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Eminem – The Marshall Mathers Lp 2

2013 - Aftermath/Shady/Interscope
hip-hop

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Tracklist

1. Bad Guy
2. Parking Lot (Skit)
3. Rhyme Or Reason
4. So Much Better
5. Survival
6. Legacy
7. Asshole (Ft. Skylar Grey)
8. Berzerk
9. Rap God
10. Brainless
11. Stronger Than I Was
12. The Monster (Ft. Rihanna)
13. So Far…
14. Love Game (Ft. Kendrick Lamar)
15. Headlights (Ft. Nate Ruess)
16. Evil Twin

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Trovarsi Eminem di fronte, a 41 anni suonati, con un album che è esplicitamente il sequel di quella che è senza dubbio la sua opera migliore e uno dei capisaldi assoluti della scena hip-hop tutta, è quantomeno emozionante e suggestivo e non può lasciare indifferente chi ha sempre seguito i suoi lavori, anche quelli meno entusiasmanti.

In pochi infatti, dopo le più recenti e singhiozzanti prove, si aspettavano un’opera così coraggiosa, che palesa voglia di rischiare e mettersi ancora una volta a nudo. “The Marshall Mathers LP 2” è un altro pezzo della vita di Eminem, forse il sunto definitivo, una somma istintiva fatta di rime e riporti dolorosi nel percorso di un uomo di mezza età (ahinoi) che guarda al futuro con la stessa nebulosa incertezza di quando ha cominciato.
Non ci sono gli esperimenti di Kanye West, e nemmeno l’anima calcolatrice dell’ultimo Jay-Z: Eminem chiude i conti con alcune vicende personali e con la sua scena artistica, rendendole il giusto tributo in termini di sonorità e di rime. Siamo di fronte ad un disco di hip-hop nel senso più classico del termine, con gli strumenti suonati per davvero, i dischi strisciati per davvero, i sample giusti (The Zombies, Beastie Boys, Billy Squier) e le rime sputate fuori dal cuore; e non è un caso se tra i pochi passaggi a vuoto ci siano l’unico azzardo avanguardistico dell’insieme – quell’“Asshole” che si regge su di un beat sintetico e freddo come non mai – e la rivedibile collaborazione con Kendrick Lamar, stella di una generazione tanto nuova ed efficiente quanto distante e volubile.
Il rapporto sempre problematico con la madre descritto in “Headlights”, la schizofrenia claustrofobica dell’opener “Bad Guy”, ma anche l’amore melodrammatico di “Stronger Than I Was” o la rabbia inesplosa di “Evil Twin” sono tutti brevi capitoli di quella riflessione più profonda che fa da sfondo a tutto il disco e che ha il suo più alto compimento in “Legacy”, pezzo intenso e autoreferenziale, che scava a fondo nel passato e suona a meraviglia come una sorta di messaggio d’addio: “please have faith in my words cause this is my legacy”.
Nel mezzo, a spezzare la tensione e a rimarcare la caratura del personaggio, ci sono ancora riuscitissimi esercizi di stile, come “The Monster” – micidiale featuring con Rihanna, candidata credibilissima per prendere il posto di Dido e della memorabile “Stan” – o “Rap God”, presuntuosa e irripetibile dimostrazione di forza che ci ricorda a suon di rime sparate a velocità disumana, chi sia ancora e nonostante tutto il migliore.

Un disco onestissimo diviso tra picchi di ispirazione finalmente ritrovati e qualche fisiologico colpo mancato, un dipinto finale vivido e imprescindibile di un artista totale che nel bene e nel male ha scritto fondamentali pagine di hip-hop.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=WA9hXrEhbAc[/youtube]

 

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