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Interviste

Intervista a SIMONA NORATO – Una svolta per rinascere

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In un momento in cui il cantautorato femminile nel nostro paese sembra ormai genere protetto dal WWF, il caso di un’artista come di Simona Norato ci dimostra che al contrario esso è vivo e vegeto e scoppia di salute come non mai. Dopo aver preso parte attivamente a due delle migliori realtà musicali del panorama indipendente, Dimartino e Iotatola, la cantautrice palermitana decide di camminare sulle proprie gambe e registra il suo disco d’esordio, Torneranno i calci in culo, registrato a Catania e prodotto da Cesare Basile, parzialmente presentato durante il mini-tour dell’estate appena trascorsa in giro per la Sicilia. Un disco, in uscita tra poche settimane, che non passerà certamente inosservato per tanti motivi. Scopriteli insieme a noi in questa lunga e illuminante intervista realizzata a Catania.

Dopo la performance per il Catania Pride 2014 possiamo dire che Catania ama Simona Norato a priori, non essendoci ancora un disco d’esordio vero e proprio da presentare al pubblico. L’atmosfera ricreatasi in quel concerto è stata particolarmente intensa, ci parli un po’ delle tue sensazioni a riguardo?
Allora, io sono una cretina! (ride) Questa è la premessa fondamentale, nel senso che comunque mi succede prima di tutti i concerti, specie quando sono così voluti come quello di ieri, specie quando so che vengono a sentirmi i colleghi che stimo o ancora di più i miei maestri, a me viene un’ansia clamorosa che comincia giorni prima, anche perché ho delle manie estreme di perfezionismo, alle prove deve andare come dico io, per come l’ho pensato, spero sempre di avere il tempo di realizzare tutte le idee che voglio per quel concerto. Ovviamente non ho mai il controllo totale di tutto.. ci tengo molto! Quindi sono partita da una condizione in cui vibravo e le gambette mi tremavano e tutti quelli che mi hanno incontrato prima lì con Cesare (Basile – n.d.r.) se ne sono accorti, poi però quest’ansia me l’ha tolta di dosso la gente che era lì e che aveva voglia di sentire cosa avessi io da dire e questo ti spoglia da tutte le insicurezze, i timori, ti leva le sovrastrutture e ti fa venire fuori per quello che avevi voglia di condividere con la performance. Quindi è stato davvero molto emozionante, ho dato tutto quello che volevo dare e ci sono riuscita grazie a chi mi ascoltava.

Dicevi di aver sentito ieri sera questa particolare energia instauratasi tra te e il pubblico, cos’hai percepito in particolare?
Sì, io da un po’ mi interesso alla medicina tradizionale cinese..

Perché Simona Norato nasce come medico, giusto?
Io sono un medico in realtà, sulla carta! (ride) Un medico abilitato che però poi ha rinnegato l’occidente praticamente subito, nell’immediato, perché frequentare i reparti mi procurava dolore, e non solo esistenziale, per quello che vedevo, anzi quello mi arricchiva e mi faceva crescere. Però quando mi spostavo dall’altro lato – i medici, i primari, i colleghi – c’era qualcosa che mi turbava sempre. Ci sono delle relazioni molto estreme dentro i reparti, ci sono gli ordini, ci sono le gerarchie, ci sono le mortificazioni per chi sbaglia, anche per chi non sbaglia, perché all’inizio le deve subire comunque. Poi non amo neanche questa tendenza ad iperspecializzarci che abbiamo in occidente, a focalizzarci sulla parte di un organo o di un solo organo, quando ho scoperto che i cinesi invece consideravano l’individuo come un tutto e non staccano mai la psiche dalla genesi di una patologia allora lì ho detto “quella è la mia strada. Se veramente voglio dare un senso agli studi che ho fatto lo faccio così”. Quindi mi sono iscritta a una scuola, anche perché ho questa sindrome dell’alunna perenne!

In che senso?
Io sono un’alunna, devo stare fra i banchi, è sempre stato così e sempre sarà, lo sento. Lo studio, l’approfondimento, quando trovo qualcosa che veramente mi interessa io cerco un maestro, lo trovo e sono pronta per succhiargli delle cose. Quindi coi cinesi, che già lo facevano 6000 anni fa e mi sa che erano già molto illuminati allora, abbiamo cominciato a parlare molto di energia, a definire cose che probabilmente già percepivo o percepisci anche tu e tanti altri, però con loro ho potuto “chiamarle”. Ho scoperto che nel nostro corpo scorre energia oltre che fluidi e sangue e quando un musicista o un attore è lì e c’è un gruppo di persone che lo guarda e sono tutte concentrate su quello che sta facendo e verso di lui o lei rivolgono il loro sguardo o le loro orecchie è come se lanciassero dei fasci di sostanza invisibile che per via della loro concentrazione solleva la persona. E io ho sempre questa sensazione, quando c’è un pubblico anche piccolo che è veramente concentrato e ha voglia di prendere il mio messaggio, il mio sentimento, è come se dai loro occhi uscissero dei raggi che mi sollevano. E quella sera è assolutamente successo.

Sentendoti dal vivo ho avuto anche la conferma che il tuo disco che uscirà a breve non potrà passare per forza di cose inosservato. Ci parli un po’ della gestazione di questo lavoro nato in particolari circostanze?
A me basta che esista in realtà! (ride) Ho perso ogni sorta di velleità, credimi, velleità di scalata al successo o di distribuzione larga della cosa. Sono in un periodo in cui questa mia visione del mercato, del mio mestiere, sta cambiando molto, perché ho preso sempre più coscienza del paese in cui vivo e anche delle logiche che regolano questo tipo di mercato. Trovo che mi manchi qualcosa per entrare in questo giro di affari, forse perché mi sono spinta troppo in profondità e ho perso una leggerezza, un’ignoranza sana, a me piacciono le canzoni ignoranti, anche le musiche ignoranti, mi piace il pop, il trash, amo il divertimento senza fronzoli. Io però mi sa che, anche per via dei maestri che appunto ho avuto, mi sono buttata un pochino più in profondità. Anche la mia età probabilmente me lo impone, di parlare della vita come lo farebbe una donna che ha quasi quarant’anni e quindi ovviamente i punti di vista in tutti questi anni sono cambiati. Poi io sono una che ragiona tanto su tutto e quindi adesso mi viene da scrivere di cose che sono fra le righe, più in profondità. Questo esclude la mia velleità (ride) commerciale, però non vuol dire che non voglio vedere o toccare la raccolta delle mie canzoni che tra l’altro sono venute fuori in un periodo molto ristretto e stranamente mi piacciono! Anche per questo le voglio registrare, non capita spesso che io sia soddisfatta di quello che scrivo in pochi mesi, invece questa volta sì, magicamente.. avrà un senso anche questo. E allora sì, le voglio fermare, visto che ho la fortuna di poterle vestire insieme a Cesare Basile, assolutamente lo farò e troverò un modo microcosmico per costruire una piccola squadra di persone che mi aiuti a portarle quantomeno ai concerti, perché la condivisione sicuramente mi interessa, non è un disco che faccio per me o non solo per me. Però la squadra deve essere fatta da angeli questa volta, persone scelte perché le conosco, perché so chi sono e, sì, la mia scottatura la curerò così, col balsamo siciliano. (ride)

Per esempio quando mi passasti la prima versione di “Esci e divertiti”, quella solo piano e voce, mi dicesti che era la cosa più sincera che avevi scritto fino a quel momento. Mi spieghi un po’ questa sensazione?
Non sempre scrivi cose sincere, specie quando produci tanto. Non è facile mettersi sulla carta, mettersi sulle note. A volte una canzone diventa anche un esercizio di stile e, per carità, è anche giusto per chi fa un percorso in cui studia la scrittura e vuole scoprire il suo linguaggio, unico linguaggio, passare anche attraverso lo stile, la forma, anche l’invenzione della storia, il puro suono delle parole, e spesso capita di scrivere così. Poi invece ci sono momenti in cui non hai bisogno di tornare per aggiustare, cambiare, rivedere, risentire, aggiustare, capita che ti siedi e dopo venti minuti ci sei tu sul foglio, sulle parole. E tutto funziona ed è perfetto lì. Mi è capitato anche con la canzone che ha preso Antonio (Di Martino – ndr), Come fanno le stelle, anche quello è stato un miracolo dei venti minuti. E io trovo che con gli anni, se hai davvero un amore per la scrittura e quindi lo fai spesso, a costo di sbagliare e di scrivere cose brutte, perché bisogna scriverle, poi trovi il modo di dipingerti con onestà e con sincerità. È un grande traguardo, che non capita spesso. In questo disco mi è successo in molti brani di riuscire a essere sincera, forse dovevo rimanere fra me e me per riuscire a farlo completamente, forse è per questo che ritrovo molto di me in questi brani.

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Com’è nata invece la collaborazione con i tuoi nuovi compagni di viaggio Giuseppe Rizzo e Gabriele Giambertone? Durante il live si notava chiaramente il loro essere completamente “dentro” i tuoi nuovi pezzi, che davano l’impressione di conoscere già a fondo..
È bellissimo che tu me lo dica, perché in effetti si sono tuffati, forse con la stessa fiducia che mi hai dato tu, invitandomi a suonare senza un disco ancora pronto, loro lo hanno fatto ancora prima sentendo soltanto dei provini che avevo fatto a casa da sola con l’ipad in notturna, in cui a stento si capiva l’idea che avevo. In questo periodo ho cercato di ricevere più che chiedere, in generale, per la musica, ho voluto sublimare completamente i rapporti a due a tutti i livelli, senza domandare aiuto e ho solo ricevuto. E mi sono ritrovata questi ragazzi, che forse hanno intuito che io volessi rinascere e sono venuti a farmi una dichiarazione d’amore (ride), a turno, anche perché loro lavoravano insieme già da prima. Prima uno e poi l’altro mi hanno espresso il loro desiderio da qualche anno di lavorare con me e io non potevo che accoglierli, perché ero sicura che proprio per via di questo desiderio non poteva che esserci attenzione e cura, dolcezza, sincerità e tutto quanto. Già li adoro, fanno prove, prove continue. Tu sai che nel nostro mestiere il concerto è solo il risultato di un lungo lavoro e per arrivare a quello immagina cosa c’è prima, i giorni a casa o in sala a capire cosa, come.. e loro lo fanno senza chiedere niente, lo fanno spassionatamente, lo facciamo pure in orari impensabili, sono desiderosi di farlo ed è davvero una magia.

Quello che mi ha colpito del tuo live è la complessità di sonorità e strumentazioni e per cui ho saputo che lo stesso fonico era un po’ in apprensione affinché tutto quadrasse per come doveva..
Un’altra magia, sempre non chiesta! Ieri sera dietro il mixer s’è messo Sebastiano (ndr), che poi è l’assistente di Cesare (Basile – ndr), per cui quando registriamo il disco è lui che fa da tramite tra le idee di Cesare e il banco mixer. Sebastiano io non l’ho disturbato perché avrei voluto pagare anche lui. Sebastiano è venuto in anticipo, ha sentito il soundcheck, l’ha curato, è venuto a mettere le orecchie pure sulle casse spie per vedere se sentissimo bene sopra, è rimasto, è stato per tutto il tempo del concerto a gestire il mixer. Anche questo rientra sempre in quella magia di cose che ricevi senza chiederle, non te lo so spiegare, c’è un fluire perfetto. Anche lui è arrivato per desiderio.

Ieri sera hai fatto commuovere Cesare Basile..
È perché ci amiamo! (ride)

Cos’hai fatto a quest’uomo?
L’ho ascoltato forse, non lo so. Lo amo, non c’è un altro modo per dirlo, amo la persona, tutta, anche il musicista, ma soprattutto la persona. Cesare in Sicilia ha fatto una cosa che io sicuramente non avevo mai visto nella mia vita. Cesare con la forza del suo desiderio è riuscito a riunire decine di artisti. Io mi ricordo il primo meeting dell’arsenale a Palermo e non avevo mai visto una cosa del genere o per lo meno non so da quanto tempo non succedesse, forse da decenni. Un circolo culturale d’arte così grande, lo ha fatto lui perché lui è innamorato delle essenze, della vita, per questo fa dei gesti estremi e rinuncia a un premio che poteva annoverarlo nell’albo dei grandi come De Andrè, perchè sarebbe finito là, in quell’albo d’oro! Eppure lui lo rifiuta perché capisce che in questi momenti c’è l’occasione per lanciare un nuovo modello, di dare un messaggio forte. Dove sono le persone così forti? Così coraggiose? Che hanno capito come si fa la rivoluzione coi gesti, coi no. Non c’è bisogno d’imbracciare bastoni o cose così, e quindi come posso io non amare una persona che m’insegna a essere così? Io voglio diventare come lui, assolutamente, e gli sono grata come siciliana e come musicista per quello che lui ha voluto fare con noi e che sono sicura che in futuro farà ancora, in altri modi probabilmente.

Ma infatti questo regalo che tu gli hai fatto durante il live, eseguendo quell’incredibile cover voce e piano di “Questa notte l’amore a Catania”, era sorprendente per quanto tu l’abbia resa tua, quasi come fosse stata scritta per te..
Credo che il pezzo fosse perfetto per l’occasione: c’era Catania, c’era amore, c’era tutto. E non era solo una dedica e un regalo, è una cosa che mi piace, che mi fa diventare una monaca tibetana (ridiamo). Lui è arrivato a un linguaggio, non so se sei d’accordo con me, ma io lo trovo veramente uno di quelli che scrivono meglio in Italia. Parlo proprio del trattare, conoscere la lingua italiana, di cui io sono assolutamente patita, o il dialetto, con quella musicalità, con quella poesia.

Sicuramente non si arriva a caso a un premio come il Tenco..
No per niente, ci è arrivato facendo, scrivendo. Penso che scriva continuamente perché quella è la nostra terapia devi sapere. Non ci serve sognare la notte o andare dal terapista perché facciamo tutto quando scriviamo, è quella la nostra terapia. A volte scriviamo parole che hanno significati che ignoriamo, che è il nostro inconscio a mettere dentro. Veramente, se un terapista leggesse i nostri brani troverebbe molto più di quello che noi pensavamo di avere messo. E lui lo fa tanto ed è arrivato a un livello di sincerità e di emozionalità veramente altissimo e quindi il regalo l’ho fatto anche a me con l’oro colato che ho cantato, il suo.

Durante il live hai suonato anche quest’ulteriore regalo che hai fatto ad Antonio Di Martino, ovvero “Come fanno le stelle”, che hai presentato come il pezzo con cui lo hai fatto innamorare..

Sì ci speravo da un po’ per dirti la verità, anche per Antonio ho tanta stima, anche lui è un poeta. E io aspetto il suo terzo disco con ansia. E considerato che per ora sento tanti progetti che stanno avendo molta risonanza in Italia ma, non so, io non ci trovo molta sostanza dentro. Ci sono degli artisti che sono dei gran lavoratori, per carità, che hanno trovato quel quid di ignorante probabilmente, come dicevamo prima, ignorante sempre con rispetto, diciamo come se fosse un filone musicale! (ride) Antonio è come se stesse a metà, lui riesce con la sua scrittura a essere chiaro e diretto ma a non rimanere in quel livello di superficialità che per ora sta dando tanta risonanza a un po’ di artisti in Italia. E quindi sono curiosa di vedere, specie ora che si è messo a scrivere per una major, per cui fa anche un po’ il distributore automatico di canzoni per altri e quasi mi confessava un suo timore, in questa sua pratica di scrivere tanto per altri e di scrivere anche secondo stilemi diversi, mi ha confessato una sua paura del tipo “chissà cosa scriverò adesso per me, non so se riuscirò a scrivere le mie cose” (ride). Tanto scriverà i capolavori che ha sempre scritto, però voglio vedere cosa farà, sono veramente curiosa. Io quando l’ho conosciuto ovviamente ho avuto subito voglia di compiacerlo quindi mi sono messa al suo servizio, mi sono fatta uomo come dico sempre, mi sono fatta uomo per lui, ho dovuto trovare una forza quasi maschile per compiacerlo e dargli tutto quello di cui aveva bisogno. Poi finalmente gli ho dato questa canzone, già non lavoravamo più insieme, e gliel’avevo mandata perché ho questa buona abitudine di chiedere i suoi consigli ogni volta che scrivo qualcosa e ho bisogno di sapere che ne pensa. Quindi poi s’innamorò di questa canzone, mi ha detto “ieri sera ero ubriaco, pisciavo in un bagno e cantavo “cadono gli alcolici dentro i nostri fegati”, la posso usare?” e io risposi assolutamente sì, è stata come una maternità, una gioia che mi ha dato lui e rimarrà sempre questo brano “fra noi”, ecco, un figlio.

A questo punto mi viene spontaneo chiederti come mai ad un certo punto hai deciso di interrompere sia il bellissimo percorso intrapreso con Dimartino, per altro proprio in un momento culminante come l’uscita di “Sarebbe bello non lasciarsi mai”, che quello con Serena Ganci e il fortunato progetto Iotatola?
Nel caso di Antonio fosse stato per me avrei fatto tutto. Avrei continuato a suonare sia con Dimartino che con Iotatola, però si sono creati dei problemi meramente logistici. Le date, per fortuna, erano diventate tante per entrambi e io non potevo più assicurare la mia presenza costante avendo firmato comunque un impegno con altre persone e non me la sono sentita di farlo stare sempre con quest’ansia da “chissà se ci sei, se posso prendere le date”, quindi ho fatto un atto di coscienza per lui. Gli ho pure suggerito la persona da chiamare per sostituirmi, sono stata io a pensare ad Angelo (Trabace – ndr) che avevo conosciuto e mi piaceva tanto. Quindi quella cosa l’ho fatta veramente per lui, non avevo motivi per mollarlo, io amavo suonare con loro come un maschio, diciamoci la verità, ho imparato tantissimo insieme a loro, c’era una visceralità bellissima. Poi io ero l’unico strumento armonico e penso che questo nei dischi si senta, non so se ritrovi le mie armonie, essendo io a fare gli accordi. Nel caso di Iotatola invece l’abbandono è stato un atto diverso. È stato deciso da me e anche in quel momento folle, col disco pronto che io avevo scritto insieme a Serena, registrato e interpretato, ho voluto mollare la produzione con uno schiaffo, non c’è altro da dire. Io soffrivo già da un po’, non è stata una decisione folle dell’ultimo minuto, io già da un annetto non condividevo più il loro modo di gestirci, di affidarsi a dei sogni di mainstream per cui bisognava aspettare l’evento enorme, tipo Sanremo. Poi a un certo punto hanno detto “adesso vogliamo coinvolgere Caterina Caselli” e lì sono rimasta veramente di stucco, non c’era la cura che dovrebbe avere una piccola etichetta che è fondata sui piccoli passi. Io credo in questo, credo nel lavoro costante che per forza ti porta a crescere, non credo nello “stai ferma sei mesi perché io ho altro da fare”, non ci credo, mi fai morire così. Poi se mi lasci ferma e io mi invento un tributo a Giuni Russo perché io devo suonare, devo creare, non dirmi “ah, ma così mi fai concorrenza col cachet”, allora mi vuoi uccidre, mi fai morire come una pianta a cui non dai più acqua. Quindi non ho reticenze nel dire che il mio gesto è stato uno schiaffo, volevo fare quello. Serena non ha reagito benissimo perché lei non aveva maturato questa decisione, anche se secondo me ci è arrivata adesso. Peccato, perché se li avessimo mollati insieme magari Iotatola sarebbe sopravvissuta, perché il mio problema non era con lei ma con loro. Lei invece ha creduto di poter tirare ancora un po’ di succo dall’arancia, ma io l’ho capita, ne aveva tutto il diritto, per cui ci confrontiamo riguardo a questo, siamo assolutamente ancora innamorate io e lei. Però non potevo lasciare che la musica venisse persa di vista, io ho sempre fatto questo quindi dovevo continuare a farlo. A dirti la verità all’inizio ho avuto un po’ paura, è chiaro, all’improvviso rimani da sola, devi pensare a tutto tu, però poi, come mi hai aiutato anche tu dandomi conferma di questo, quando fai un atto puro perché traduci un pensiero puro, poi il destino ti aiuta, c’è qualcuno nei piani alti che ti fa l’occhiolino e ti lancia segnali per dirti che la scelta è quella giusta. Non volevo fare la solista in realtà, non avevo queste velleità, ho scoperto invece che adesso ho il dovere di farlo, anche per me, per chi mi segue così tanto, non mi ha abbandonato, chi aspetta, quindi… confermo! (ride)

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Verso la fine del live hai condiviso il palco con i Lucio, che sono in qualche modo una tua progenie diretta, visto che hai prodotto il loro primo ep, cantandoci e suonandoci dentro. Com’è nato questo sodalizio?
Io con loro ho avuto l’opportunità di dimostrare che si può avere cura di un progetto che nasce e che ha bisogno di attenzione anche senza avere grandi mezzi, grandi risorse, anche senza avere i soldi. La cura, ecco, io voglio lanciare la moda della cura. E con loro ho avuto modo di farlo perché hanno avuto bisogno delle mie orecchie e io gliele ho prestate volentieri per tutto il tempo che gli sono servite, la stessa cosa hanno fatto Gabriele (Giambertone – ndr) e Giuseppe (Rizzo – ndr). Insieme, tutti e tre, gli abbiamo dato quello che gli mancava perché non hanno tanta esperienza e non lo abbiamo fatto per amicizia ma perché quello che loro scrivono, anche se è ancora acerbo, ovviamente e in modo sano, per me è grandioso. I testi di Giuseppe (Lanno – ndr) sono magnifici e quindi in realtà l’opportunità l’hanno data loro a noi, e non il contrario, di mettere in pratica quella cura che noi chiediamo per noi. E la coerenza prevede che tu la dia se la vuoi ricevere, con loro abbiamo potuto fare questo, sono dei ragazzi veramente stupendi che sono stati educati benissimo, per me l’educazione è una cosa fantastica, mai visto due bambini così gentili, così attenti ai modi e alle parole. Ci siamo trovati benissimo e se loro avranno pazienza arriveranno pian piano a scoprire chi sono, qual è il loro suono – ancora non lo sanno! (ride) – qual è il loro linguaggio e troveranno sempre noi, sempre.

Sentendo i loro pezzi nuovi durante il live però mi sono accorto che una direzione comincia a delinearsi..
Sì anche perché facciamo delle prove insieme, quindi loro vedono come lavoriamo, come riflettiamo sugli arrangiamenti, quali escamotage usiamo per uscircene da alcune impasse e poi si sono lanciati, su nostro consiglio, quando gli abbiamo detto “per ora prendete tutto, fate, fate, anche le situazioni sbagliate, scomode, fatele, bisogna conoscere”. Loro sono recettivi in questo, per cui… questione di tempo, avranno soddisfazioni anche loro.

Che mi dici del tuo rapporto con la Sicilia in questo preciso momento?
Il mio rapporto con la mia terra è quello di sempre: io la amo, non mi sono mai spostata da qua veramente. Viaggiare sì ma viaggiare per ritornare, io voglio stare qua, mi piace veramente tanto con tutto il suo marciume. Anzi motivo in più per rimanere qui, lo trovo fertile da questo punto di vista proprio perché molte cose non sono state capite e sperimentate, forse proprio perché siamo per alcune cose paralizzati. A parte che l’amo per la sua composizione, per come è. Catania, Palermo sono due teatri, io nelle altre città non ho visto succedere per strada queste cose, non ho visto gente così. Mi piace, voglio stare qua, nonostante tutte le contraddizioni, anzi fosse per me, te l’ho detto, la produzione la farei totalmente e la voglio fare da qua, credo molto nei siciliani.

A proposito del disco che uscirà mi parlavi della tua idea di aggirare in qualche modo la Siae e utilizzare mezzi come creative commons o altro, sei ancora di quest’idea?
Assolutamente sì! Il mio disco sposerà un nuovo modello di tutela dei diritti e anche io come Cesare (Basile – ndr) non ce la faccio più a stare sotto quest’organizzazione che con la sua commissione riunita decide come un governo dei pochi, no, non è sostenibile. Negli anni abbiamo scoperto tante cose terribili riguardo alla Siae. Quindi stiamo cercando di capire come funzionano i modelli alternativi. Dovrò rinunciare ovviamente agli altri diritti che in questo momento è comunque la Siae che me li tutela, però penso che si tratti di quella famosa rinuncia che ha in sé un messaggio e che appunto può veramente lanciare un modello alternativo. Quindi probabilmente rinuncerò ai diritti che ho nelle canzoni di Dimartino, e se Antonio comincia a vendere centinaia di milioni copie e io sono dentro quelle canzoni come autrice, non importa, non ci voglio cozzare, non voglio stare legata al piccolo chissà e precludermi invece un atto simbolico così forte come quello che ci suggerisce Cesare. Quindi io lo farò sicuramente.

Cosa mi dici del tuo cambiamento d’attitudine riguardo al metterti nelle condizioni di poter ricevere spontaneamente senza chiedere? Ti è capitato in passato di chiedere e non ricevere?
Sì, ma anche di recente. In realtà succede continuamente, ma per ora ho detto a me stessa di non farlo più e vedere cosa succede. Probabilmente è lì che si scopre il vero valore delle cose. Ci sono tante persone che ti fanno i complimenti, che ti dicono cose belle, belle facce, però in fondo quello è facile. Pensa invece quando non c’è questa cosa scontata, appunto quando non chiedi. Vedere cosa succede se non vado a pregare nessuno, anche perché quando sei lì a chiedere purtroppo nella discografia devi dare una contropartita e di solito è veramente tanto sproporzionata rispetto a quello che l’artista dà. E non voglio più che sia così, non voglio più che i ragazzi come Lucio che si affacciano adesso, che potrebbero trovarsi davanti a un contratto, pensino che debbano prostituirsi così tanto per avere un aiuto. Trovo che ci sia un dislivello tra la richiesta da parte di un discografico e la concessione. Voglio riportare tutto a un livello più equo.

Concluderei con qualche osservazione sul Pride, visto che il tuo concerto catanese è stato reso possibile grazie soprattutto ad Arcigay e alla comunità omosessuale che vi ha accolto con grande calore e affetto. Durante lo show hai accennato ad un tuo personale percorso di cambiamento nel tempo riguardo un evento come il Pride, ti va di parlarne?
Sì, ho voluto dire sinceramente come ho vissuto gli ultimi cinque anni riguardo a questo. All’inizio non ero d’accordo, forse perché i Pride venivano comunicati anche in un certo modo, sai come fanno i giornalisti e anche i fotografi che amano cogliere solo certi dettagli estremi delle parate, come se sfilassero dei mostri. E all’inizio concettualmente me la sono presa con chi era protagonista di queste manifestazioni. Ho dovuto capire, perché era mio il problema all’inizio, infatti non volevo andare alle parate, non partecipavo i primi anni. Non condividevo, non partecipavo. Quando invece ho fatto il passo, quando il Pride è arrivato a Palermo e sono scesa in strada, lì le persone lo schiaffo lo hanno dato a me, mi sono resa conto che mi mancava un tassello e che c’era qualcosa di estremamente puro e buono in quello sfilare pacifico. A Palermo ho visto una festa che era totalizzante, ho visto persone che gestiscono il bar e che forse nemmeno parlano in italiano condividere quella gioia, quel divertimento, senza chiedersi troppo il perché e il percome. Per cui mi sono resa conto che in realtà quella distanza non c’era come non c’era una sottolineatura della diversità, c’era il desiderio di fare festa e basta. E una capacità probabilmente maggiore del popolo gay di farla. L’omosessualità dà delle marce in più dal mio punto di vista riguardo ad alcuni tipi di sensibilità, dà un coraggio diverso perché le storie sono spesso storie complicate, lo so bene (ride). Quindi essere lì in mezzo mi ha fatto sentire parte di quel popolo e mi ha tolto i dubbi sull’utilità della manifestazione, mi sono veramente commossa, con i bambini, con i figli delle mie amiche sposate che hanno avuto le palle sia di avere un bambino che di tirarlo su. E sono bellissimi, ho due amiche che hanno una bimba veramente straordinaria e fanno una vita dorata, una delle mamme della bimba è un’insegnante che è sempre stata molto attenta a non confessare la sua omosessualità nel suo ambiente di lavoro, per paura. Quando è rimasta incinta ha deciso di dire la verità ai suoi bambini e loro hanno scritto una letterina, che io onestamente avrei spedito al pontefice per fargli capire cos’è l’amore, in cui facevano i loro auguri alle mamme e alla bimba. Questi bambini hanno scritto una lettera incredibile, in cui loro non avevano bisogno di sapere niente del mondo ed erano completamente dalla sua parte e quindi sono grata alle persone che hanno questo coraggio. In Sicilia ancora non sono molte, mi sa che loro sono fra le prime. Io ancora non sono una persona così coraggiosa, purtroppo, quindi mi inchino, dico grazie, perché contribuiscono a cambiare la storia. E lo fanno in casa, pensa.

Ti dico per dovere di cronaca che qualche attivista di Arcigay ha arricciato un po’ il naso al tuo pronunciare la parola “normalità” a proposito del mondo omosessuale. Diciamo che hai toccato un nervo scoperto nel dibattito inerente la questione dei diritti nella comunità lgbt, divisa tra chi ostenta un bisogno di apparire normale a tutti i costi e chi invece vede nella normalità un regredire a un modello etero-dominante. Che cosa risponderesti a questo?
Ero pronta alle critiche! (ride) Questo fa semplicemente parte del mio percorso mentale riguardo proprio al manifestare in piazza. Se parliamo di lotta per i diritti è giusto scendere in piazza come lo si fa per il Muos, la Tav, eccetera. Ti parlo proprio della visione iniziale che avevo, non sopportavo il sentir dire, anche ai miei parenti, “perché questi fanno così?”, era una cosa che non sopportavo, mi sentivo offesa personalmente. Quindi ho attraversato un momento in cui mi chiedevo “ma perché? È veramente necessario?”, ho dovuto capire, quindi durante lo show l’altra sera ho confessato che ho avuto bisogno di comprendere. Forse perché io ho le mie diversità (e ne ho un bel po’.. ho un elenco!) e quando ho tentato di gridarle in faccia non sono state comprese, quando invece le ho proposte in silenzio tutto è diventato naturale e non c’è stato bisogno di parole, di lotte, di niente. Ho sinceramente raccontato com’è andata dentro di me e quindi ovviamente mi prendo anche la responsabilità dei nasi arricciati… ci sta per forza! (ride)

In fondo le critiche aiutano a crescere no?
Sì. A me è capitato una decina d’anni fa, quando ho visto una delle prime serie sul mondo lesbico, si chiamava “The L world”, in quel momento è stato come se qualcuno mettesse gli occhi in un privato che era così bello nella sua segretezza, le donne che si amano, le donne che anche si nascondono per amarsi. Era come se sentissi violata quell’intimità ma dopo un po’ ho cominciato ad amare quel telefilm perché era ben fatto, la regia era straordinaria, mi ricordo delle puntate che sono davvero dei capolavori registici, soprattutto nelle ultime stagioni. Ho bisogno di capire, a volte all’inizio la sensazione è un poco strana, per qualche motivo mi turba, perché in fondo della condotta delle vite omosessuali in realtà mi piace molto il fatto che siano state così difficili negli anni 80, negli anni 90, io lo so cosa vuol dire! Quindi forse all’inizio non sopportavo questi occhi indiscreti che vogliono vedere e che non sanno comprendere e non sopportavo nessuna forma di “racconto” di questa intimità così bella, talmente bella da essere difficile da comprendere in toto. Ora il mondo è molto migliorato, adesso secondo me siamo veramente aperti. Io ho fiducia nell’umanità, penso che sarà sempre meglio, penso che il mondo diventerà molto bello, al contrario probabilmente dei pronostici apocalittici. Io trovo ci sia una parte di mondo che sta prendendo coscienza di tante cose e anche grazie ai mezzi di comunicazione piano piano questo popolo dei buoni e degli illuminati vincerà. Sono sicura di questo. Arriverà un nuovo messia a salvarci, non c’è dubbio, forse un hacker! (ride)

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