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A noi piace lungo: Un prolisso reportage dal Primavera Sound 2014 – Day 3

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Ci sono convergenze cosmiche che portano una secchiata di band/ensemble/solisti a ritrovarsi tutti assieme in un unico posto. Le stesse convergenze cosmiche che portano due dei nostri scribacchini a trovarsi nello stesso identico luogo in cui si trovano quei musicisti di cui sopra. Stiamo parlando del Primavera Sound Festival di Barcellona. Anno 2014. E questo è ciò che vi è accaduto.

Reportage a quattro mani a cura di Simona Strano Fabio Marco Ferragatta.

(31 Maggio – Day 3)

Simona:

L’ultimo giorno del festival inizia con una notizia che ci delude: il live dei Pizza Underground, band di Macauley Culkin, è stato cancellato. Pensiamo subito alla motivazione più ovvia: avrà perso l’aereo. Poi ci pensiamo razionalmente un attimo e arriviamo alla conclusione ancora più ovvia: è schiattato nei camerini. In realtà così non è: la band pare si sia sciolta proprio il giorno prima, cancellando tutto il tour.
Addio, Macauley. Mi hai illusa. Il mio sogno di urlarti “KEVIIIIIIIN” non si avvererà mai, non potrò rinfacciarlo a mio fratello e io ti odio per questo.

Tornando a noi, i Television portano sul palco Sony tutto Marquee Moon: tutto molto bello, la gente è contenta. Loro sono carinissimi anche se Tom Verlaine sembra un po’ un cacacazzo mentre si lamenta coi fonici. Ma suvvia. È Tom Verlaine. Ha fatto la storia. Non puoi dirgli proprio niente. Poi ‘sti Television suonano ancora proprio bene.

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Ma io sono principalmente figliola degli anni ’90 e, quindi, vado dall’altra parte del forum a beccare i Superchunk. La voce di Mac McCaughan è sempre quella di un ragazzino e nell’impeto di saltare dritta nel 1995, lancio via borsa e giacca. Divertenti, piacevoli, cazzoni quanto basta. Ringrazio mentalmente Mac per il buon lavoro con la Merge Records e vado a cena tutta contenta. Neanche il tempo di dare sfogo alla mia sindrome bipolare che si torna all’ATP per i Godspeed You! Black Emperor. 5 brani per due ore di live.
Hope Drone è l’inizio della fine, con una introduzione volutamente allungata che sembra portare il brano sempre più lontano, rendendo irraggiungibile qualsiasi appiglio di salvezza.
Show non adatto ai deboli di cuore e anima. Forse sono un po’ morta dentro anche io.

Ci rimettiamo un attimo in sesto e via di nuovo al Sony stage. Tre parole bastano: Nine Inch Nails. Che qualcuno fermi Trent Reznor prima che lui fermi l’umanità tutta sotto strati e strati di effetti.
Macchine umane, robot mutanti: questi sono i NIN. Il terreno vibra copiosamente e l’insieme di scenografia, muscolazzi Reznoniani e bassi portano il pubblico al centro dell’inferno. Catastroficamente grandiosi. Sono abbastanza curiosa a riguardo ma credo siano la band col cachet più alto presente al PS 2014. Un azzardo che non delude. Il forum è molto più pieno e i fan che indossano le maglie dei NIN sono praticamente ovunque. Un’invasione. Che nessuno si azzardi a dire che i loro album sono sovraprodotti. Lì sul palco c’è così tanta genialità da non far sembrare il live un live. Fedelissimi.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=jIl0_m1p6-U[/youtube]

Torniamo all’ATP, palco che ci ha ormai adottati, per gli immancabili Mogwai, in formazione completa con tanto di Luke Sutherland. Sul palco campeggia una bandiera della Catalogna e molti spettatori scozzesi tirano fuori le loro bandiere.
Segno del destino: mi trovo in borsa un pupazzo di Gizmo, proprio il mogwai del film. A caldo, il mio commento è uno solo: se i dipinti di Turner fossero musica, sarebbero quella dei Mogwai. Viscerale sublime romantico.
Parte Mogwai Fear Satan e passo oltre 10 minuti con gli occhi chiusi per poi riaprirli, nuovamente, in lacrime per la terza volta durante questo festival.
Ecco uno dei tanti motivi per cui io a Barcelona non dovrei andare. Ma ci vado ugualmente.
We’re No Here è la chiusura azzeccatissima.

Altra capatina all’area RBMA Radio e via al Pitchfork stage per l’ultimo concerto del Primavera Sound 2014: Black Lips. Umanamente fantastici (avevo avuto il piacere di lavorare con loro proprio lo scorso anno), si presentano sul palco con il nome scritto con una bomboletta spray su due lenzuoli attaccati in maniera precaria come background. Sono poco più di 50 intensi minuti di punk e garage ormai dimenticato quasi ovunque.
E poi volete mettere la figata di sentire live una delle canzoni della OST di Scott Pilgrim? Suvvia.

Il pubblico inizia a sfollare: i palchi inutilizzati da qualche ora sono già in fase di smontaggio. Sono ancora lì dentro e già inizia la nostalgia, nonostante ci siano ancora djset ovunque.
Uscire dal forum e andare verso la fermata El Maresme/Forum sembra quasi sfuggire da un’apocalisse, con zombie che invece di dire “brains” dicono “cerveza”.
Il letto, a questo punto, sembra un miraggio. Quasi come l’aereo che tra poche ore mi riporterà a casa.

Barcelona, tu mi hai veramente incasinato la vita. Ma io come faccio a non tornare ogni volta da te?


 

Fabio:

I risvegli sono sempre più difficoltosi, se aggiungiamo il fatto che le camerate degli ostelli proprio tranquille non sono. I nostri simpatici compagni di stanza del North Carolina (“a shithole” a detta loro) dimenticano in camera un cellulare che risuona Bob Marley senza posa. Decidiamo dunque di “contrastarne” l’effetto venefico mediante una musichina leggera: “Scars Of The Crucifix” dei Deicide fa al caso nostro.
Dopo una serie di allucinazioni di nudo femminile (non chiedetevi, non saprete) decidiamo dunque di farci il nostro solito giro per la città e successivamente recarci al porto dell’amore per assorbire tutta la musica dell’ultimo giorno. Come da copione, appena usciti dalla metropolitana, becchiamo il solito fottuto acquazzone, ormai un must delle nostre giornate, e ci fiondiamo all’Auditorium per iniettarci in vena una buonissima dose di Kronos Quartet. Il quartetto di San Francisco è impeccabile e così lo è l’esecuzione che lascia spazio alla follia e al core. Il primo vero balzo sulla sedia arriva quando David Harrington annuncia un brano di Omar Souleyman, un brano d’amore, così ci dice il violinista. Parte la base techno e c’è aria di deserto, i quattro si involano in una concatenazione di svisate bastarde sul tema. Secondo balzo sulla comodissima poltroncina (molto comoda per i miei colleghi che, ad esempio durante la performance di mr. Harvey, se la sono ronfata alla grande) giunge con la composizione “Death To Kosmische” scritta dalla canadese Nicole Lizée in cui, nelle parti da solista, ogni componente dell’ensemble brandiva, anziché il proprio strumento, una qualche amenità elettronica (Harrington brandiva un godurioso Thingamagoop) che si incastrava alla perferzione in mezzo alle strutture classiche, comunque sempre sostenute da una base di drum machine e synth vari. E se piuttosto prescindibile la flebile composizione a firma Laurie Anderson chiamata “Flow”, enorme e monolitica è “Death Is The Road To Awe”, pezzo scritto da Clint Mansell per il film “The Fountain” e arrangiato in maniera splendida dal Kronos Quartet, qui proposto con esplosioni di energia senza senso, quando si aggiunge anche una chitarra distorta (purtroppo solo in base) il risultato è quello di sfondare il cuore.
Pausa sigaretta. Perché dopo cotanto sesso musicofilo mi piace fumare. Come è ormai consuetudine il nostro terzetto si divide: il solito compare che scompare va a vedersi i Television mentre io e il mio chitarraro rimaniamo per gustarci l’esibizione di Teho Teardo e del fido Blixa Bargeld.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=DhFFxU4tMg4[/youtube]

Sinceramente di sorbirmi Verlaine e imbalsamati rincoglioniti compari che stanno fermi immobili a suonare male un disco che in fondo brutto non è (“Marquee Moon” per intenderci) non ne ho voglia e, anche se ho già visto i due all’Alcatraz a Milano pochi mesi fa ho intenzione di godermi il concerto con un’acustica degna di questo nome.
Sul palco, as usual, al fianco dei nostri due scoppiati preferiti c’è Martina Bertoni e il suo nero violoncello pronto a sprigionare amore. Posizionate alle loro spalle otto sedie e altrettanti leggii, segno dell’imminente arrivo di un piccolo ensemble d’archi, il che fa aumentare la salivazione. Ma proprio mentre i nostri si apprestano ad attaccare il primo brano una bimbina alta poco e nulla corre sul palco e abbraccia la gamba del mastodonte tedesco, che sorride e prende a cantare come se non ci fosse un domani. Finito il brano ci dice che la piccolina nient’altri è che Anna Bargeld (o Hannah? Più facile quest’ipotesi), la sua figlioletta, a cui piace stare sul palco mentre il padre grida come un ossesso. Persino il mio cuore di cemento trova una breccia nel vedere questo matto col botto, avvezzo a suonare flessibili, a gridare come un malato e a sciorinare testi spaventosi, sorridere garrulo a questa bambina, a farle i versi tra un brano e l’altro, a mandare via il tizio della security che vuole portarla via da lì, a vederlo spettinato proprio dalla creaturina. Tutto molto bello e così parte “Mi Scusi”, e noi italiani ce la godiamo, qualcuno canticchia, solite risatine di rito durante la frase “le gambe mi fanno Giacomo Giacomo” che poi risulta Ciacomo Ciacomo, ma poco importa, è bellissimo lo stesso. Sempre esilarante sentire come ha scritto la parte della “foresta di antenne” di “Come Up And See Me”, ossia sulla terrazza del suo albergo a Roma come un bell’Aperol Spritz in mano. Bravo Blixa. Un Teho Teardo in forma smagliante si dimena mentre costruisce le fondamenta dei brani, divelgendo il suono della sua fida Jaguar e tramutandolo in qualcos’altro. Il momento da noi tanto atteso arriva: entra un’ottetto d’archi e comincia a dare man forte a Martina e, proprio quando pensavi che le gag non potessero migliorare, arriva la presentazione di “A Quiet Life” (io non aspettavo altro che quella) in cui Blixa spiega che è la prima canzone composta assieme a Teho e che è tratta da un film italo-tedesco chiamato “Una vita tranquilla”, noi italiani ci prendiamo bene e battiamo le nostre belle manine con qualche schiamazzo e, molto scettico, mr. Neubauten si gira e dice nel suo algido inglese “non credo l’abbiate visto”, e ci fa una bella sinossi del film in cui traspare il suo scetticismo nei confronti della pellicola. Il pezzo ci spacca comunque il culo in quattro.
Dopo la gustosa cover di “Alone With The Moon” Blixa annuncia che la prossima canzone è stata scritta da un artista che suona al Primavera. Tutti sospirano ma per chi ha ascoltato il nuovo EP “Spring” non sarà una sorpresa sapere che di lì a breve ci spareranno “The Empty Boat” di Caetano Veloso. Tanta roba signori.
I Television, assicura il nostro compare, sono stati impalati ma piuttosto bravini. Clap clap. Giunge il momento di andare a piazzarsi sulla collinetta erbosa dinnanzi al palco ATP, improvvisarsi novelli doctor Greenthumb e attendere l’ascesa della perfetta macchina dell’ansia, ossia i Godspeed You! Black Emperor. Non si fanno aspettare e alle 21.50 spaccate arriva un elicottero dronico mefistofelico che s’insinua nelle sinapsi, i nostri salgono sul palco, si siedono, e attaccano il disagio di “Hope Drone” seguita dalla devastanervi “Mladic”. Distorsioni a cannone e gelo senza compromessi, come se loro non fossero sul palco ma che la musica si autogenerasse da chissà quale cazzo di angolo nell’universo. Anche i maxischermi su cui passano le immagini delle band sono staccati per dare modo al pubblico di rimanere ipnotizzato dai visual che vengono proiettati sullo schermo alle spalle della allucinante compagine canadese. Dal canto mio indosso gli occhiali da sole e la mia testa gira senza posa. A un’ora e mezza di disastro sonoro, conclusa “Behemoth” i nostri prendono e se ne vanno senza un fiato. La timetable ci dava un’altra mezz’ora buona di concerto ma così non è stato e rimaniamo leggermente interdetti.
L’odore della fine è comunque vicino, e sono i Nine Inch Nails a scandirne il tempo. Sul palco Sony non troviamo il disastro di schermi che ha caratterizzato l’ultimo tour di Reznor e compagnia, ma comunque il gioco di luci è notevole e destabilizzante. Così come lo è il rutilante inizio con “Me, I’m Not”, la formazione a ‘sto giro è a quattro e al fianco di mr. Self Destruct troviamo Rubin, Cortini e l’immancabile Finck, sufficienti a spezzare le ossa. Ilan Rubin nello specifico, in assenza di Josh Eustis, si muove agilmente anche al basso, oltre che a scassare il cranio sulla batteria. La voce di Trent non è più la voce ferina di una volta, ma a 49 anni è una cosa che si può perdonare ad un frontman di questo tipo che, checché ne dicano alcune saputelle che a Milano hanno avuto il coraggio di dire “a Trent servirebbe un restyling”, tiene il palco come ne avesse 20 di anni, quindi zitte saputelline che poi arriva “Sanctified” e vi bagnate tutte. Quando parte “Copy Of A” la sensazione è che sia partito un rave sotto il cielo di Barcellona, un rave fatto di sangue e sinapsi totalmente andate. Così come la classica coppia di fucilate “March Of The Pigs” e “Piggy” e senza riprendere fiato “Gave Up” taglia la gola e Trent, chiuso nella sua giacca di pelle nera che sembra uscita dritta dritta dal 1989, brucia tutto in una tirata senza tregua fino all’assassinio uditivo che è “Head Like A Hole”.
E arrivati a questo punto tutti sappiamo cosa ci aspetta. E il mio racconto torna all’inizio. A quando le luci si stavano spegnendo, e la calma fluiva nelle vene e nelle orecchie di tutti noi. A quando la conclusiva “Hurt” risuonava nel mio corpo come se esso fosse cavo, svuotato dalla bellezza di una Primavera che, ora che sto scrivendo, già mi manca. Ma che spero ritorni. Dipende da quanto durerò qui.

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