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BIOGRAFILM FESTIVAL – 10 Years Celebrating Lives: Day 6-7-8

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Per chi studia a Bologna l’arrivo dell’estate ha dei sintomi precisi: l’angoscia della sessione degli esami di Giugno, andare a fare l’amore ai Giardini Margherita (che per gli sfortunati si traduce in andare a spiare chi fa l’amore ai Giardini Margherita), fumarsi le canne giocando a fare i fachiri sui vetri di piazza Verdi di notte, e tante altre cose che il sottoscritto non fa più perché ha smesso di pagare le tasse all’Unibo. Ma l’arrivo dell’estate a Bologna significa anche Biografilm Festival.

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Versione rimpicciolita, più casareccia, più eco-friendly e human-friendly dei fratelloni maggiori come il Festival di Venezia o Roma, il Biografilm è una piacevole dieci giorni dedicati ad anteprime nazionali e internazionali di film sulle vite. Che siano fiction, biopic, documentari, i 101 film di quest’anno raccontano esistenze perdute, ritrovate, di leggende e di sconosciuti che hanno lasciato il segno.
Un consiglio spassionato per chi vive da queste parti, tra Bologna e l’Emilia: fate un salto, anche solo un giorno, ne può valere la pena.
Non avendo il potere dell’ubiquità, del mucchione di film in cartello ne vedrò molti meno. E ve ne recensirò solo alcuni. E’ deprimente, lo so. Ma fa caldo, il tedio estivo ha le forme di una ragnatela di umidità che si appiccica addosso alle tre di pomeriggio e se ne va solamente la mattina dopo. Tra un film e l’altro ho bisogno di fermarmi per una birra. E poi in sala c’è l’aria condizionata e se faccio troppe volte fuori-dentro è sicuro che mi becco il raffreddore.


 

The Legend of Shorty
(USA,UK,Messico/2014/90′) di Angus McQueen

The_Legend_Of_Shorty_credit_E’ impossibile non ammirare l’impresa di Angus McQueen. “El Chapo”, cioè piccolo, “Shorty”, Joaquin Guzman, ovvero il criminale più ricercato dalle autorità federali dell’intero continente americano.
Angus McQueen fa qualcosa di difficile, quasi l’impresa: mettersi sulle tracce di un uomo tra divino e reale, tra Cristo e il Diavolo. La società messicana ha delle regole che stanno tra il mondo moderno ed il puro tribalismo, ed il documentario riesce a carpirne le sue paradossali conflittualità. Da una parte la consapevolezza di avere a che fare con una persona responsabile, come mandante, della morte di migliaia di persone, un trafficante di droga che ha costruito un impero che va, senza fare eufemismi, dalla Nuova Zelanda all’Europa. D’altro lato, l’assurda concezione che parte della popolazione messicana si è fatta di “El Chapo”, sul quale sono state scritte leggende, storie, resoconti e cronache innamorate. Trafficante di morte in nome della libertà, incarnazione dell’outlaw più estrema.
McQueen con grande ingegno riesce anche a fare aprire il fianco non solo alla polizia messicana, ma anche alla stessa DEA, che ha nominato Guzman “Nemico Pubblico No.1”, onore che era stato dato solo ad un certo Al Capone. Il regista fa notare, con l’utilizzo di interviste e di documentazioni, la probabilissima omertà ed oscuri giochi di potere, internazionali, ed economici, che tengono vivo e a piede libero il supercriminale.
Con l’aiuto di Guillermo Galdos il documentarista si imbarca in un viaggio che porta fin dentro il “cuore di tenebra” del Messico, il triangolo d’oro, cioè l’area di Sinaloa, Durango e Chihahuha. Dimenticate tutto il fascino dei sombreri e della birretta col limone. Quello è l’inferno del Cartello di Sinaloa, l’impero di di “El Chapo”. Con grande coraggio McQueen e Galdos riescono a trovare dei contatti nel Cartello, ad avvicinarsi sempre di più alla meta, addirittura intervistando la madre stessa del Chapo, a sentire, insomma, il suo alito sulle loro spalle. E lo fanno rischiando, forse, anche la pelle. Perché in quelle terre dimenticate dalla civiltà, i bambini crescono con il mito dell’eroe senza pietà in nome di un cameratismo mitico: El Chapo non è un uomo, è altro, non è un caso che la sua casa si trovi su un’altura chiamata “Paradiso”. Non è un dio maya, non è Cristo, non è Zorro, non è Al Capone, ma un po’ di loro è presente in una figura pregata come un santo dai contadini del triangolo.

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My Stuff
(FIN/ 2012/ 79’) di Petri Lukkainen

mystuff-e1363005146212Petri è un ragazzo che ha tutto nella vita. E’ un videomaker ed un fotografo di successo, vive in un appartamento pieno zeppo di comodità. Petri è uno di quei ragazzi che nella vita ce l’ha fatta.
Ma Petri viene lasciato dalla sua ragazza. Tra depressione post-relazionale e apatia di una vita perfetta, Lukkainen viene sommerso dalla quotidianità di un’esistenza fatta di comodità materiale. E allora nasce l ‘idea di un “downgrade”, di tornare a dei livelli primitivi ed essenziali. Lukkainen raccoglie TUTTI gli oggetti del proprio appartamento e li fa rinchiudere in un container lontano da casa. L’obiettivo è semplice, per un anno intero potrà prendere un solo oggetto per volta.
Da dove si parte? Da un cappotto, ovviamente, per non morire di freddo e coprirsi le nudità.
Il film in sé si basa su un’idea capace, immediata e amabile, pone le basi per un’appassionante percorso di meditazione e ricerca del sé perduto a casa della folle tesaurizzazione alla quale ci ha obbligati la società post-moderna. Eppure il documentario funziona a scatti. Un problema su tutti è la velocità con i quali i giorni passano, allo spettatore è praticamente, tranne che per i primi minuti, vietata la visione dei periodi più difficili del protagonista, cioè quelli senza biancheria intima, beni essenziali come un sapone per lavarsi, carta igienica, posate… Un vero peccato.
Anche i dialoghi ed il carisma di Petri sono precari. Scenette stereotipate (su tutte i dialoghi con la nonna, basati su banalità retoriche del tipo “Quando non avevamo niente si stava meglio”) sui quali si potrebbe chiudere un occhio, ma non sulla vita stessa di Petri, che viene totalmente nascosta nel documentario. Di un anno di vita, dei quali sei mesi effettivamente duri, non sappiamo praticamente nulla. L’impressione a volte, senza voler essere maliziosi, è che più di un documentario ci si trovi di fronte ad un mockumentary.

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Omaggio Lenny Abrahamson – What Richard Did
(Irlanda/2012/88′) di Lenny Abrahamson

51SEL52udAL._SY300_Lenny Abrahamson al Biografilm è la guest star del festival, attesissimo per il suo Frank, del quale potrete leggere più avanti. Come ad ogni Festival che si rispetti ne deriva una retrospettiva, del quale mi sono beccato il film precedente all’ultimo lavoro che ha come Fassbender protagonista, What Richard Did.
Richard, un ragazzo irlandese come tanti altri. Promessa del Rugby, intelligente, bello, di famiglia benestante e innamorato della sua neo-fidanzata.
Per la prima metà del film il regista ci descrive una vita adolescenziale, sullo sfondo della selvaggia Irlanda, meravigliosamente fotografata da David Grennan. La stortura nella vita di Richard, il cambiamento, avviene in una notte maledetta fuori Dublino. Detto chiaramente, la fidanzatina di Richard è un po’ zoccoletta e comincia a farsela con un suo vecchio spasimante. In realtà lo spettatore è incapace di capire se Richard sia stato tradito, ma la sceneggiatura è sapiente e lascia qualche traccia che sta a noi analizzare. Si diceva, in una notte maledetta fuori Dublino, scatta una rissa, ed il ragazzo con il quale la fidanzata di Richard pare avere una tresca viene massacrato di mazzate.
Il giorno dopo sui quotidiani locali la notizia della morte del ragazzo devasta Richard ed i suoi amici, che certamente non volevano ammazzarlo, ma dargli solo una “lezione”.
Il film cambia toni, si trasforma in un’angosciate monologo interiore del protagonista, devastato da lucidi sensi di colpa che prendono le forme di dolorose somatizzazioni, precisamente emicranie. L’analisi interiore però è, come dire, inutile. Manca la potenza dell’angoscia Bergmaniana, alla quale Abrahamson si rifà, ma uscendone mero scopiazzatore. Richard pare impazzire e perde la bussola, sfugge nella casa al mare, scopa una minorenne, e infine torna con Lara, la fidanzata, che, innamorata di lui, copre le indagini della polizia.
Di questo film non c’è molto altro da dire, e la visione di Frank, che avrei avuto da lì ad un giorno, cominciava dentro di me con le peggiori aspettative.

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