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Kasabian – 48:13

2014 - Sony
pop/rock

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Tracklist

1.(Shiva)
2.Bumblebee
3.Stevie
4.(Mortis)
5.Doomsday
6.Treat
7.Glass
8.Explodes
9.(Levitation)
10.Clouds
11.Eez-eh
12.Bow
13.S.p.s.

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« L’album è un “fottiti” a chiunque abbia osato criticarci o attaccarci, dicendoci che non possiamo fare musica di questo tipo. Abbiamo creato una pericolosa droga. È rock and roll, è brutale e tagliente, ma richiama anche l’elettronica che lasciammo a Letfield. » Così viene descritto il nuovo album dei Kasabian, nelle parole del cantante Tom Meighan durante un’intervista per la NME. Un album che può essere considerato un altro tassello fondamentale nella decennale carriera della band britannica, caratterizzato da un sound sempre più ricercato ed innovativo ma targato rock anni ’60. I ragazzi di Leicester uniscono quindi le loro forze alla volta di questo progetto ambizioso, con l’intento preciso di convogliare all’interno di esso i loro 10 anni di musica, ma in un modo più diretto, catturando l’essenza delle cose: la logica della sintesi sostituisce quella dell’approfondimento, dove “less is better” risulta essere il motto migliore.

48:13 risulta molto appariscente già dalla copertina: dalla concezione minimalista, è di un rosa shocking con sopra scritte solamente le durate delle singole canzoni, in minuti, ed in alto il nome del gruppo, in nero. Un artwork davvero curioso, che potrebbe anche deviare l’ascoltatore, inducendolo a catalogare l’album come un prodotto di musica techno o elettronica. Anche se originale, l’esperimento non è riuscito.
Shiva è l’opener dell’album, un susseguirsi di suoni in crescendo che si intrecciano con l’orchestra, per finire con un sintetizzatore che da il la a Bumblebee, prima vera e propria traccia, potentissima, nella quale possiamo ritrovare le principali influenze di Pizzorno e compagni: voce e chitarre molto British, utilizzo particolare del synth e atmosfera quasi psichedelica. Proseguiamo con Stevie, altro pezzo molto energico, introdotto dall’orchestra che sfocia in un basso cavalcante, per poi esplodere completamente nella parte finale.
Al termine di questa spasmodica corsa ecco presentarsi Mortis, traccia molto breve ma intensissima, un vero e proprio stacco riflessivo capace di allietare l’animo dell’ascoltatore. Doomsday rompe gli schemi dell’album, sia per il suo funky mood che per il tappeto sonoro quasi “extraterrestre” che la caratterizza. La chiusura con assolo, se così lo si può chiamare, apre le danze per la sesta canzone, Treat, nella quale l’elettronica ricopre il ruolo del protagonista: conferisce il ritmo dance a tutto il pezzo, come si nota nello strumentale conlusivo. Inoltre spezzoni di chitarra rock sembrano spostare continuamente l’attenzione dell’ascoltatore dal punto focale del pezzo, che risulta quindi non esserci. Glass vede invece la psichedelia come filo conduttore dell’intero brano, affiancata dall’uso per la prima volta nell’album delle chitarre acustiche: chiare influenze derivanti dagli Oasis. Conclusione molto improvvisata. L’ottavo pezzo è Explodes, anch’esso molto elettronico e psichedelico. Risulta però troppo piatto e mal arrangiato, non una buona sperimentazione. Eccoci di nuovo di fronte ad un’altra traccia breve, Levitation, che sembra far tornare l’ascoltatore indietro nella storia, ai tempi del Far West.
Clouds, decimo brano, forse è il migliore dell’intero album, rappresentazione perfetta del British rock, ben gestito e dall’arrangiatura che non risulta mai troppo noiosa. Il finale elettronico stende il tappeto rosso a Eez-Eh, la canzone piu dance dell’album nonché primo singolo estratto, anch’essa molto ben architettata. Sembra catapultare l’ascoltatore all’interno di una discoteca degli anni ’80 per fargli rivivere le magiche serate a ritmo di musica. Bow invece si caratterizza per la sua calma apparente data dalle chitarre acustiche e dalla cauta voce di Meighan, per poi esplodere in un ritornello espressivo. Molto bello il finale, nel quale compare un piccolo assolo di chitarra, ed è da sottolineare la chiusura della canzone per l’energia che sprigiona. L’ultima traccia, S.P.S., è una soffice ballata acustica, dal ritmo quasi “hawaiano”, pacata nei suoi modi e mai aggressiva. Ulteriore sfumatura di un album molto versatile.

L’album risulta quindi camaleontico, data la presenza di moltisisme influenze e diversi stili di composizione all’interno di esso. Sicuramente però non è alla portata di tutti: anche se il gruppo britannico ha voluto racchiudere la sua carriera all’interno dell’album cercando di utilizzare stili e forme sonore differenti, nell’ascolto alcuni pezzi possono stancare, e non poco, distraendo a più riprese chi cerca di ritrovare all’interno di essi una logica musicale. Ma i Kasabian se ne fregano di questo. Loro vogliono solamente fare musica. La loro musica.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=S7p0Hh-E-WY[/youtube]

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