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Northern Lines – Farts From S.E.T.I. Code

2014 - Autoproduzione
prog/rock

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Tracklist

1. Pop Krieg
2. Inside a Yellow Cave
3. You Glorious Bastard
4. Plastic Zen
5. Northern Lines
6. Rajung
7. Tale of a Blowfish
8. Her Majesty's Rage
9. The Laughing Heart

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Mettiamo subito le cose in chiaro: vi innamorerete. Dico sul serio. È uno di quei dischi che dovrete per forza mettere a ripetizione, diecimila volte di seguito fino a consumarlo. Un colpo di fulmine in poche parole, di quelli che capitano poche volte nella vita. Cupido che scocca la freccia colpendo insieme nervo acustico e cuore.

Potremmo definirlo progressive. Potremmo definirlo rock fusion. Oppure potremmo lasciar perdere le scomode etichette, quel vizio sempre un po’ antipatico di definire a tutti i costi un gruppo musicale ed attribuirgli una dimensione ben delineata. I Nothern Lines fanno tutto, rigorosamente strumentali, senza voce, variando molto di traccia in traccia e all’interno della traccia stessa. Guthrie Govan che fa una festa e invita David Gilmour, Neil Peart, Fred Firth e altri maghi del “settore”. Ma procediamo con ordine. Il disco inizia con “Pop Krieg”, l’intro non suonato che dura qualche secondo e che contiene un discorso di Stalin (non spaventatevi e non giungete a conclusioni affrettate, non vi mandiamo in Siberia nei campi di lavoro) prima di esplodere in “Inside a Yellow Cave”, un tripudio di energia rock a tratti furibondo, collerico, come se la band avesse il fuoco al posto del sangue nelle vene, e a tratti quasi ballad, l’ira che si placa all’improvviso dopo aver raggiunto il culmine. Un mare in burrasca che decide di far tranquillizzare il viaggiatore della nave. Con un riferimento musicale ai Simpson (cento punti a chi lo coglie).
La calma dura poco perchè subito dopo parte “You Glorious Bastard”, una suite progressive metal di cui i Rush sarebbero fieri, con tanto di urlo che squarcia il silenzio vocale, variazioni power e chicche zeppeliane. Raggiungiamo la pace interiore (si fa per dire) con “Plastic Zen”, una traccia simpatica che dimostra a pieno la capacità del gruppo di passare da un genere all’altro in momenti inaspettati: dal surf rock dell’inizio del brano al metal martellante, dal rock ‘n’ roll/swing a lunghe digressioni rock per poi concludere con un finale spiazzante che ci tiene tutti con il fiato sospeso.
Il gruppo riparte a bomba con “Northern Lines”, che dimostra a pieno le loro abilità dal punto di vista tecnico, pungente e cattiva al punto giusto, una buona dose di elettricità, una scarica che fa tremare i muri e che mette in luce le competenze in materia di questi tre ragazzi e il loro genio. Il disco prosegue con “Rajung”, dai ritmi schizofrenici, un pezzo in cui il cambio di direzione regna sovrano con una sorpresina verso la fine. Poi c’è “Tale of a Blowfish”, la traccia più breve del disco che renderebbe orgogliosi gli Aristocrats al completo. Verso la conclusione di questo concentrato prog di talento, rabbia e autentico amore per la musica, abbiamo “Her Majesty’s Rage” per mettere bene in chiaro la bravura e la follia di questi giovanotti nel caso qualcuno non avesse ancora recepito bene il messaggio. Non cercate di trovare un senso a quelle due parole eccezionalmente cantate in questo brano: non significano nulla.
L’importante qui è la musica in sé e direi che i Northern Lines ne sanno parecchio. Alla fine, per chiudere in bellezza, abbiamo “The Laughing Heart”: un outro non suonato che si ricollega all’intro. Si tratta di un pezzo in cui viene recitata la poesia omonima di Charles Bukowski che riprende ciò che questo disco voleva già comunicare all’inizio. Non intende essere una denuncia sociale in piena regola, quindi non c’è un intento politico (se così vogliamo definirlo) ma vuole semplicemente affrontare alcuni temi attuali con leggerezza e la musica è semplicemente il modo migliore per fare tutto ciò. Il discorso di Stalin è puramente un simbolo che sta a rappresentare il peggio che ci circonda, il lato più brutto del nostro mondo (avrebbe potuto esserci un discorso di Hitler, non sarebbe cambiato il significato). Si tratta di una critica sottile ma efficace di quella dittatura invisibile agli occhi, ma con cui abbiamo a che fare ogni giorno e che pervade ogni singolo aspetto delle nostre vite: la frenesia, la fretta, il dover concludere qualcosa ogni giorno per guadagnarsi il pane. La dittatura del tempo. La vita di un uomo qualsiasi rapportata in un contesto quasi catastrofico, la realtà del giorno d’oggi e le sue mille forme di schiavitù. L’orrore quotidiano. Le ritmiche pazze del gruppo descrivono alla perfezione il nostro continuo correre e cambiare. Ma come ci ricorda il caro vecchio Bukowski, ci sarà sempre una luce in grado di portarci fuori da questo gorgo oscuro. Anche se magari la fonte è la debole fiamma di una candela. Prendete in mano le vostre vite.

Un primo album impeccabile per i Northern Lines. Un vento di novità. Una vera perla della scena musicale emergente italiana.

“There is a light somewhere.

It may not be much light but

It beats the darkness.”

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=7YZDaKG2U2k[/youtube]

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