Menu

Interviste

Intervista ai MONTAG

montag01

Trepezzi è l’esordio dei Montag, quartetto romano che fatica ad identificarsi con un genere preciso. La chiacchierata on line avvenuta con alcuni dei suoi componenti mi ha ricondotto su strade battute: cosa può oggi definirsi post-rock o rock in genere e cosa si può definire artisticamente valido. Sono cinque tracce che rivelano una sana energia da palco mista ad un’attenzione ponderata riguardo al suono e alle sue diramazioni.
Ne abbiamo parlato con i diretti interessati.

Siete su un piccolo palco di provincia, la serata è ottima, c’è un lieve vento di tramontana. Prima di voi hanno suonato due gruppi di quartiere. Parecchia gente è venuta a sentirvi, non pende dalle vostre labbra e vi guarda come ha fatto con i precedenti, con circospezione. Come vi presentereste?
Inizieremmo a suonare. Facciamo concerti da quando avevamo 15/16 anni, prima le cover che qualche applauso lo strappavano a priori, poi roba inedita. Siamo abituati a questo tipo di situazioni, gente che non ti ha mai visto prima, che magari è venuto perchè conosce il gruppo che ha suonato prima o quello che suonerà dopo. Ad un tratto si ritrova con te sul palco, e ti dà pochi minuti, prima di decidere se andarsi a fumare una sigaretta. Non c’è un modo di presentarsi, se non iniziando a suonare il prima possibile. Questa è la nostra unica preoccupazione: far presto. E il motivo è che con i Montag abbiamo sempre la sensazione che una volta partiti rimanga poco altro da dire. La gente si incuriosisce. Quando suoniamo ci divertiamo, “sentiamo” i pezzi e queste sono cose che le persone percepiscono e difficilmente si allontanano dal palco.

Montag perchè? Amore teutonico o fine rimando cinefilo? Non vi siete scelti un nome comodo, qualcuno mi pare v’abbia già fregato lo scettro.
Luca: Il nome ha decine di riferimenti, ci piace quando la gente ci propone la propria. E ne scopriamo sempre di nuovi. Ma nessuna passione teutonica. La verità è che aveva un bel suono, quello è l’unico motivo. Poi c’è il protagonista del romanzo a cui è ispirato il film a cui suppongo ti riferisca; c’è il rimando al nome originale shakespiriano di Romeo Montecchi, che per la cronaca è Montague, chi pensava all’idea di Lunedì come celebrazione del nostro “inizio” ecc ecc. La curiosità è che pur convincendo tutti, abbiamo temporeggiato parecchio, rimanendo di fatto per lungo tempo senza nome in cerca di alternative, per diversi motivi, tra cui l’assonanza con Mogwai. Un giorno scoprimmo che digitando Montag su google ci si ritrovava sommersi di tette e culi, di tal Heidi Montag, una biondina inglese. A quel punto ci affascinò dovercela combattere con tale procacità e ci convincemmo ad ufficializzare il nome. Sappiamo che non siamo i primi, né i più originali, ma almeno non è uno di quei moniker da settimana enigmistica o da film della Wertmuller.

Potreste dare una definizione di ambiente sonoro?
Ale – un ambiente è uno spazio. Un ambiente sonoro è una sovrastruttura creata attraverso il suono. Creare un ambiente sonoro è riuscire a proiettare nell’ascoltatore determinate sensazioni o emozioni. Che è poi il primo obiettivo di chi fa musica. Nel caso di chi fa musica strumentale, l’assenza di un cantato può essere un aiuto o un’impiccio. Non essendoci una presenza tanto accentratrice e calamitante, la difficoltà diventa quella di coinvolgere, cullare, colpire o travolgere l’ascoltatore e questo è possibile creando “ambienti” sonori diversi.
Luca: la produzione di ambienti sonori è il nostro obiettivo. L’assenza di un cantato può essere un aiuto o un impiccio. Un ambiente sonoro è un’area, un perimetro, ovviamente non fisico, ma emotivo che intendiamo cucirti addosso per poi lasciarti la possibilità di riempirlo con quello che ti pare. Decidi tu. Noi mettiamo a disposione lo spazio: ricordi, rimpianti, dubbi, anche semplicemente il pensiero che il giorno dopo tu debba portare la macchina in officina sia ben chiaro. E’ solo un tuo spazio in cui vedere le cose isolandoti dal contesto. Ma dare definizioni secondo me è un po’ parlarsi addosso, un esercizio di stile. Ti invito ad un nostro concerto per comprenderlo meglio.

Francesco de Dominicis su Musiczoom ha parlato di dosaggio musicale riguardo al vostro esordio e immagino non lo intendesse solo a livello tecnico. Parlando di dosaggio si scomoderebbero gli ultimi 30 anni di rock e dintorni, ma come avete tentato voi di acciuffarlo?
Fare musica strumentale è parecchio difficile. Siamo arrivati tardi, quasi tutto è stato già detto e spesso si etichettano le formazioni strumentali con definizioni noiose. Quando scriviamo e arrangiamo i pezzi proviamo a non cadere nello scontato, spesso rinunciamo a qualcosa quando ci rendiamo conto che è proprio quello che ci vorrebbe, che si aspetterebbero gli amanti del genere e non. I nostri pezzi quindi diventano un insieme di “momenti” che si susseguono, senza mai strafare, per confondere chi ci ascolta e lasciarlo incuriosito dall’inizio alla fine. Dosiamo i momenti, ecco cosa penso abbia percepito Francesco, quando un pezzo sembra aver preso una precisa direzione, cambia mood lasciandoti a bocca aperta. O almeno spero.

Cover intrigante, da una parte sembra uno di quei giochini che usano fare i matematici ricreativi – tipo “quante facce ci sono in questa figura?” – e dall’altra è fummettisticamente macabro. Sarebbe da girare la domanda ad Annachiara Iannone, mi pare, ma provate voi a sciogliere il busillis.
Annachiara e’ una grande artista, prestata, tra le altre cose, alla grafica pubblicitaria. Seguiamo i suoi lavori da parecchio. Abbiamo praticamente fatto l’Ep solo per avere un suo lavoro sulla copertina. A parte gli scherzi, ha fatto un vero miracolo per starci dietro, con tutto il lavoro che aveva da fare. Non smetteremo mai di ringraziarla perchè come tu stesso hai notato il suo lavoro caratterizza ulteriormente il nostro Ep.
Per quanto ci riguarda, ci piacciono le cose semplici, ci piacciono gli spazi vuoti. Quando ci sono troppi elementi l’attenzione non si focalizza quasi mai, si adagia, mentre negli spazi vuoti diventiamo concentrati, restiamo affascinati. E’ una questione di ricerca di entropia, suppongo. E’ lo stesso motivo per cui quando entri in una sala tendi a metterti il più distante dai posti già occupati, quello è il nostro insito desiderio di caos. Guardando la cover di Trepezzi inconsciamente sei infastidio e affascinato dall’assenza e ti focalizzi sui pochi elementi presenti. Se a questo aggiungi che gli unici elementi poi rimandino ad un cadavere, il gioco è fatto. Perchè il cadavere? Decidilo tu. Anche in questo caso ci sono diverse interpretazioni, ogni volta illuminanti. E ci diverte scoprirne sempre di nuove.

Immaginate mai una canzone come se fosse un progetto architettonico, con spazi, geometrie, dimensioni? A cosa associate più spesso la dilatazione del suono se vi dovesse capitare di rovistare nelle similitudini artistiche?
Si, tutto rientra nella questione degli ambienti sonori di prima. Spazio e suono sono direttamente proporzionali, più aumenta il primo più è dilatato il secondo e così anche il tempo. Quindi direi Rothko per l’arte figurativa o uno di quei film in cui la fotografia è basilare rispetto al testo.

Per alcuni versi sarebbe facile associarvi a Mogwai e Aereogramme, ma nei brani del vostro esordio mi pare che la trama sia meno precisa, più sfilacciata per dare magari spazio ad altre idee in futuro o perchè forse ancora non vi sentite sicuri. E poi ammettete tempererature più alte rispetto agli scozzesi, sarà il Tirreno. Quali sono i vostri ascolti ripetuti?

Troviamo naturale che un Ep di esordio presenti un gran numero di riferimenti, o che ci si possa trovare tanta carne a cuocere. Il motivo sta essenzialmente nelle diverse esperienze da cui ciascuno di noi proviene. Il nostro background musicale emerge con forza ma alla fine i nostri pezzi sanno di talmente tante cose, che in realtà non puoi ricondurli a nessuno in particolare. Questo è un pregio che ci viene spesso riconosciuto perchè quel determinato pezzo riecheggierà di diverse influenze ma è solo nostro. E’ la questione dei momenti e del dosaggio di cui parlavamo prima.
D’altro canto sono convinto che non ci sia nulla di più sbagliato che provare a scimmiottare mood e stati d’animo che non ti appartengono. Le sonorità di gruppi come Sigur ros o Mogwai sono frutto del loro contesto, un contesto che non ci appartiene, fatto di lande desolate, freddo, oscurità, silenzio e noia. Non so se mi spiego.
Mogwai, radiohead, sigur ros, 65daysofstatic, russian circles, pelican sono i nostri “numi tutelari”, ma poi singolarmente ci deliziamo con tantissima altra roba, vecchia e nuova. Forse questo è il nostro punto di forza, non siamo ossessionati dal genere che facciamo, non siamo morbosamente patiti e questo ci permette di guardare il pezzo con lucidità, e di trovare di volta in volta le soluzioni arrangiative più adeguate e meno scontate.

È previsto qualche live promozionale a breve?

Il 20 febbraio abbiamo presentato, un po’ in sordina, al Dalverme questo primo Ep. Ci serviva una data “zero” anche perchè abbiamo avuto un cambio di formazione poco prima di iniziare a registrare, e andavano rodati un po’ di meccanismi fondamentali quando si è sul palco. E’ andata molto bene, c’era tanta gente e al momento abbiamo un calendario live che si sta definendo anche grazie ad un po’ di amici che si sono attivati per noi e che ci porterà in più città d’Italia possibile. Intanto il 14 marzo suoneremo al “QuadraRock” un festival di due giorni allo Spartaco. Con noi ci saranno sul palco gli Inesatto e La via degli Astronauti.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati

Close