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DEPECHE MODE – Unipol Arena, 22 febbraio 2014

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“Depeche Mode is our Hobby”

A Bologna c’era una calca tale che sembrava di essere a vedere la Reunion dei Take That con le quindicenni dell’epoca: (io). Un sacco di gente ha avuto dei collassi da caldo, mancanza d’aria e Troppa emozione (cit.). Lo so perché data la mia statura non sono riuscita a stare al centro della platea ma ho raggiunto il mio posto riservato vicino alla Croce Rossa. Se avete il mio stesso problema all’Unipol Arena, quella una postazione che consiglio.

Credo che per capire bene cosa sono i Depeche Mode bisogna spiegare prima il fanatismo legato alla band, che in parte deriva dal modo in cui si seguiva la musica durante gli anni Ottanta e in parte semplicemente merito di questa formazione straordinaria.
Mi sono resa conto veramente della portata del fenomeno, quando nel 2012, andai a vedere la mostra d’arte contemporanea di quel genio che Jeremy Deller, intitolata Joy in people. Deller scelse di destinare uno degli spazi della galleria di Wiels di Bruxelles alla proiezione del film dal titolo “The posters came from the walls/ Depeche Mode is our hobby” (theposterscamefromthewalls.com).
Si tratta di un documentario su come la totale devozione dei fan abbia cambiato le vite di ognuno, e abbia unito le persone in una sorta di nuova religione, con gli eccessi del caso.
Vedendo il video ho scoperto che a San Pietroburgo si celebrato il Dave day” con una sorta di parata militare e che una piccola famiglia di periferia considera i Depeche Mode il loro hobby. È spaventoso e al contempo affascinante.

Spiegato questo, si può dire che c’una componente molto importante legata alla condivisione, diciamo un settanta percento, che muove costante persone all’interno di uno spazio decisamente inappropriato per un concerto del genere. La domanda perchè?
La prima risposta è Dave.
Dave Gahan, un personaggio ai confini tra la vita e la morte che ha esaurito le sue nove vite dopo un’overdose quasi fatale (1996) e la rimozione di un tumore alla vescica (2009). Nonostante ciò, Gahan sul palco è una specie di eroe mitico che come un pavone mostra al pubblico le ferite di guerra in modo sensuale e auto-ironico allo stesso tempo.

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La seconda risposta è la meravigliosa empatia di Martin Lee Gore.
Un altro mistero svelato della magia nella composizione dei brani dei Depeche la sinergia quasi telepatica tra Martin Lee Gore e Dave Gahan, che permette al primo di cucire i brani addosso al secondo.
In una recente intervista rilasciata al Rolling Stone magazine Gahan spiega: “Ci sono dei brani che non voglio, ma DEVO cantare, perchè parlano di me”.
Questo quello che succede. Non credo che da solo Dave sarebbe stato di comporre dei testi di un tale egoismo sofferto come: Shake the desease, Walking in my shoes o Policy of truth perchsi sempre un po’ troppo indulgenti quando si parla di se stessi.

La terza risposta Andy Fletcher: in mezzo a questo turbinio di emozioni Fletch l’anima razionale della formazione. Oltre ad essersi occupato della parte manageriale della band per anni a lui che si deve l’apporto dei suoni industriali e dei ritmi metallici che ci martellano il petto mentre ci struggiamo per le storie d’amore/dolore che Dave ci racconta.

Questa la sintesi a mio parere. Il risultato qualcosa di genuino, rozzo ed elegante allo stesso tempo. Quello che ci fa amare i Depeche Mode non solo Quell’ormone vivente di Dave” (cit. signora del pubblico) ma anche la brevissima distanza tra la composizione e la comunicazione della musica, che ce li rende così vicini.

Fletch spiega che nei Depeche (Rolling Stone magazine): “Non c’è chi suona la chitarra, chi il basso o le tastiere, c’è un lavoro più omogeneo sulla composizione dei brani”, sicuramente dovuto anche all’esperienza di vita vissuta assieme dei tre.

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