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SUUNS – Spazio 211, Torino, 13 novembre 2013

suuns

Dopo il coito interrotto causa diluvio in terra sicula all’Ypsyrock e la “Quebec calling” ben orchestrata durante il concerto condiviso con il connazionale Mac DeMarco in quel di Roma, tornano in Italia quei Suuns che con le loro “Images du futur” (clicca qui per la nostra recensione) – seconda prova del quartetto canadese che ha ipnotizzato mezzo mondo – si sono guadagnati l’attenzione e l’inchiostro dorato della critica.

Nella Torino ancora narcotizzata dall’elettronica cerebrale dell’ultimo Club to club, i Suuns entrano allo sPAZIO211 in punta di piedi, senza troppo crogiolarsi nell’hype attorno al proprio nome. Per i primi venti minuti sembra quasi di surfare davvero sull’onda lunga del c2c: l’incipit è quello che non t’aspetti, con quella “Music don’t save you” che dai titoli di coda dell’album va a finire in testa al set, come un Manifesto. Minuti liquidi per labirinti metafisici. 2020 manda definitivamente in pappa il cervello, con la sua pro(re)gressione acida e distorta. Incredibile ma dancefloor: si balla, ma è una strana coreografia che potrebbe ricordare la danza macabra dei Pere Ubu (passati solo qualche settimana fa proprio da sPAZIO211). La pulsione elettronica è quella mortifera dei Killing Joke, rigorosamente epurata dai cliché 80’s: niente declamazioni à la Lydon nè tribalismo marziale. Tutto è ovattato: l’inception irreversibile che – in incubo – volevano propinarci i Suicide? Preso atto della somiglianza vocale coi Clinic di Ade Blackburn (nomen omen!), il falò al quale i Suuns provano a consacrare le proprie canzoni parte dalle ninna nanne del dopo-mondo dei Pixies per andare a sostituire i giochini colorati degli Animal Collective con le barrette metalliche del Meccano. Poi si imbocca l’entrata per le tangenziali kraut, guardando dal finestrino lo zeitgeist degli anni Zero plasmato da Thom Yorke. Dritti fino al bis, quasi colti di sorpresa da questo “rock” un pò hypnagogico un pò techno, eppure così ficcante, nel buio d’un parterre rischiarato dai neon intermittenti dietro alla batteria. Facendoci le seghe sulla cartina geografica potremmo anche dire che con la loro ribollente andatura kraut-synthetica in qualche modo “bristoliana”, i Suuns siano la reale risposta art-rock alla techno dei Fuck Buttons. E ancora, la Terra d’Albione. Come non pensare all’exploit shoegaze in salsa teutonica dei londinesi TOY (anche loro, visti nel Paradiso di sPAZIO211)? Il ponte con gli inglesi è tutto nell’amalgama pressoché perfetta tra melodie dreamy e monoliti kraut(y). Laddove invece coi The XX si condivide un pacato nichilismo privo però della boria intellettuale di quest’ultimi. Ma forse i canadesi sono ancora più chirurgici e depressi, lontani fisiologicamente dalle pose del Big Bang.

Li si aspettava al varco, stizziti dalla mezza delusione estiva firmata dai (comunque, va detto, ambiziosi) These New Puritans al Traffic Festival, e i Suuns ci hanno ammutoliti. Con flemma e classe. La musica non salverà nessuno di noi, ma intanto per i quattro di Montreal bene così. Benissimo.

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