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Winter Dust – Autumn Years

2013 - Voice Of The Unheard
post-rock/emo

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Tracklist

1. Fake Beaches
2. Undertow
3. Early Grey Mornings
4. Birthday
5. Soil
6. Cities Where I'd Stay
7. Moonlight

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Passi la vita a cercare la musica che descriva appieno ciò che ti macina dentro e non sempre la ricerca porta a buoni risultati. Un giorno scopri che era più vicina di ciò che credevi (quest’Italia nascosta). Oppure è solo arrivata al momento giusto. Sono triste e allora? Fatemi delirare.

E allora la musica che è arrivata da me al momento giusto è quella dei Winter Dust. “Autumn Years” è il nome giusto. Anzi è IL nome. Una perfetta descrizione di ciò che i nostri cinque sprigionano in questi sette brani di emotività allo stato liquido. La difficoltà maggiore oggi è trovare dischi contenenti CANZONI, non singole parti, non piccoli passaggi, ma canzoni costruite da melodie reali, eteree nell’intenzione, concrete nel volerti rimanere nel cranio. E questo è ciò che troviamo qui. Prendiamo “Undertow”? Prendiamo la devastante scarica emotiva che sprigiona il pianoforte incastrato tra le chitarre che ora tirano, ora s’inerpicano su per le vie respiratorie, in aperture liberatorie. La vena emo disgregante di “Fake Beaches” col crescendo accarezzato dal synth e la cui voce porta su spiagge abbandonate ricorda la migliore produzione dei Kilmt 1918, quella di “Dopoguerra” per intenderci. E dove il tiro cresce nasce il contrasto tra elementi, “Cities Where I’d Stay” ha il richiamo debilitante agli Explosions In The Sky e l’incastro chitarristico dei Karate, due mondi distanti ma che qui prendono forma assieme, e il synth è ancora padrone di casa e aleggia incollando le parti. E in “Soil” la voce bastona in pieno volto, come i Fugazi di “The Argument” che sognano di volare su Urano.

Se vogliamo dire qualcos’altro diciamo solo che “Autumn Years” è un disco di generazione aperta di crisalidi che urticano, alchimia strumentale e voci che strappano l’anima.
“Odio l’estate”.

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