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Interviste

Intervista agli OvO

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OvO è come un Abisso in cui immergersi. OvO è come un canto inintelliggibile. OvO è oscuro e chiaro in onde oblique. A dar voce a questo Bruno Dorella. Pronti all’apnea?

In che abisso ci hanno voluto portare gli OvO?
Più che altro mi chiederei in che abisso sono finiti gli OvO. Voglio dire, certo volevamo evolverci e cambiare alcune coordinate quando abbiamo iniziato a lavorare all’album, ma non pensavamo che l’album stesso ci avrebbe portati così lontano, e così in profondità, lontano dalle nostre sicurezze del passato, lontano dalla formula che ci aveva tenuti saldi a terra per 12 anni. Ci siamo trovati proiettati in questo abisso quando ormai era troppo tardi per tornare indietro, e abbiamo scoperto che sì, faceva paura, ma era anche bello, stimolante, era una sfida che potevamo, se non vincere, quantomeno vivere fino in fondo. E così è stato. E’ stato difficile, emozionate, ed alla fine molto appagante. Naturalmente il piccolo prezzo da pagare è che vi abbiamo dovuti portare tutti con noi, in fondo all’Abisso. Spero non ce ne avrete a male.

Questo “Abisso” gode di una nuova vita e vede, nonostante l’oscurità imperante tra i suoi solchi, un nuovo tipo di luce: una produzione che porta il segno di ciò che si prova ascoltandovi dal vivo, un uso massiccio e ben ponderato del sintetico. Cos’è cambiato?
Negli anni abbiamo gradualmente spostato l’asse della nostra composizione dal live allo studio. I primi dischi erano improvvisazione totale, praticamente dei live registrati in studio e che poi non sarebbero più stati riproposti. Poi abbiamo trovato una formula live dirompente, con pezzi composti direttamente sul palco, sera per sera. Abbiamo cercato per anni, con risultati alterni, di mettere questa esperienza su disco. Poi abbiamo cominciato a comporre i dischi in studio, sempre però pensando alla loro riproducibilità live, quindi senza sovraincisioni. Infine con Abisso abbiamo fatto il grande passo: un disco composto indipendentemente dal live, usando sovraincisioni e strumenti elettronici, postproduzione, insomma tutto quello che fa un gruppo normale, ma che in mano nostra (e di chi ci ha aiutato, in particolare Rico / Uochi Toki e Giulio Favero) è diventato immediatamente materiale eterodosso, scottante, deliziosamente corroso e corrotto. L’utilizzo di synth, batterie elettroniche, oscillatori, effetti digitali e non, ci ha poi obbligato a lavorare durissimo per poter riproporre i pezzi dal vivo. Lo stiamo facendo, ci stiamo riuscendo.

Il colore tribale dell’Africa è un altro elemento preponderante. Da sempre siete dediti ad un oscuro tribalismo, ma ora sono arrivati i canti propri di quelle terre. Da dove nasce l’idea? E cosa cantano queste voci?
Mi fa piacere che tanti stiano notando che l'”oscuro tribalismo” è sempre stato un elemento di OvO. Era il momento di giocarlo a carte scoperte, con ritmi africani (Tokoloshi) e voci di quella terra (Ab Uno e Abisso). Non è stata un’idea, è stata un’esigenza imprescindibile, come tutto quello che facciamo. Ma non posso dire cosa cantano le voci.

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Come è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Alan Dubin dei Khanate e con gli Evangelista?
Sono nate in modi diversi ed opposti, in sintonia con la differenza tra i due personaggi. Di entrambi sapevamo che erano ammiratori degli OvO (e noi di loro, naturalmente). Per Stefania Alan è una delle poche vere fonti di ispirazione. Lui è stato straprofessionale, ha accettato subito, ha lavorato in remoto, gli abbiamo mandato una versione grezza del pezzo e lui ha fatto un lavoro straordinario, quelle che sentite sul disco sono ben 6 tracce di voce che lui ha sovrapposto, effettato, editato, fino a renderle quello che sono. Invece per Carla Bozulich ho approfittato di un suo day off in Italia, ci conoscevamo già, l’ho invitata da me e, con mia grande e felice sorpresa, si è portata tutta la band. Ne è venuta fuori una jam magica in sessione notturna, siamo partiti da una mia semplicissima idea sulla linea di basso, e da lì è nata Fly Little Demon. Stefania era in tour, quindi è intervenuta dopo, ed ha aggiunto un’incredibile chitarra suonata con oggetti ed una linea di voce perfettamente complementare a quella di Carla. Una perla.

La pesantezza che permea i solchi di “Abisso” trovo sia un passo più in là rispetto ai vostri precedenti album. Con che carico emotivo vi siete avvicinati alla sua scrittura?
Come ti dicevo, l’idea di partenza era quella di fare un disco più rituale che d’assalto, più meditato che rock.
Stefania aveva anche una sbandata per il black metal in quel momento, ma soprattutto era reduce da un’incidente (era stata investita da un’auto e portava il collare), e questo ha influito moltissimo sulla composizione. Stava soffrendo fisicamente ed emotivamente, non riusciva a fare alcuni sforzi, quindi ha lasciato più spazi, il processo è risultato più “largo”. Io ho cominciato un anno e mezzo fa a comporre le parti di batteria, includendo i campioni che Rico / Uochi Toki ha tagliato per me, mettendoli poi nella mia batteria a pad. Ho quindi integrato questi suoni nel pattern di partenza, che poi Stefania ha ascoltato facendosi delle idee. Siamo quindi andati in studio a fare una preproduzione, dove ci siamo resi conto che questo disco ci stava portando molto più lontano, più “a fondo” di quanto avevamo previsto. Credo infatti che faremo uscire anche parte di questo materiale, che è molto diverso dal risultato finale. Quindi siamo andati in studio con Giulio Favero nel Dicembre 2012, abbiamo registrato e poi mixato ad Aprile. Nel frattempo io avevo anche registrato le tracce di synth, a parte. Come vedi, è stato un processo lungo e complesso.

Esulo dal discorso “nuovo disco”. Anni fa al MiOdi ho potuto godere della vostra sonorizzazione live del Nosferatu di Murnau. La vostra musica ha un potere “cinematico” non indifferente, vi lancerete ancora in progetti simili?
Abbiamo riproposto Nosferatu l’anno scorso al Nightmare Film Festival di Ravenna, e proprio in questi giorni stiamo visionando dei film da sonorizzare in futuro. Pare uscirà anche un horror con alcuni nostri pezzi, ma credo sia ancora in fase di lavorazione.

Dopo tutti questi anni (tredici giusto?) immersi nelle torbide acque dell’underground italiano come si trova oggi la creatura OvO tra le correnti della musica?
Bene, perché è quello che ci piace fare, quindi siamo abbastanza insensibili agli alti e bassi delle maree. Sono fisiologici, ma noi siamo più forti. Certo, col mare è sempre meglio non scherzare. Occhi aperti e pronti a reagire quando le cose si mettono male.

Idealmente parlando, quindi si lavora di fantasia, con chi vorreste collaborare in un prossimo futuro?
Mi piacerebbe lavorare con la musica classica. Nel senso di un’orchestra che lavora con OvO. Questo credo sia in questo momento il nostro sogno proibito, anche perché dubito riuscirei a trovare un’orchestra disposta a farlo.

E via col domandone finale: quanto ancora a fondo può andare il mondo della musica in una situazione sociale come quella che stiamo vivendo?
E’ un po’ come l’Abisso degli OvO. Quello che inizialmente può sembrare un baratro senza uscita può invece rivelarsi un mondo magnifico. Staremo a vedere. La musica cambierà fruizione, e la fruizione da sempre cambia la musica. Ma non dimentichiamoci che la musica intesa come supporto (disco, cd, cassetta che sia) ha solo poco più di un secolo di storia, mentre la musica esiste da sempre, e continuerà ad esistere. Che non sia più un gran business potrebbe anche non essere un male.

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