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The Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson


Scheda

Anno: 2014
Nazione: Stati Uniti d'America / Germania
Regia e Sceneggiatura: Wes Anderson
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 100 min
Genere: commedia
Data uscita in Italia: 10 aprile 2014
Cast: Saoirse Ronan - Tilda Swinton - Edward Norton - Léa Seydoux - Ralph Fiennes - Owen Wilson - Jude Law - Bill Murray - Adrien Brody - Willem Dafoe - Jason Schwartzman - Jeff Goldblum - Harvey Keitel - F. Murray Abraham - Tom Wilkinson

Già ci mancava, Wes. Soltanto due anni fa usciva il suo Moonrise Kingdom, e faticavamo quasi a ricordarci quale fosse il denominatore comune dei suoi film, quel fattore che ci ha fatto sognare in loop con Suzie Bishop e i fratelli Tenenbaum. Ma certo, è la singolarità stilistica del regista: è la simmetria dell’inquadratura, è il montaggio, è la curata colonna sonora, è l’insieme dei personaggi. Denominatore comune che spesso significa mancanza di originalità. Non è vero, però, che Anderson dirige sempre lo stesso film, e The Grand Budapest Hotel è qui a dircelo.

Siamo in Zubrowska, non meglio definita regione di un’inedita Europa. Gustave H. (l’ottimo Ralph Fiennes) non è soltanto il concierge del Grand Budapest Hotel, raffinata e prediletta meta dell’aristocrazia mitteleuropea degli Anni Trenta, ma qualcosa in piú. Coordina i lavori della servitú, insegna affabilmente a Zero Moustafa (l’ultimo lobby boy arrivato) come muoversi con la corretta discrezione tra i difficili clienti; nel tempo libero, (si) intrattiene (con) vedove attempate e abbienti.

I cento minuti, ripartiti in cinque capitoli alla feuilleton, vanno giú quasi senza che ce ne si accorga. Al primo esame, però — vuoi per il ritmo frenetico, quasi da cartone animato, vuoi per l’assoluto rigetto di realismo —, The Grand Budapest Hotel potrebbe sembrare soltanto l’ennesima variazione sul temadi un regista che ci ha già regalato tanto. Se Moonrise Kingdom segnava per Wes Anderson l’approdo a uno spaccato personaggistico mai cosí circoscritto e intimo — una storia d’amore preadolescenziale su un’isoletta del New England —, The Grand Budapest Hotel è il ritorno del regista ai complessi intrecci e alle articolate sottotrame dei suoi lavori precedenti (I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou). Il quid aggiuntivo di questa prodigiosa sintesi tra la screwball comedy e il noir hollywoodiano è un Anderson, mai cosí ironico, che abbandona le tematiche ricorrenti dei film precedenti (le contraddizioni della famiglia, l’incomunicabilità tra adolescente e adulto), indissolubilmente legate alla cultura americana, per favorire un approccio differente. Il risultato è un’opera preziosistica, una storia squisitamente europea che non risparmia sferzanti staffilate ai totalitarismi (e fascismo e comunismo). Strutturato come un gioco di scatole cinesi — Zero che racconta l’avventura allo scrittore, che la narra nel libro, che è letto dalla ragazza —, The Grand Budapest Hotel è una fiaba dove i personaggi fuggono e si inseguono, spaziando tra gli affascinanti microcosmi (resi tramite una scenografia meticolosa, quasi maniacale) dell’acrobatico script, in un continuo contraccolpo tra la malinconia e l’euforia, tra la consapevolezza dell’imminente conflitto mondiale e la speranza che gli ampli ambienti del Grand Hotel rifulgano sempre, sfarzosi e illuminati; la speranza che tutto rimanga com’è.

E, se in una fiaba tradizionale può trovarsi spesso una morale, qui non c’è. Soltanto il timido suggerimento che non sia poi cosí sbagliato agire come un personaggio andersoniano, perché, alla fine, tutto si aggiusta. Languido, puerile, verboso, irreale. È sempre lui, è sempre uguale, è Wes Anderson — casomai voleste che cambiasse registro, fatevene una ragione, perché piace cosí.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=y02CyAOpAWE[/youtube]

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