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Gary Numan – Splinter (Songs From A Broken Mind)

2013 - Cooking Vinyl Limited
dark-wave/synth-rock

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Tracklist

1. I am dust
2. Here in the back
3. Everything comes down to this
4. The calling
5. Splinter
6. Lost
7. Love hurt bleed
8. A shadow fall on me
9. Where i can never be
10. We're the unforgiven
11. Who are you
12. My last day

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Questo è, molto probabilmente, il miglior Gary Numan degli ultimi 30 anni. Dirlo senza esagerare è cosa fin troppo facile già dall’ascolto di brani come l’ouverture I am dust e la successiva Here in the back. Lo stile con il quale questo Splinter (Songs from a broken mind) si presenta è fin troppo raffinato e rinomato per non permettere, a primo impatto, di riconoscere il guazzabuglio di sonorità elettroniche che mettono Numan alla testa di un orda di derivati del suo talento.

L’imponente componente industrial di questo nuovo lavoro è il carattere fondante dei dodici brani che compongono l’album. Ci sono i rimandi e i caratteri dei migliori NIN dentro, e questo va evidenziato anche perché Numan non ha esitato nel volersi avvalere della collaborazione di Robin Finck e della sua chitarra così acida, così precisa da sembrare un droide composto unicamente da sei corde. Non ha voluto ostentare volontà “razziste” il nostro caro Gary, ha concesso equamente lo stesso equilibrato spazio alle graffianti trame ritmiche, in bilico tra un drumming a volte più agreste, a volte puramente “robotico”, nella apprezzabilissima piece, Splinter, orientaleggiante e potentissima, ed alle più ampie palpitazioni sintetiche nella abissale Where i can never be, un gorgo buio dalle cui profondità esplodono cumuli di materia oscura, lanciata verso il cielo dall’agghiacciante mormorio di Numan. In generale si può parlare di un lavoro piuttosto ordinario per commistione di sonorità, un piccolo antro buio dal quale fuoriescono una scaffalata di cose davvero buone, come la melodica prova vocale di We’re the unforgiven e la pura veemenza goth-industrial di Who are you, ed in tutto questo campionario di melodie si accompagna incredibilmente bene la lirica quasi mai sopra i toni di Gary. Si potrebbe pensare all’idea che uno come Gary Numan, le sue sonorità, il suo modo di intendere le liriche dei brani, quella innata delicatezza che così bene si insidia anche nei brani più “cattivi”, sarebbero stati cosa buona e giusta in qualsiasi epoca musicale, a qualsiasi latitudine sonora, passando per il rock e l’avanguardia elettronica, la dance più raffinata o una sorta di minestrone tra questa e sonorità più puramente tribal, senza, ovviamente, dimenticare gli ambienti pop, che, tuttavia, rimarrebbero indigesti al musicista londinese. Per me stesso scelgo My last day, perché è completa, c’è la delicatezza delle sonorità pop, così ben mescolate a cupe ritmiche tribali, ci sono gli ampi respiri delle trame sintetiche che iniziano una sommessa marcetta fino a gonfiarsi a dismisura lungo gli oltre cinque minuti del brano, un canto profetico di un giorno che, noi tutti, speriamo essere il più lontano possibile.

In questo Splinter (Songs from a broken mind) si può trovare la mai sopita voglia di sperimentare di uno dei più indimenticabili talenti della musica elettronica, un totem sonoro che non ha mai smesso di piazzare “radici” lungo solchi profondi dell’avanguardia sonora, senza, tuttavia, mai fermarsi troppo a lungo nello stesso punto, non correndo così il rischio di rimanere impantanato in posti dai quali sarebbe difficile, poi, vedere un orizzonte più desiderabile.

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