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Beck – Morning Phase

2014 - Capitol
folk/songwriting

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Tracklist

1. Morning
2. Heart Is A Drum
3. Say Goodbye
4. Waking Light
5. Unforgiven
6. Wave
7. Don’t Let It Go
8. Blackbird Chain
9. Evil Things
10. Blue Moon
11. Turn Away
12. Country Down

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Quando si dice che l’attesa migliora le cose (si dice?) non sempre è una menzogna. E “Morning Phase” di Beck è una validissima dimostrazione di questo detto (siam sicuri sia un detto? Dove l’avrò sentito?).

Dopo averci “deliziato” con il suo “Song Reader” e con le goduriose releases del Record Club (oltre ad aver prodotto il più bell’album solista di Thurston Moore) mr. Hansen decide di far ritorno a casa. E il cammino a “ritroso”, a volte, serve a farsi un’idea di come può essere interessante, delicato e bello e via via via così il futuro. L’atmosfera che aleggia su questo dischetto è la stessa di arrendevole bellezza che permeava “Sea Change”, con quel tocco sregolatamente country che ha sempre fatto parte del retaggio beckiano. Acustico sì. Epico a tratti. Straziante in maniera profonda. La luce che vortica come aria nella lentezza pop di “Morning”, in cui la voce si inerpica su melodie calde di un rassicurante tepore nineties, e così è per l’incalzante beckianesimo classico spogliato della sua elettricità spastica di “Say Goodbye”, con un banjo che vola basso e la batteria che incunea il movimento. E “Blue Moon” scolpisce i cori nella testa ed è pronta per diventare un classico con la sua malinconia che incrina il cuore. Gli ascendenti suoni spaziali di “Unforgiven” sono controfase per la tristezza di “Wave”, che racchiude archi cinematografici da scena sotto la pioggia, una scena d’addio, che distrugge, un Beck in forma più che mai disgrega ogni barlume di luce con una linea vocale lugubrepica. Di una tristezza differente vive la ballata country paulsimoniana di “Blackbird Chain” dalle chitarre roots che accarezzano elettricità sparse e dosate che affluiscono docili in superfice. E la finale “Waking Light” vive e si propaga in ambienti che riverberano i Wilco con tutte le loro influenze a catena e con una propulsione ad “archi violentemente belli” che non lascia scampo.

E così ora lo sappiamo: J Mascis non è l’unico ottimo erede “”””indie”””” di Neil Young.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=WIWbgR4vYiw[/youtube]

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