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Interviste

Intervista agli WEMEN

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Abbiamo fatto quattro chiacchere con due dei componenti della band milanese Wemen ,che ha fatto da poco uscire il suo primo album “Albanian Paisley Underground”, abbiamo cercato di esplorare le viscere musicali del loro primo lavoro e delle sue canzoni.

C = Carlo Pastore
A = Alberto Pilotti

Come è nata la band e soprattutto che obbiettivi si è posta fin dall’inizio?
C: In un viaggio in macchina verso Roma, A/R, ascoltando Michael Jackson e Slint, cantando a squarciagola gli 883 e ragionando sugli Squirrel Baits, chiedo a Pelu: “perchè non ci troviamo a suonare qualche volta? Io basso, tu batteria, ho un amico chitarrista” – “Ci sto!”. Chiamo Albè, mio vecchio compagno di classe. Quel qualche volta diventa sempre più spesso, e quel “troviamoci” dal sapore un po’ casuale assume una dimensione via via più convinta e seria. Anche perchè ogni sera vengono fuori canzoni nuove, e le canzoni han bisogno di voce e un’altra chitarra. Così la chitarra la prendo io, il coltivatore diretto, e cerchiamo un bassista serio. Invito a provare il golden boy di Busto Arsizio, Ricky, che si presenta all’appuntamento con il sintetizzatore più tamarro del nord Italia. Ciò nonostante diventa uno dei nostri. Ora che siamo una famiglia, ci infiliamo in sala prove e ci diamo dentro. Dopo un demo, un ep, uno split EP e varie release a caso, sicuramente dopo un lungo peregrinare, ecco “Albanian Paisley Underground” su Black Candy Records, distribuzione Audioglobe (qui in Italia). Quasi da non crederci… J

Definirvi in un genere è veramente difficile, nelle vostre canzoni c’è del grunge, dell’indie, del punk e molto altro: quali sono le band che più vi hanno ispirato?
A: Siamo quattro ascoltatori curiosi e voraci di rock in tutte le sue salse. Ci piace saltare da un genere all’altro senza soluzione di continuità. Cerchiamo di ascoltare la lezione dei Beatles, dei Metallica, degli U2 e dei Velvet Underground e poi è un casino metterle insieme! In sala prove, vero fulcro della nostra vita musicale, assecondiamo i nostri gusti del momento durante le improvvisazioni o nell’arrangiamento delle canzoni. Non ci poniamo mai un limite di genere ma di semplice gusto e spesso l’idea iniziale di fare un pezzo alla Specials diventa un pezzo alla New Order.

Quali canzoni dell’album vi rappresentano di più e perché?
C: E’ difficile sceglierne una perché su tutte queste dieci canzoni abbiamo sputato sangue, fatica, amore e odio. Sono dieci e vivono assieme. Facciamo tre. “Tremerai Ancora”, potentissima, scura e malata. Di “Jim & Jam” amo lo sviluppo emotivo, come ho potuto raccontare una storia della provincia novarese su un reggae dal sapore quasi religioso, un’unione pagana fra rastafarianesimo e messe scure. “Will Be Fine” è l’abbraccio prima di partire per un lungo viaggio, è perfetta perché chiude un disco variegato in maniera semplice e universale.

Ormai sempre più raramente accade di trovare band italiane che cantino in inglese, è un mercato veramente difficile, come mai avete optato per questa soluzione (io l’apprezzo molto)?
C: Uhm, credo ci siano molte band italiane che cantano in inglese. Alcune funzionano (penso ai Soviet Soviet o i Be Forest, M+A o i Did, i nostri fratelli The Hacienda e Hot Gossip, per non parlare di His Clancyness o Giuda); altre no. Il pubblico italiano non è stupido. Semplicemente ha le sue peculiarità,  predilige l’ascolto di musica nella propria lingua piuttosto che band che si ispirano a/imitano band straniere. A quel punto magari si ascolta direttamente gli originali, voglio dire, Pixies e Arctic Monkeys fanno sold out. È ok. Sinceramente non abbiamo fatto ragionamenti di mercato quando si è deciso di scrivere in inglese, anzi forse non lo si è nemmeno deciso: così è stato e stop. L’idea è quella di studiare e sperimentare il linguaggio del rock, che è prevalentemente anglosassone, di vedere il mondo e l’Europa come qualcosa in cui possiamo dire la nostra senza complessi di inferiorità e con la voglia di farsi capire. Se ci pensi gli egiziani fanno della pizza ottima. Da un punto di vista personale, la sfida di scrivere qualcosa di bello non da madrelingua mi ha acceso dal minuto 0.

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Cosa cercate di comunicare con la vostra musica?
A: Ciò che succede attorno a noi spesso ci lascia esterrefatti. Vediamo e subiamo impotenti in continuazione i controsensi e i paradossi della società e la nostra generazione ha una sfiga clamorosa. Sembra che non se ne possa uscire per come siamo bombardati da brutte notizie, informazioni sbagliate e confusione diffusa. La musica è un urlo di speranza e una spinta verso la bellezza che ci mantiene vivi e non schiavi di una società senza senso.

Avete già in programma qualche data per promuovere il disco?
Non vediamo l’ora. Queste sono le prime fissate:

. 8 Febbraio – Roma, Circolo degli Artisti
. 7 Marzo – Napoli, George Best
. 14 Marzo – Torino – Spazio 211
. 28 Marzo, Rimini, Velvet 25 years birthd1ay party
. 29 Marzo, Vercelli, Glu Glu Club
. 11 Aprile – Firenze, Tender
. 16 Aprile – Perugia, 100Dieci Cafè / Mercoledì Rock
. 17 Aprile – Bari, Garage Sound
. 18 Aprile – Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo), Dejavu
. 19 Aprile – Lecce, Arci Rubik

Com’è nato il nome della band?
C: Una volta ero seduto sul tram 9, da Porta Genova dovevo andare verso Porta Romana, e stavo guardando fuori dal finestrino. C’erano delle bellissime signore che camminavano e ho iniziato a ragionare sulla parola “women”, che in realtà si pronuncia “wemen”. Basta aggiungere due maiuscole che il significato cambia: “WeMen”. E cambia anche la maniera in cui lo dovresti pronunciare, con una leggera pausa fra le due parole: we men. Mi piaceva anche la dimensione grafica per cui tutte e cinque le lettere che compongono la parola si potessero ridurre a delle linee: \\\=///=\\. Insomma, delle gran para :) Alla fine l’abbiamo scelto e ce lo siamo tenuti.

Spiegateci il titolo dell’album.
C: Abbiamo registrato il disco a Prato, cittadina in cui praticamente un abitante su quattro è cinese. Finite le registrazioni siamo andati a mangiare un hamburger in un posto assurdo a Calenzano, cittadina appena fuori Firenze. Il posto è un diner americano, con le cameriere che servono sui pattini, bandiere a stelle e strisce ovunque e jukebox che suonano musica fifties da autogrill. Il classico posto da ammerigani, però fake, installato nella periferia toscana. Mentre addentavamo delle patatine ci siamo chiesti che titolo dare al nostro disco, che è musicalmente molto vario. Ho ripensato così a una recensione di un live pubblicata da qualche blog, in cui il giornalista scriveva più o meno: “dopo una serie di brani indecifrabili, ho l’illuminazione: Wemen suonano paisley underground come se fosse nato in Albania”. Prima di quella recensione non sapevamo cosa fosse il paisley underground, un revival psichedelico californiano successivo al primo punk sviluppatosi intorno ai primi anni ottanta, quando praticamente non eravamo ancora nati. Insomma eravamo nella suburbia fiorentina, laddove è nata la lingua italiana, in un posto finto americano, le puttane sul marciapiede fuori e noi dentro a mangiare burgers serviti da cameriere italiane vestite da ‘american fifties teenager’, cercavamo un titolo per un disco scritto a Milano, cantato in inglese, con influenze inglesi, americane e giamaicane… “Albanian Paisley Undeground” è sembrato semplicemente perfetto per descrivere tutto questo. Una confusione di mondo in cui non esistono più i centri e i confini sono blurrati, ma grazie a internet puoi avere tutto in maniera sincronica. Insomma dove la musica può slegarsi dai luoghi in cui è nata per diventare qualcos’altro: uno “state of mind”.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=N78LqvL_pn8[/youtube]

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