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A noi piace lungo: Un prolisso reportage dal Primavera Sound 2014 – Day 1

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Ci sono convergenze cosmiche che portano una secchiata di band/ensemble/solisti a ritrovarsi tutti assieme in un unico posto. Le stesse convergenze cosmiche che portano due dei nostri scribacchini a trovarsi nello stesso identico luogo in cui si trovano quei musicisti di cui sopra. Stiamo parlando del Primavera Sound Festival di Barcellona. Anno 2014. E questo è ciò che vi è accaduto.

Reportage a quattro mani a cura di Simona Strano e Fabio Marco Ferragatta.

(28 Maggio – Day Zero)

Simona:

Gli acts più pop vengono concentrati nella serata gratuita inaugurale del festival, mercoledi 28.
Sono i Temples ad aprire le danze insieme a Stromae e Sky Ferreira, e gli show vengono comunque ritardati di mezz’ora a causa della pioggia battente.
Ah, io sono un po’ snob e dunque non mi sono presentata al Forum per i suddetti concerti.
Il mio è solo dovere di cronaca. Insomma: gli altri si inzuppavano e io bevevo birra e cucinavo pasta al sugo per tutti, all’asciutto dell’appartamento di Comte d’Urgell.

Alle 21.30 inauguro finalmente questa edizione del festival al grazioso teatro BARTS con gli olandesi The Ex. Tra stage diving e scambi di sputi tra pubblico e band (che sembrano aver preso la Delorean per arrivare a Barça direttamente dagli anni d’oro del punk) mi viene solo da pensare a tre cose:
1. le corde giganti della chitarra baritono di Andy Moor;
2. Katherina Bornefeld è una signora compostissima mentre suona la batteria.
Che suoni punk è solo un dettaglio;
3. i musicisti sul palco avevano tutti l’età dei miei;
Tutto prende una piega assolutamente divertente, provo empatica ammirazione per band e pubblico. Anche per quelli con il taglio di capelli Chelsea che non vedevo da secoli in giro.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=d6dJNdII8qM[/youtube]

Sono le 22.50 quando gli Shellac arrivano sul palco. Si alza il sipario e loro sono lì, immobili. Guardano il pubblico per degli interminabili secondi. E poi, prevedibile, arriva l’esplosione.
Purtroppo, scopriamo che, ancora una volta, l’organizzazione del Primavera pecca un po’ nell’ambito dei concerti in door (lo scorso anno vi erano problemi per gli ingressi all’Auditori Rockdelux del Forum, fortunatamente stavolta del tutto risolti) causando una sorta di rivolta popolare: a coloro che erano usciti per pochi secondi, con regolare timbro, infatti, senza essere avvisati dalla security, veniva negato l’ingresso fino alla fine del live. Un controsenso, considerata la mole di spettatori impossibilitata a recuperare anche i propri oggetti personali dal guardaroba.
Anche molti addetti stampa restano fuori. Inoltre, è possibile acquistare da bere solo cambiando gli euro in speciali token utilizzabili solamente in loco. Alla fine, un ridotto numero di persone riesce (dopo varie discussioni) a rientrare solo quando gli Shellac sono già alla quinta o sesta canzone.
Io, con orgoglio, sono già da molto tempo con le chiappe ben salde su una poltrona dalla posizione ottimale che mi fa stare quasi sul palco, coraggiosamente pronta a non cedere il passo neanche sotto tortura.

Così facendo mi godo un impeccabile Steve Albini nella sua divisa di sempre: jeans strappati sulle ginocchia, maglia nera, chitarra appesa ad altezza cintura.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=_RFBGCTUQ0o [/youtube]

Insomma, il solito ragioniere che però nel fine settimana si trasforma in una macchina da guerra. Bob Weston e il mitico Todd Stanford Trainer chiudono perfettamente il cerchio.
E non solo metaforicamente.
Eccoli tutti e tre attorno alla batteria: la suonano in contemporanea, i piatti vibrano senza sosta.
Todd inscena un rito quasi religioso con un rullante a pochi centimetri dalla testa degli spettatori, le bacchette volano via e con un balzo è di nuovo dietro la batteria.
Da lì in poi è tutto uno strano crescendo, un lentissimo – quasi doloroso – mastodontico crescendo: arrivare all’interminabile The End Of Radio è inevitabile quanto necessario.
La batteria viene smontata, come da tradizione da Albini e Weston mentre Stanford Trainer continua a suonare su un set ridotto all’osso. Il live finisce e restano solo le considerazioni: essere minimalisti è una cosa, fare musica che piaccia è un’altra… ma essere dei geni è ben diverso.
Il gusto, la pulizia dell’esecuzione, l’atteggiamento e la presenza sul palco fanno di ogni live degli Shellac una celebrazione mistica.
Dopo un’ora di live, ne prendiamo e ne mangiamo tutti, ipnotizzati. “Can you hear me now?”

La trance provocata dagli Shellac ci fa perdere tempo e, quindi, dopo una lunga fila dall’altra parte della strada, non riusciamo (tristemente) a vedere i Brian Jonestown Massacre.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=OzFgTf3zytU [/youtube]

Il lato negativo dei festival è sempre quello di dover scendere a compromessi. Lo sappiamo.
Piove ancora un po’ e il clima di Barcelona non ci sarà amico in questi giorni.
Sono le 2 passate, nell’attesa abbiamo esaurito il repertorio di musica italiana trash e la fila per Har Mar Superstar si è riformata troppo velocemente. Saltiamo la Sala Apolo a pié pari ed eccoci già sul taxi verso casa.


(29 Maggio – Day 1)

Fabio:

É una questione di cuore. Partiamo dal fondo, perché no? Quando si spengono le ultime note di “Hurt” e Trent Reznor saluta il pubblico la mia Primavera volge al termine. La canzone perfetta per la fine di qualcosa, per il ritorno a casa, un ritorno lungo ed estenuante. Perfetto sentirla risuonare in testa mentre si dorme per terra in aeroporto o mentre, sul taxi che ci sta riportando verso quest’ultima meta, vediamo le camionette della polizia dirigersi verso lo sgombero di una casa occupata (ne sono rimaste davvero pochissime ci dice con rammarico il nostro tassista-rapper). E proprio nella sala d’aspetto prima dell’imbarco sull’aereo che ci avrebbe riportato alla nostra grigia realtà vedere il notiziario locale e scoprire che il male (perché questo è, posizioni politiche specifiche o meno) ha nuovamente trionfato, lasciando dietro di sé vuoto e fiamme.
Sono i grandi controsensi di questi anni di nuovo piombo, un piombo che ricopre gli spazi liberi e non lascia respirare. Controsensi che fanno coesistere sgomberi coatti di spazi liberi ed eventi come il Primavera Sound Festival. Barcellona come l’Italia? Non proprio. Noi festival così non ne abbiamo. Ma torniamo all’inizio. O un po’ dopo, vi risparmio gli accadimenti precedenti all’entrata al festival (magari accennerei al piccolo ensemble di strada che sul treno dall’aeroporto al centro città strimpella, con le palle di chi sa farlo, classici jazz che levati..).
Entrare al Parc del Fórum e trovarsi davanti all’immensità dei suoi palchi e ad un pannello fotovoltaico grande come un palazzo non è roba da poco. File di banchetti carichi di dischi, magliette, stampe e amenità di ogni tipo rompono in due il cammino dall’entrata agli stage. Qualcosa in cui perdersi ancor prima di donare le proprie orecchie a ciò che sentiremo.
Il nostro viaggio inizia con i The Ex sul palco di ATP, sono le 19.30 di giovedì 29 maggio e, dopo un lavetto estivo come si deve, splende il sole alto nel cielo i cui raggi lottano con le stilettate elettriche del quartetto olandese, carico come non mai nonostante abbia suonato la sera prima in qualche altro luogo della città. Arnold de Boer salta come un ossesso e incunea note su storture su note su delirio senza pietà con la sua fida Telecaster, Moor e Hessels si fanno sentire con le loro bordate baritone (tre ore per capire se la chitarra di Moor sia una Jaguar baritona o un Bass X, discorsi da nerd, discorsi malati) mentre Katherina da dietro le pelli fa ballare e si sgola come non ci fosse un domani.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=tl9SSYmBVKM[/youtube]

Il repertorio pesca da un po’ ovunque ma lascia parecchi spazi ad “Enormous Door” del 2013, ad un brano nuovo nuovo e a “Catch My Shoe”, ed è proprio durante le bordate sanguinolente di “Maybe I Was The Pilot” che anche la mia testa prende il volo. Concerto senza posa, questo è punk (anche se non lo è davvero) non certe stronzate che ho sentito ultimamente che spaccian la loro musica per punk quando invece è solo “yawn”.
Ma basta, è ora di spostarsi all’Auditori Rockdelux. Posto enorme (abbiamo calcolato 3600 posti a sedere. No davvero li abbiamo contati), poltrone comode che levati e strumenti pronti sul palco per accogliere la Sun Ra Arkestra. Bava alla bocca quando entrano i 16 elementi che compongono l’orchestra dello spazio, vestiti di pallette, cappelli assurdi, classe da vendere. Fa spavento come si muovono sulle note delle composizioni del Maestro, quanto ancora sembra che ci sia proprio lui a dirigerli, quanto sia pazzo Michael Ray mentre balla, si dimena, fa la ruota e al microfono dice “one hundred years of Sun Ra”. E questi cento anni fanno (quasi) capolino nei novanta di Marshall Allen, sassofono alto e folle di questo folle ensemble, che su temi dilatati svisa come un pazzoide manco fosse John Zorn in acido, si muove e talvolta canta anche al fianco di una Tara Middleton che ci delizia con carezze vocali e follie al violino. Allo zenit della performance l’happy mantra di “Space Is The Place” ma ancora più in alto (e fanculo allo zenit) quando i fiati scendono dal palco per suonare in mezzo alla gente, per suonare una parte del tema per ogni singolo spettatore, solo per le nostre orecchie profane, e lì succede qualcosa dentro ognuno di noi, un qualcosa che scatta e che ci fa alzare in piedi a battere le mani e ci fa ballare, impazziti d’amore per questa cosa che non è più jazz ma musica senza confine.
“E siamo solo al secondo cazzo di concerto”, questo è il pensiero che serpeggia nella testa mia e dei miei due compagni di avventura mentre ci facciamo una bella scarpinata di 10 minuti per raggiungere il palco Sony su cui si sta già esibendo in tutta la sua straniante bellezza St.Vincent. Minimalismo e ferocia pop compongono la creatura di Annie Clarke che imbraccia la sua chitarra e la violenta con decisione mentre sciorina i pezzi del suo ultimo sfavillante disco, non sta mai ferma pur rimanendo immobile, sale su una pedana e diventa una statua pregna di follia e poi si accascia, cade e durante il buio torna a devastare la sua sei corde e per finire si concede un balletto al limite del ridicolo con l’addetta a synth e seconda chitarra. Lascia tutti di stucco strappa al mio chitarrista parole forti “ora so come si sentiva la gente quando ascoltava Jimi Hendrix”. Forti ma vere. Questo è St.Vincent.

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Ci spostiamo indietro verso il palco Heineken, la notte è ormai calata ed è l’ora giusta per i Queens Of The Stone Age. Apro una parentesi: a me questi sono piaciuti fino a “Lullabies To Paralyze”, e neanche tutto quest’ultimo disco. Da lì in poi mi sono augurato la piantassero una volta per tutte. Però la curiosità di vederli dal vivo ce l’ho sempre avuta. Accontentato. Salgono sul palco, sbruffoni come pochi, e attaccano con una “Millionaire” che fa cadere i coglioni. Scusa Josh, ma questa non la devi proprio cantare tu. Scaletta ricca mi ci ficco? Manco per il cazzo. Arriva “No One Knows”, e un po’ qualcosa mi s’accende dentro, sarà che ‘sto pezzo funziona sempre. A “Burn The Witch” la fiammella ancora regge. Poi dopo questa partenza a cannone arrivano i pezzi nuovi e i modi di fare di Homme mi scassano definitivamente il cazzo. La scena del rude uomo del deserto, quando pigli tutti ‘sti cazzo di soldi, mi ha strarotto le palle. Timbrare il cartellino quando si suona davanti ad un oceano di persone è proprio roba da stronzi. Ora puoi venire a picchiarmi, ma io non ti vengo più a vedere comunque.
A fare da contraltare alla rockstaritudine dei QOTSA abbiamo uno che rude lo è per davvero e non per finta: Steve Albini e i suoi Shellac fanno tremare le assi del palco ATP, sembrano dei ragazzini, invece no, e hanno dei suoni che fanno spavento. Anche i pantaloni di Bob Weston fanno paura (rossi e brutti, e infatti qualcuno dal pubblico gli chiede perché se li sia messi e lui risponde “perché voi vi siete messi quei tristi pantaloni blu e neri? I miei portano allegria”), ma il suo basso incute più timore, un treno di piombo che fa coppia con le mazzate assurde di Trainer che sembra stare assieme grazie alla colla e invece è una drum machine infernale e a “Steady As She Goes” si può far che piantare la testa nel terreno e tirarla fuori solo per vedere Weston che mima l’aeroplanino a mò di Montella in giro per il palco durante “Wingwalker”.
A chiudere il cerchio del mio primo giorno arrivano i Touché Amoré, disperati, incancreniti, bastardi e feroci, suonano alle due meno un quarto ma sembra che sian le nove di sera tanta la fotta che li pervade.

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Mentre suonano uno dei miei sodali torna dagli Arcade Fire e dice “porca troia sembravano gli Human League”. Mi sembra sufficiente. Si torna in ostello.


Simona:

Il primo giorno ufficiale del Primavera Sound viene inaugurato alle 19.30 al Ray-Ban Unplugged con gli italiani C+C=Maxigross. Non possiamo proprio lamentarci, siamo ben rappresentati sin dall’inizio.
Arrivando al Parc del Forum, salta comunque subito all’occhio la metro non pienissima, anche se un lungo serpentone di gente in attesa di prendere i bracciali riempie l’ingresso.

Cena veloce, si passa per il Ray-Ban Stage (Antibalas appena arrivati sul palco, gente che balla in allegria) e inauguriamo l’Heineken Stage, uno dei palchi principali della manifestazione. Sul palco troviamo le fighissime Warpaint a set appena iniziato. Io dimentico completamente la mia eterosessualità per innamorarmi di Jenny Lee Lindberg.

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Subito, ecco arrivare la nota stonata dell’edizione: il pit dei palchi principali (Sony e Heineken) è infatti diviso in due parti, uno per i possessori di biglietti VIP e uno per tutti gli altri.
Chiaramente, il numero di VIP è minore dei possessori di normali biglietti che si ritrovano almeno il 50% in più di possibilità negate di poter stare davanti, mentre il pit riservato risulterà nei tre giorni (anche in presenza di grandi headliner) spesso semivuoto o, comunque, pieno di gente annoiata che chiacchiera disinteressata ai live, come se si trovassero lì quasi per caso.
In tutto ciò, la sicurezza, un po’ rude, non riesce a spiegare il meccanismo se non in modo sbrigativo e in spagnolo, lasciando quasi tutti gli anglofoni senza capire nulla di cosa stia succedendo veramente.
Quasi alla fine del live, quando ci fanno entrare, capiamo che è possibile entrare anche con i bracciali normali. O forse no. Restiamo col dubbio.
Dopo quasi un’ora di live, le quattro losangeline regalano al pubblico la cover di Ashes to Ashes di David Bowie. Il pubblico che fino ad allora partecipava silenziosamente, inizia a cantare. Qualcuno si abbraccia anche.
Dopo una manciata di minuti, ecco arrivare la security. Ci fanno tutti uscire, VIP compresi. Misteri.

A quel punto, per me, è questione di vita o di morte: sono le 21.40.
Alle 23 saliranno sul palco i Queens Of The Stone Age. Corriamo forsennatamente per circumnavigare pit, transenne e torretta dell’impianto. Raggiungiamo la prima fila e da lì non ci muoveremo per le successive due ore. Pensate quello che volete: Josh Homme era necessario vederlo a distanza ravvicinata o tutta la mia adolescenza sarebbe stata vana.
In pieno relax, nell’attesa, vediamo e sentiamo chiaramente tutto il live di St. Vincent dal palco Sony, montato esattamente di fronte al nostro. Probabilmente un po’ sottotono all’inizio con Rattlesnake, esegue un’ottima Digital Witness e da lì è tutta una discesa: la vedo sui maxischermi mentre sprizza figaggine da tutti i pori. Diciamocelo: vorrei tanto essere come lei ma, per questa vita, posso al massimo ambire ad avere i capelli di colori improbabili come i suoi. E basta. Nonostante lei mi piaccia tantissimo e abbia amato il suo album, non resto comunque pienamente ammaliata dalla performance ma penso solo che lì davanti sarebbe stata una cosa completamente diversa. My bad, decisamente. Con Bring Me Your Loves chiude il live.
In tutta onestà, ho un po’ di istinti omicidi per una tizia vestita da Julie Andrews/Suor Maria in “Tutti Insieme Appassionatamente” che si trova accanto a me. Poi mi accorgo solo che è una dei pochi hipster esageratamente modaioli sopravvissuti all’ecatombe di questa edizione, mi sento in colpa per aver voluto infierire e mi dedico ad aspettare impaziente l’inizio del live.

Dopo pochissimi minuti, i Queens Of The Stone Age arrivano sul palco.
Mi limiterò a riportare i fatti, le azioni, le opere (non le omissioni): […]Millionaire; No One Knows; My God is the Sun; Burn the Witch; Smooth Sailing; In My Head; Feel Good Hit of the Summer; …Like Clockwork; If I Had a Tail; Little Sister; Fairweather Friends; Make it Wit Chu; I Sat by the Ocean; Sick, Sick, Sick; Go With The Flow; una interminabile A Song for the Dead.
Finito il live, avevo solo l’inspiegabile necessità di fumare 56 sigarette. Probabilmente il buon Joshua viene pagato dalle lobby del tabacco, chissà.
Fallisco platealmente nell’appropriarmi di qualche oggetto Hommiano che potrebbe, nel futuro, permettere di clonarmelo in casa e tristemente me ne vado. Nel frattempo, capisco che chi è stato deluso da …Like Clockwork forse dovrebbe ascoltarlo live e rivalutarlo, fuori dai canoni di una registrazione patinata da studio desertico. Chissà.

Nel frattempo, inizia il live degli Arcade Fire al palco di fronte. Io, francamente me ne infischio. Vedo roba fluo sul palco e già mi basta.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=W4n5HrfnQrs [/youtube]

Vado gioiosamente in bagno a tempo di Reflektor (e sappiate che quest’anno non c’erano file interminabili! Tutto gestito perfettamente. Commozione a palate), prendo l’ennesima birra, accenno dei saltelli scemi su Neighborhood #3 facendo subito finta che Reflektor non sia mai esistito e vado al Ray-Ban Stage a vedere James Brown.. no. Ok. Era Charles Bradley.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4j9vDU3dug0[/youtube]

Sentiamo iniziare il set targato Moderat al palco ATP (ex Primavera Stage) e lì, alle 3, ce ne torniamo a casa. Spaghettata notturna e la giornata si chiude in modo più che soddisfacente.

(…continua…)

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