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Non c'è più il jazz di una volta

MATT GUSSTAFSSON: Non c’è più il jazz di una volta (e sticazzi?) #1

jazz

Il jazz incravattato, impomatato, vecchio e sdentato.
Il jazz raccontato da chi nel club va ben vestito e pettinato.
Il jazz che copia paro paro i bei fasti di una volta.
Il jazz che non fa rivolta. Le buone maniere di chi non osa, e le cazzate sue mette in prosa.
Il jazz di chi vuol star comodo in poltrona.
Il jazz di chi, per raccontarlo, di inutilità fa una maratona.
Tutto questo qui non troverete. Solo il disagio dell’obliquo – vi sembrerò iniquo – vi racconterò.
Ciao.

“Topo Gigio sei veramente fortissimo! Potresti venire a distruggere un concerto jazz?” “Sì, certo. AAA” SDRSH.

Cosa ci sia nell’aria di Umeå ancora non l’ho capito. La cittadina svedese negli anni ha dato i natali alle realtà musicali più oblique ed arrapanti che mi sia mai capitato di spararmi nelle orecchie, e sto parlando di Meshuggah, Refused e Cult Of Luna giusto per dirne tre. Fino ad arrivare al succo di questo discorso, anzi, il protagonista di questo discorso, anzi, il bandolo della matassa, anzi, Mats Gustafsson.

Classe 1964. Classe che non è acqua. Classe da vendere. Classe jazz. Ma di che jazz? Parliamo di qualcosa che non c’era e ora c’è ma che in realtà non ha identità. O ne ha molte più di quante possiamo scriverne o immaginarne. Il signor Gustafsson è, semplificando tutto nel miglior modo possibile, un sassofonista. Un sassofonista alto. Baritono. Contrabbasso. Amplificato. Weevil. Mats Gustafsson muove l’aria e la brucia attraverso lo strumento. La tende e la inala. La sferza e la accompagna. Ed è a tutti gli effetti un architetto del suono. Un trasformatore ad alto potenziale e un improvvisatore di rara lucidità. Un innovatore, anzichèno. Impossibile attestare il contrario di una persona con una simile lista di collaborazioni a livello così fottutamente alto. È il gusto della sperimentazione. È la voglia di salire sul palco e dare libero sfogo a tutti i demoni (o meglio ancora i dàimon) che affollano la propria mente di musicista avanguardistico. Perché è di avanguardia che stiamo parlando qui. Non stiamo parlando di standards, parliamo di evoluzione delle modalità sonore e commistioni nell’oscuro universo della “diversità” musicale, che è la casa ideale per il Nostro. Il posto giusto per imbastire un discorso che trova nella perfomance creativa il suo massimo potenziale espressivo.

gustafsson
E nel tempo questo inizio si colloca a fine anni ’80. Anni di trasformazioni cruciali, di ibridazione virulenta, di spazi aperti e di rumore a coprire lo schifo che nasce nell’industria musicale e che cresce a dismisura e che di lì a poco divorerà anche ciò che di strano poteva essere in musica rendendoci tutti schiavi dell’inutile. Ma nel marasma generale del pop plastificato c’era la lama del jazz anomalo, l’ombra del rumore a grana grossa, il sapore acido dell’anarchia “incapace” dell’onda NO, e di una promiscuità sotterranea in divenire. Ed era tutto pronto per chi, come Mats Gustafsson, voleva intraprendere tutte le strade possibili. Strade che portavano, e portano ancora, in luoghi così poco affollati da poter gridare liberamente e godere del proprio eco. Ma lontani dall’idea di silenzio e inadempimento di chi non ce l’ha fatta. Ma erano strade che nel jazz partivano da tempi remoti e dai luoghi più disparati (ave Ornette Coleman, jazzisti te salutant). Ciò che Glenn Branca fu per Thurston Moore e Jim O’Rourke, un maestro, un punto di partenza, quel che diamine volete, così Peter Brötzmann fu per Gustafsson. Tanto da finire a suonare nel suo Chicago Tentet (al suo fianco Ken Vandermark un altro schizoide del sax che incrocerà la strada del Nostro più volte) una volta mosso in quegli Usa che stavano vomitando distorsioni e amenità assortite a spron battuto. E questo Chicago Tentet ci donerà una lezione di supersonica forza sotto forma di ensemble di mostri allucinanti, ascoltare per credere, ad esempio, le registrazioni datate 1997, o ancora i devastanti quaranta minuti di Stone/Water, a cui prenderà parte anche il drago giapponese della tromba Toshinori Kondo.
A fianco di mostri simili la crescita è inevitabile, si aggiungono elementi al sound che vide muovere i primi passi nel futurismo scostante dei GUSH, via verso l’evoluzione di un jazz sempre più in divenire, fino arrivare a La Cosa: The Thing. Partire dal passato per distruggerlo. Prendere il nome da un brano di Don Cherry, essere in tre (gli altri? Ingebrigt Håker Flaten al contrabbasso e Paal-Nilssen Love alla batteria) e licenziare, nel 2001, un primo album devastante assieme ad un altro gigante che di nome fa Joe McPhee, chiamarlo “She Knows…” e inchiodarti il cervello aprendo le danze con una rivisitazione brutalizzante di “To Bring You My Love” della ben poco jazz PJ Harvey. E da qui in avanti sbattersene le palle degli standards e al loro posto piazzarci IL NUOVO CHE AVANZA.
Esempi? Lightning Bolt, Cato Salsa Experience (signori miei, se non l’avete mai ascoltato vi prego..FATELO), The Ex (proprio quest’anno esce anche un loro dischettino in cui figura anche Mats, a fianco ad altri sfiatatori brutali), addirittura le 54 Nude Honeys (vogliosi amanti delle nipponiche, fatevi una ricerchina in internet e scapocciate sbavando). E se si va a pescare nel passato, lo si fa con la lente dello psicopatico scegliendo Albert Ayler e, mica poteva mancare, il padre putativo Don Cherry. E così, per continuità con questa paternità astrale, arriva pure la collaborazione con la Cherry figlia. Miss Neneh condivide un monolite di disco (“The Cherry Thing” mica a cazzo) omaggiando, tra le altre cose, bellissime e sfasatissime cose, il padre di tutti loro con una “Golden Heart” che lecca il cuore.
Le strade di Gustafsson però sono sempre più complicate, ed è per questo che nel 2009 da i natali ad una creatura ancor più funambolica e distante diverse spanne dal pianeta jazzistico: essi sono i Fire! E sono il disastro che mette le gambe e corre su e giù per la testa di chi ascolta. Altro trio (power-trio sarebbe più indicato data la violenza, ma diciamo trio, Andreas Werliin alle pelli e Johan Berthling al basso), altra “tortura”, e qui si tocca il cuore del disagio kraut, della distorsione elettrica e del male in noise memoria, tanto da avvicinare il guru della distruzione Oren Ambarchi per il terrificante “In The Mouth – A Hand” del 2012) fino ad arrivare ad oggi, mano nella mano con mamma Rune Grammofon, per donarci questo…

Fire! – Without Noticing (2013 – Rune Grammofon)

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=dO5Uce5Zu0I[/youtube]

Alzare il tiro compositivo di qualcosa che già era a livelli stratosferici non è semplice. E invece il trio di fuoco(!) Gustafsson/Werliin/Berthling, appena smembrata l’Orchestra fiammante, decide di potercela fare. E il risultato è un disco che è un riflusso di meandri sulfurei, e che tende i nervi verso lo spazio. Lo smooth notturno di “Your Silhouette on Each” che distende, disgrega, fa venire freddo, fa male, o le deframmentazioni sotto forma di coltellata sax che introducono “At Least On Your Door”, basso monolitico che dice CAN a gran voce, e la batteria che mette il turbo sferzando il tempo a calci e schiaffi. E gli scontri elettrospasmodici di “I Mostly Stare”, come mostri venuti dal nulla che sbattono la faccia sulla delicatezza golemica di “Tonight More. Much More”, dal fraseggio sensualmente oscuro.
E Mats Gustafsson è ancora qui, come a voler dire “I am the God of hellfire…AND I BRING YOU…FIRE!”

(e ‘sticazzi)

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