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Fucked Up – Glass Boys

2014 - Matador
punk/rock/alternative

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Tracklist

1. Echo Boomer
2. Touch Stone
3. Sun Glass
4. The Art Of Patrons
5. Warm Change
6. Paper The House
7. DET
8. Led By Hand
9. The Great Divide
10. Glass Boys

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Cominciamo pure dal fondo, dalle considerazioni fondamentali su “Glass Boys” dei Fucked Up, dunque: la taurina quintessenza del brutale a braccetto con la colorata (h)i(p)steria di questi brutti piatti giorni/mesi/anni o meglio ancora: scrivere un disco di spurio hardcore punk coi controcazzi e darlo in pasto a baffutobarbuti guys in Wayfarer e giovincelle dalle maglie a righine, piercing in ognidove, borse piene di spille casuali e capelli “à la page”.

Posto questo la lezione che hanno imparato i nostri canadesi, e quella che inevitabilmente impartiscono, è di gran classe. Non è qui che si troverà il domani ma si trova certamente un oggi che fa il culo. Perché se nel 2014 azzecchi ancora un disco in cui infili dieci (su dieci) anthem punk, tutti ammantati di sollazzante e violento “sing-along”, sei, a pieno titolo, uno coi coglioni quadri. E qui succede senza colpo ferire, “Glass Boys” è proprio questo: il punk che intrattiene, che fa muovere il culo, ma che fa anche girare il cazzo, in maniera positiva s’intende. Damian Abraham prende la lezione di Henry Rollins su come gridare il disagio annientando la melodia mentre i suoi colleghi la mantengono viva ricoprendo il tutto con i germi degli Hüsker Dü e dei Dinosaur Jr., e infatti, indovina indovinello? Della partita è anche J Mascis che offre la sua voce sulla cannonata indie al vetriolo che è “Led By Hand”, che potrebbe essere, tranquillamente, un pezzo dei dinosauri impreziosito dei muscoli di Colosso degli X-Men. Le tre chitarre che sfoderano i Fucked Up sono tutte utili a creare una tela di sberle e di ascendenze melodiche, e così, da questi flussi, nascono brani come “Touch Stone” con queste impennate a sei corde che inchiodano la testa al cielo, o ancora le infezioni acustiche di “Sun Glass” che del singolone punkettonazzo ha tutte le carte in fottuta regola. Azzeccato pure piantare nel mezzo di una querelle di grida diaboliche un minimo di luce pulita, è il caso dell’hardbastone indie di “The Art Of Patrons” la cui parte luminosa è lasciata al cantante dei The Tragically Hip Gordon Downie. E se in “DET” il vessillo nero viene innalzato senza pietà e nella gita a braccetto con George Pettit degli Alexinsofire la bandiera di cui sopra ricopre il badreligionismo più novantiano è nei sei minuti della title-track che tutta le melodia e la disperazione vestita a festa per un party pop trovano lo sbocco ideale, con tanto di finale al pianoforte.

Le considerazioni finali le avete già all’inizio ma volendo: il disco di cui avete appena letto e che, magari, ascolterete, non vi dirà alcunché di nuovo, di innovativo, di avanguardistico, di cubista, di anomalo, ma è uno di quegli album che rimangono, e scusate se è poco, diavoloporco.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=94V-XCSQNGQ[/youtube]

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