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M’Importa ‘Na Sega #12: La musica, o quel che ne resta, al tempo de “I Cani”

sega È giovedì ma io no. L’unica rubrica derubricata in partenza nasce in un giorno di neve fitta sull’appennino e di pioggia stronza dentro casa mia. Per interrompere il conato di bestemmie in corso ho pensato di aver bisogno di fare una cosa bella e inutile. Come questa, ossia raccontare attraverso particolari storie (quanto più possibile non troppo note) di musicisti, dischi, canzoni e concerti, prestando ad essi ulteriori spunti a tema, equivoci maldestri e ricami personali con pretesa assoluta di incompletezza e strettamente ove impossibile e fuorviante, come fosse antani.

M’Importa ‘Na Sega #12: Il cortocircuito dell’imbecillità – La musica, o quel che ne resta, al tempo de “I Cani”.

bluto-guitarQuesto non è un manifesto. Non ce n’è alcun bisogno. Non abbiamo a che fare con qualcosa di pericoloso, possiamo slacciare le cinture e farci due chiacchiere tranquillamente. Facciamo finta che ieri sera sia uscito approfittando, a fine serata, di uno strappo da parte di un amico. Ci fermiamo sotto casa mia, non è uno stupido, ed anzi, è tra le persone che hanno senz’altro in comune col sottoscritto un certo modo d’intendere la vita, gli altri e noi stessi. Abbiamo iniziato un gran discorso sui “massimi sistemi”, c’è voglia di arrivare a un punto e nessuna fretta di chiuderlo anzitempo. Lo interrompo per farmi una sigaretta di tabacco, perchè mi manca tutto. Lui ne approfitta per mettere della musica. Una compilation, mi dice, fatta da lui nel pomeriggio. Ci sono i Cani e Lo Stato Sociale, uno dopo l’altro.

Bell’incipit di merda, penso, senza iniziare un discorso che le birre tracannate mi hanno tolto l’energia di fare. Poi non so cosa c’era nella compilation, perchè ho tagliato corto, con buona pace del punto che volevo raggiungere solo poco prima, e mi sono infilato in casa alla velocità della luce. Bella compilation di merda, ho pensato sulla sfiducia, immaginandomi cos’altro mi avrebbe atteso se non avessi chiuso la pratica immediatamente. Vi starete chiedendo, se avete retto sino a questo punto: perchè ce l’hai così tanto con I Cani e Lo Stato Sociale e insomma, questi gruppi dell’ultima ora che praticano l’italianissimo sport dello sputtanamento in musica? Innanzitutto, perchè non sono innocui, e la loro imbecillità si rispecchia in quella dei moltissimi ascoltatori che hanno, specie i primi. Dire che ce l’ho con I Cani e lo Stato Sociale non è sbagliato, e neppure fuorviante: non intendo parlare, per una volta, del meccanismo di produzione ma dei prodotti finali. Basterebbe evitarli il più possibile, nonostante poi ci sia sempre qualche amico stronzo che rovina una bellissima discussione e una piacevole serata tra amici con la sua imbarazzante compilation (ma in fondo anche lui poteva fare di peggio: di quella musica di merda, poteva aver addirittura comprato l’album), eppure, come dicono  i secondi in una delle loro peggiore canzoni, “mi sono rotto il cazzo”. (e non ditemi che cito chi critico, perchè dico “mi sono rotto il cazzo” da quando vado alle medie e ho scoperto le parolacce). Certo, mi sento di dire che i soggetti menzionati non devono sentirsi così tirati in ballo. Purtroppo, infatti, non sono gli unici a fare della musica così scadente.

Ma insomma, si può sapere che problema hai con questi gruppi, più precisamente con questa antipoetica da antiautogrill? Avete ragione, sarò breve e coinciso: sono vampiri di stereotipi. Esser vampiri vuol dire che si sa dove succhiare, quindi che si sa almeno trovare il punto preciso dove affondare i denti. In effetti, non si può certo rimproverare ad una canzone come “Mi sono rotto il cazzo” di non indicare chiaramente l’obbiettivo della critica, che è  poi sommariamente condivisibile e riconducibile a tutti quei prodotti e sottoprodotti della Società dello Spettacolo, per come la chiamava Guy Debord, di cui però fa parte lo stesso strumento (a meno che non sia davvero emancipato) con cui questa critica emerge, e che finisce col tirare dentro allo stesso “giochino” chi, come nel presente caso, ha scelto di utilizzare lo strumento canzone per comunicare un messaggio. Gli stereotipi di turno, o del decennio, sono quelle umane bassezze talmente visibili da rendersi troppo facili da condannare senza un’ironia viva, che sappia andare oltre l’autoreferenzialità e la volontà di coniare un marchio di produzione (a proposito di canzoni con titoli come “Post Punk” o “L’amore ai tempi dell’Ikea”, che dovrebbero prendersela proprio con i marchi di produzione).

Insomma, dopo vent’anni di bipartisan berlusconismo culturale è arrivata la banda a cantarci la catastrofe avvenuta. Non ci sarebbe niente di male a contestare ancora una volta l’imbecillità imperante, specie nel momento di massimo apice che questa raccoglie in ogni settore della società italiana. Una critica già sentita e risentita, ma chissenefrega, “prendi i soldi e scappa”, e si vedrà che il paradigma che si contesta, la ricerca patetica (nei modi, e non di per sè) d’una identità condivisa, viene perseguita con la stessa urgenza di fondo e non solo. La critica alla imbecillità si serve della stessa per tirare a campare, di canzoncina in canzoncina, con la colpevole complicità dello stesso pubblico imbecille, narcisisticamente soddisfatto per le elargizioni di buon senso che lo tocca abbastanza da non farlo sentire anonimo ma non abbastanza da farlo sentire colpevole.

L’effetto, al netto delle presunte primavere arabe o inverno mediterraneo che dir si dovrebbe, è un aumento della distanza tra membri dello stesso spazio-tempo individuale e sociale e per giunta con la stesso vuoto in fondo al cuore. Tra fratelli mancati, in nome di una suddivisione che faciliti l’individuazione del target dei consumi in fasce di mercato dell’imbecillità: ad ognuno il suo imbecille.  E questi sono quelli di “sinistra”. Il cortocircuito dell’imbecillità ha la sua origine in una semplice indagine di mercato che non è sfuggita a nessuno: l’imbecillità è un mercato in costante espansione, dopo il colpo ad effetto accaduto quando, all’inizio della crisi, sembrava che uno spiraglio di reale consapevolezza si stesse facendo largo tra le persone contemporaneamente all’esaurirsi delle potenzialità commerciali della denuncia dell’imbecillità: ebbene, l’imbecillità ha capito la distinzione tra “autodenuncia” violenta e “autodenuncia” edulcorata. Se la prima andava evitata a tutti i costi, la seconda era l’eletta per dare nuova linfa all’imbecillità: con essa infatti si potevano finalmente attrare nuovi target commerciali senza danneggiare in modo irrecuperabile il nocciolo (o meglio, la nocciolina) duro dell’imbecillità.

Da qui, il desiderio di denunciarla, emanciparsi da essa, e perchè no, riempircisi anche l’identità, diventare “ribelli” mettendo delle tendine in Piazza e poi tutti insieme in Interrail appena ci siamo detti quanto stiamo male, pubblicando su  Facebook le ultime interviste di quei grandi giganti del Novecento che la nostra epoca non può contare, senza neppure aver mai sfiorato un libro degli stessi o cantando nella macchina del papà l’ultimo pezzo  “fuck the system” style mentre si va a fare un weekend al mare nella casa dei genitori della propria ragazza (ospitalità che dovrai pagare in estenuanti passeggiate per vetrine, ma no al consumismo).

Lo zapping nell’era del web ha portato allo zapping del contestatore, tappa necessaria per giungere a questo nuovo zapping in musica. Azioni diverse, brevissime, che si esauriscono ancor prima di cominciare a produrre effetti che non siano quello di intrattenere i propri simili per lo spazio dello zapping di turno. Lo zapping, a qualsiasi canale si applichi, conserva sempre i propri effetti: l’interagente resta spettatore, senza correre il rischio di un approfondimento e dunque di una azione incisiva nei confronti dell’interfaccia. Questi novelli Jovanotti della critica sociale, oltre che essere arrampicatori di pianure (cerebrali), hanno poi la colpa immonda di non compiere alcuna operazione musicale, nonostante si rivolgano alla musica per inoltrare il loro banale messaggio. La musica è  un pretesto che non si ha il coraggio di eliminare per non sentirsi troppo nudi in compagnia della propria bassezza espressiva, favoriti in questo senso dall’analfabetismo musicale dei contemporanei. Io credo che non possiamo aspettare oltre e farci questa domanda: ma la musica ha o no ancora un valore, oggi? E l’espressione dosata, riuscita, incisiva, ha ancora uno spazio in quest’Italia così effimera anche quando sobilla?

Perchè se la risposta è NO, allora I Cani, Lo Stato Sociale, e chi come loro sono i benvenuti e io mi sparo, perchè se le Luci della Centrale Elettrica è stato il portavoce più esemplare di questa antiestetica da fogna musicante (che ha subito trovato il favore dei critici che ti fanno vendere dischi e non di quelli che parlano di musica per passione e con passione) I Cani, Lo Stato Sociale e chi seguirà a loro, ripetendo lo stesso schema del vampirismo di stereotipi, ne sono gli epifenomeni più imbarazzanti.

Ma se la risposta è SI, facciamo un colpo di Stato si, ma musicale, e da sinceri appassionati della bellezza in musica, gettiamo dal balcone questi Apicella della contestazione (invece che del potere) che non sanno che cantare i vizi  e gli stereotipi dell’uomo stando al passo dei tempi, per intrattenerci mentre una Nicole Minetti da circolo Arci si passa Falce e Martello (e non crocifisso) tra le tette, e c’è anche la nipote di Lenin (e non di Mubarak) a fumarsi una canna nel parcheggio (e non a spogliarsi nel lettone di Putin), Lenin perchè Goodbye Lenin è un bel film, lo davano ieri su Sky, e non perchè Lenin era colui che disse: “Non giocare mai con l’insurrezione. Ma quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo” (che poi io non sono per niente d’accordo sul “mai”, il problema è che qui siamo davanti a un “sempre”).

Ed ora cinque motivi per smettere di ascoltare la vostra musica di merda.
1. I vostri gusti fanno schifo, così come voi, ma potete ancora salvarvi
2. Magari ci spendete anche dei soldi, tra dischi e concerti
3. La musica che ascoltate è ciò che siete, abbiate più cura di voi stessi
4. La musica non è un confessionale nè un album Panini della contemporaneità. Anzi,  tende all’eterno
5. Vi state perdendo della roba così. “Astral Weeks” può tutto, anche restituire l’udito ai sordi (ed in fondo questa lista non è che una scusa per metterla qua sotto,  che poi per me potete ascoltare un po’ quello che vi pare, se rimanete della vostra idea mi basterà smettere di frequentarvi):

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4ech6pZoBJ4[/youtube]

PS: non ho mai usato il neretto perchè credo sia un incentivo alla pigrizia del lettore, ma ho ritenuto adatto al livello di disponibilità all’approfondimento di coloro a cui è rivolta il mio atto di pietà, inserire un supporto visivo per favorire lo zapping contestato nonchè unica modalità d’interazioni con essi, almeno sino ad ora (Vi voglio raggiungere e correggere con Van Morrison. Dal cane di Pavlov a “Astral Weeks”…e poi dicono che la scienza non fa progressi!). La generazione zapping, vi chiameranno. Puah.

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