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BIOGRAFILM FESTIVAL – 10 Years Celebrating Lives: Day 1 (Venerdì 6 Giugno 2014)

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Per chi studia a Bologna l’arrivo dell’estate ha dei sintomi precisi: l’angoscia della sessione degli esami di Giugno, andare a fare l’amore ai Giardini Margherita (che per gli sfortunati si traduce in andare a spiare chi fa l’amore ai Giardini Margherita), fumarsi le canne giocando a fare i fachiri sui vetri di piazza Verdi di notte, e tante altre cose che il sottoscritto non fa più perché ha smesso di pagare le tasse all’Unibo. Ma l’arrivo dell’estate a Bologna significa anche Biografilm Festival.

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Versione rimpicciolita, più casareccia, più eco-friendly e human-friendly dei fratelloni maggiori come il Festival di Venezia o Roma, il Biografilm è una piacevole dieci giorni dedicati ad anteprime nazionali e internazionali di film sulle vite. Che siano fiction, biopic, documentari, i 101 film di quest’anno raccontano esistenze perdute, ritrovate, di leggende e di sconosciuti che hanno lasciato il segno.
Un consiglio spassionato per chi vive da queste parti, tra Bologna e l’Emilia: fate un salto, anche solo un giorno, ne può valere la pena.
Non avendo il potere dell’ubiquità, del mucchione di film in cartello ne vedrò molti meno. E ve ne recensirò solo alcuni. E’ deprimente, lo so. Ma fa caldo, il tedio estivo ha le forme di una ragnatela di umidità che si appiccica addosso alle tre di pomeriggio e se ne va solamente la mattina dopo. Tra un film e l’altro ho bisogno di fermarmi per una birra. E poi in sala c’è l’aria condizionata e se faccio troppe volte fuori-dentro è sicuro che mi becco il raffreddore.

Finding Vivian Maier
(USA/2013/83′) di John Maloof, Charlie Siskel

findingvivianmaierLa sala è mezza vuota per la prima di Finding Vivian Maier, ed è un peccato, perché questo documentario si è rivelato una piacevole sorpresa. Storia allucinante quella di Vivian Maier, che fino al 2009, anno della sua morte, era una perfetta sconosciuta. Una vita a fare la tata a Chicago, dagli anni cinquanta ai primi anni novanta, morta in solitudine e povertà, passando gli ultimi giorni della sua esistenza su una panchina a mangiare carne in scatoletta come una barbona qualsiasi. Tipica storia americana, direte voi. Più o meno, perchè proprio nel periodo della morte di Vivian, uno sborone con la passione per la fotografia, John Maloof, compra ad un asta oltre centomila negativi e rullini appartenuti alla Maier.
John Maloof è un collezionista, uno storico, ed in quei giorni stava raccogliendo materiale per scrivere su di un quartiere di Chicago. Chiamala botta di culo se vuoi, chiamalo senso artistico, ma Maloof in quelle foto ci vede un’artista. Nel giro di due anni le 150.000 foto di Vivian Maier riempiono le galleria d’America e d’Europa. Ritratti per lo più di Chicago e New York e delle loro strade affollate ed eterogenee, i quartieri popolari, gli slums, ricolmi di barboni menomati, ubriaconi, hobo, oscurità fotografata in potenti immagini in bianco e nero. John Maloof diventa milionario e decide di girare un documentario su come la sua ricerca del Santo Graal abbia riportato non solo alla luce la geniale e spontanea arte della Maier, ma anche i lati più oscuri di una personalità ossessivo-compulsiva. Ed è proprio lì l’ottimo lavoro compiuto dai due registi, che hanno ricostruito, tramite interviste ai vecchi datori di lavoro ed ai bambini con i quali Vivian lavorò, ormai divenuti adulti, un personaggio tra il genio e la pazzia pura. Prendete un quarto di Mary Poppins, un quarto di Stanley Kubrick, un altro della Annie Wilkes di Misery non deve morire ed un tocchetto di quello stile tipico del KGB e fondetelo in una persona sola: proprio lei, Vivian Maier.
Vi bastino un paio di aneddoti: era una collezionatrice di quotidiani. Non ne buttava nemmeno uno, e ci riempiva le camere nelle quali viveva. Nel documentario viene mostrato il pavimento di una delle camere che stava letteralmente cedendo a causa del peso dei quotidiani, che formavano pile e pile che toccavano il soffitto.
E con i bambini non era sempre rosa e fiori. Passava da momenti di cordialità e amore che si intervallavano a momenti di crudeltà pura. Per non parlare del fatto che cambiasse nome, utilizzasse un finto accento francese, e si comportasse come una vera e propria spia.
Personaggio complesso e misterioso, tenero ed odioso al contempo, ed il lavoro di John Maloof e Charlie Siskle (già produttore di Bowling a Columbine) riesce a ritrarlo senza finti buonismi ed ipocrisie, con entrambe le facce di una personalità che, se non fosse stata così incredibilmente chiusa e repressa, avrebbe potuto cambiare la fotografia del Novecento.

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Jimi – All Is By My Side
(Regno Unito/2013/118′) di John Ridley

arton9572-ee683Sono andato a vedere questo film con un’amica, e quando ci siamo seduti in sala eravamo convinti che ci saremmo ritrovati a guardare un documentario su Jimi Hendrix. Mica un film biografico. Ok, dice tanto sull’attenzione media dello spettatore del Biografilm e sulla mia incapacità di informarmi anche quando dovrei, ma la realtà dei fatti è che sul momento son stato colto dalla scoperta dell’acqua calda. “Ah, ma questo è il film di John Ridley, lo sceneggiatore premio Oscar di 12 Anni Schiavo!” Dove, ad interpretare Jimi Hendrix, c’è Andrè 3000, il cantante degli Outkast.
Breve premessa. A presentare il film era presente, come ospite, Danny Bramson. L’uomo che ha collaborato per anni con Cameron Crowe come supervisionatore di colonne sonore e nel caso di All is my mi side produttore, si presenta sul palco con quel fascino tipico degli anglosassoni: imponente, bolzo, con l’impressione di essersi fatto un cocktail di sonniferi e alcool e sia sulla via della dormita. Danny Bramson non è un fan dei biopic, ma di fronte la sceneggiatura di John Ridley si è arreso. D’altronde Ridley è uno dalla scrittura potente, lucida. Novelist e sceneggiatore da ormai vent’ anni (U-Turn, Three Kings).
Un buon critico cinematografico non dovrebbe mai e poi mai scrivere delle interpretazioni di un attore, della sua bravura o della sua cagnezza. Ma io non son un buon critico, e non posso non parlare della piacevole sorpresa: Andrè si è dimostrato straoardinario, per buona parte del film ti dimentichi che quello nello schermo non sia il vero Jimi Hendrix. Una somiglianza sbalorditiva, fisica ma anche comportamentale, nella risata, nei tic, nel movimento dei muscoli facciali e nel suonare la chitarra.
E’ un biopic incompleto, nel senso, tratta solo un breve ma importante periodo della vita di Hendrix. E’ il 1966, in un localaccio di New York Linda Keith, bellissima modella, esperta musicale e fidanzata di Keith Richards sta bevendo un drink con un paio di amici e rimane attratta dal chitarrista della band sul palchetto. E’ lo storico incontro trai due, che porterà Jimi a Londra, sotto l’ala di Chas Chandler, (ex) bassista dei The Animals alla sua prima esperienza da manager.
E poi è un biopic insolito. Ha tutti i clichè del genere, l’estrema mitizzazione di quegli anni irripetibili, e una narrazione su dei personaggi del genere è sempre a calcare la linea della figura borderline sul genio incapace di amare, angeli e demoni dell’umano comportarsi. Ma John Ridley, o chi per lui, grazie ad un montaggio veloce, quasi frenetico, di fuori sincrono, con ipnotici ed a volte disturbanti passaggi volutamente imperfetti, rappresenta con un ottimo escamotage tecnico la bacatissima mente di Jimi Hendrix. Non solo chitarrista, ma anche, per quanto intellettualmente povero, pastore dell’amore universale, hippie potente ed imperfetto, filosofo mancato .D’altronde, lo dice più di una volta nel film, Bob Dylan era il suo idolo musicale, e forse non solo per il taglio di capelli che imitava.
Jimi Hendrix è una bomba ad orologeria, dove lo metti le cose scoppiano. Linda Keith ci perde il cuore a stargli dietro, Katy Etchingam ci perde il cuore e si becca pure dei lividi. Rivoluzionario senza bandiere razziali, esplicativa la scena dell’incontro con Michael X, attivista dei diritti civili per i neri dalla vita confusa e finita tragicamente.
Il film si conclude con l’arrivo della Jimi Hendrix Experience a Monterrey, è l 1967 e la storia era ad un passo per trasformarlo in un Dio.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=qLPTaIbbB50[/youtube]

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