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Agalloch – The Serphent And The Sphere

2014 - Profound Lore Records
doom/black/metal

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Tracklist

1. Birth and Death of the Pillars of Creation
2. (Serpens Caput)
3. The Astral Dialogue
4. Dark Matter Gods
5. Celestial Effigy
6. Cor Serpentis (The Sphere)
7. Vales Beyond Dimension
8. Plateau of the Ages
9. (Serpens Cauda)

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In quanto a minutaggio estremo ci siamo: bravi Agalloch. Tra voi e gli Swans vi siete messi d’impegno per tenere occupato il tempo. E il tempo è una questione illogica quando si ascoltano dischi come i vostri.

I sessanta minuti di “The Serpent & The Sphere” però non mi filan così lisci. Inutile dire che il mio personale, e quantomeno dubbio, gusto si sia leggermente arenato su “The Mantle”, i cui landscapes in cui la goduriosa nenia neofolk e le situazioni post-rock andavano di pari passo in allegria verso un dirupo. Qui l’intreccio risulta a me un poco più indigesto. I dieci minuti di “Birth And Death Of The Pillars Of Creation” cominciano a darmi i brividi da metà brano, quando si aprono le cataratte e comincia a sbrodolare giù dal cielo una pisciata di apatia post ad intreccio multiplo tra elettricità e soundscape orrifico, e le grida danno spinta ad agganci raggelanti. Ustiona nel freddo anche lo schiaffone disperato tinto di black di “The Astral Dialogue” che s’intreccia in un’algida situazione folk-post-chebruttovivere. Le grida del buon Haughm restano sottopelle, come non alzasse mai la voce, come una lametta sotto le unghie. Pezzi come “Dark Matter Gods”, invece, funzionano al contrario del primo da me citato: fino a metà tutto bene, tutto bello, evvai che si gode, incastrato alla perfezione, come un’orgia di Sol Invictus e Mogwai presi da dietro e poi otto minuti non li reggi, ti vien voglia di skippare la traccia e lo fai inesorabilmente. Delle armonizzazioni epiche di chitarra di “Celestial Effigy” non sto neanche a parlarne, mi hanno sfondato le palle sin dagli esordi dei Baroness che però l’han capita e l’han mollata lì. Per tornare alle goduriose nenie neofolk invece “Cor Serpents (The Sphere)” è proprio di una bellezza astrale. Tutta questa caterva di intrecci di chitarra acustica serviranno pure a qualcosa. Allucinante la tirata new wave da plutone di “Vales Beyond Dimension” anche se sarebbe stata perfetta strumentale. A voler essere professorini cagacazzo, come piace a me d’altronde, i suoni mi fanno stare male. Ma non quel male bello però male. Quel male che ti indispone. Possibile che la batteria debba essere così di plastica in una situazione in cui la dinamica fa da padrone? In cui il quasi silenzio si scontra con l’esplosione? Giuda di quel porco Giuda ballerino no, dai, no. Mentre le chitarre scoppiano quando devono scoppiare quella sta lì e la dinamica ciao, bella ciao ciao ciao. Anche se poi, al quinto minuto di “Plateau Of The Ages” c’è quella bordata di tristezza infilzata dalla chitarra che ti apre faccia e cuore e ti molla lì per lì senza fiato.

Poteva essere un disco della Madonna (ci vuoi mettere una bestemmia?) e invece no. Invece è un disco bello a sezioni, qui e là, momenti di piacere assortiti a sbadigli disperati. Toh, Agalloch, il voto è 664. Perché a Satana piace piangere rumore, e invece qui c’è troppo silenzio. Mal dosato.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=ZHk5EnSuOV0[/youtube]

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