuto e decretano il margine di diffusione di un’opera e a prescindere dal contenuto che veicola e nei meri termini di opportunità commerciale. Si ha dunque l’impressione di un’Italia a due velocità e di una linea gotica culturale, che più di ogni altro è patita dalle nuove generazioni, anche musicali, con i noti problemi a auto-sostentersi (finanziariamente e non) e così via.
Quando senti dire ai governanti nostrani che i giovani italiani sono così o cosà, cosa diresti realmente della gran parte dei tuoi coetanei, incapace di dare e ricevere qualsiasi impeto creativo?

Non so cosa pensare in merito. Mi limito a “liberarmi” (se così si può dire) degli altri artisti e dei miei coetanei quando si tratta di far musica. Mi preoccupo puntualmente di penetrare nel mondo creativo a me circostante ma tutto quello che io puntualmente faccio quando mi chiudo in studio è star fuori da questo mondo, liberarmene se possibile. Fare qualcosa, farla bene… con coraggio. Fare scelte insolite, coraggiose, che possano stimolare la mente degli altri. Ridurre al minimo le aspettative.

Tu, che sei forse più noto all’estero che in Italia, che impressione ti sei fatto dell’impasse italiano nella “filiera” tra va dall’autore al pubblico, e com’è che ti sei trovato un piccolo ma importante “tappeto rosso” steso avanti a te, dall’estero e giovanissimo?
Credo di esser stato molto fortunato in alcune circostanze e la mia perseveranza alla fine mi ha premiato. Nello scorso decennio mi resi conto sin da subito che non m’interessava minimamente farmi conoscere in Italia, accentuare la mia attività promozionale attraverso i canali nazionali, ecc… Oggi, al contrario, mi ritrovo ad ascoltare moltissima musica italiana di autori sicuramente più giovani di me sotto il profilo “artistico” e poi mi ritrovo a lavorare/dialogare con tanta gente nostrana. Mi piace moltissimo lavorare con la musica, produrre in studio e promuovere ciò che faccio… è un insieme di attività per le quali io credo di essere naturalmente portato.

Come ti immagini il tuo futuro artistico in questo paese e all’estero, jet privato e party esclusivi a parte?
[Ride] Vedi, spero di continuare a lavorare con la stessa passione e spero soprattutto di lavorare in studio e live con molta gente valida in Italia e che stimo. Mi preme molto ora far capire alla gente che tutto quello che io ho fatto in passato e che continuerò a fare potrebbe dare un valore aggiunto, una svolta inaspettata al lavoro di tanti altri validi musicisti in circolazione.

Quando mi rendo conto che ho voglia di rivolgere delle domande a un artista, un poeta o un musicista che stimo, comprendo anche che in realtà la domanda per me più necessaria è quella che, per motivi formali opportuni come agevolare la lettura, va posta come ultima, talvolta a intervista chiusa. Ora che ci siamo “scaldati” e stiamo per congedarci, ti chiedo: perchè hai bisogno di portare avanti la “staffetta” della sperimentazione musicale nella storia della musica moderna, verso territori originali, stimolanti, e poi magari anche più personali?
Perché ho sempre voglia di scoprire nuovi posti, non ripeterò mai lo stesso disco d’esordio del 2006. Sono sempre alla ricerca di nuove soluzioni musicali che per me abbiano un tocco più intelligente ed insolito, ora sono sempre qui a vivere nel presente. Tutto quello che io cerco di fare da più di 10 anni è chiudermi nel mio studio e lavorare incessantemente su qualcosa che suoni come “nuovo” almeno per me, in termini di produzione personale. E questo modus operandi è per me il modo per far sì che io possa rivalutare alcune cose che ho fatto in passato, tornandoci su a volte per pochi attimi (diversamente non credo che ci riuscirei facilmente).

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