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[Anteprima Streaming]: BABEL – Resta Un Pizzico Di Delusione Nella Delusione

In anteprima assoluta per ImpattoSonoro qui sopra trovate lo streaming integrale di “Resta Un Pizzico Di Delusione Nella Delusione”, nuovo album dei Babel in uscita il prossimo 11 novembre e completamente autoprodotto dalla band lombarda.

Prima di lasciarvi all’ascolto dell’album, una breve intervista con i Babel.

Per una band che sta pubblicando il secondo disco, la prima domanda sorge spontanea: cosa è cambiato nel vostro suono e nel vostro approccio in questi due anni? State continuando il solito tipo di percorso o sentite di intraprendere strade diverse?
Il nostro primo disco era nato con l’idea di fotografare l’impatto crudo che proponevamo nei live. Era un disco registrato in nove giorni, con qualche doppiaggio e un lavoro basilare di mix e mastering. “Resta un pizzico di delusione nella delusione” è invece un disco su cui abbiamo ragionato molto, con una maggiore attenzione a suoni e arrangiamenti. Ci abbiamo messo più del doppio del tempo a registrarlo, e abbiamo lavorato con persone esterne alla band, sia in fase di pre-produzione sia in studio. Forse il cambiamento più evidente è il lavoro sulle voci, a cui abbiamo scelto di dare un peso maggiore. La strada poi è sempre quella, ma la si percorre con una consapevolezza diversa.

Ascoltando “Resta un pizzico di delusione nella delusione”, la prima cosa che salta all’orecchio è la “sfida” del cantato in italiano su un sound di stampo più internazionale. Come mai questa scelta? Ci sono quindi anche artisti italiani fra le vostre influenze?
Quella del cantato in italiano è una sfida che accettano in tanti. È una sfida perché l’italiano ha una musicalità differente rispetto all’inglese, ed è una sfida perché cantando in italiano ti esponi molto di più. Ti metti molto più a nudo, e sai che sarà dura che chiunque abiti dopo Lugano ti prenda in considerazione. Poi, in fin dei conti, cantare in italiano non è una sfida. È la nostra lingua, è la lingua con cui comunichiamo e la lista di buoni artisti che cantano in italiano è lunghissima. Non possiamo dire di avere molte influenze italiane, soprattutto sul cantato, ma prova a mettere su un disco qualsiasi degli inflazionati Afterhours, di Guccini o di De André, e sfido chiunque a non farsi venire voglia di cantare in italiano. Certo, non stiamo parlando di Will Oldham o di Vic Chesnutt, però anche noi abbiamo la nostra storia. E a dirla tutta cantare in inglese in un paese dove nessuno capisce l’inglese continua a sembrarci una cosa che anche no.

Durante le fasi di registrazione, qual è stato il momento in cui avete effettivamente capito che il disco stava assumendo la forma che volevate dargli? E’ stato tutto chiaro dall’inizio oppure in studio è cambiato qualcosa?
Il bello di registrare un disco è che ti restituisce esattamente quello che suoni, e da lì puoi comprendere se una cosa funziona, va cambiata o si deve ritoccare. Abbiamo fatto questo lavoro nelle pre-produzioni, ma una volta in studio sono uscite soluzioni nuove, grazie anche al confronto con le persone con cui abbiamo lavorato. Alcune idee le abbiamo tenute, altre le abbiamo cestinate. Per la musica che suoniamo, di solito una terza sopra o una quinta sotto possono essere spazzate via da una parte urlata, o da un feedback messo nel punto giusto. Se c’è qualcosa da far passare l’arrangiamento diventa un mezzo. In ogni caso, abbiamo capito che il disco stava prendendo forma quando Yuri ha iniziato a sbraitarci sopra e le cose tornavano.

babel

Fare musica in Italia oggi non è semplice, è spesso mancano le opportunità per esprimersi al meglio. Per voi qual è la molla che vi fa venir voglia di incidere dischi e continuare ad andare in tour?
Fare qualsiasi cosa oggi in Italia non è semplice, e le opportunità mancano in generale, non soltanto per quanto riguarda la musica. Per noi la mancanza di opportunità rappresenta solo l’ennesima motivazione per andare in giro a far fracasso. Certo, siamo fortunati a collaborare con persone che ci danno una mano per il booking (Ghost Agency di Milano) e per la promozione (Neanderthal Promotions di Pisa), ma per il resto siamo gente che sente la necessità di ascoltare dischi, suonare e produrre nuovi dischi. In fin dei conti la molla è quella. Aggiungere una manciata di delusione alla delusione, e sperare che serva a cambiare qualcosa.

Il vostro sound ricorda da vicino band dei primi anni 2000 (gli A Perfect Circle sono il primo nome che mi viene in mente, specie per certe sonorità di chitarre) rispetto ad un certo revival anni 90 che sentiamo molto spesso in giro. Vi sentite distanti quindi da quello che sta succedendo nella musica indipendente italiana in questi anni?
Essere anche soltanto accostati agli A Perfect Circle è un grandissimo onore. I dischi del APC li abbiamo consumati e ci hanno consumati da ragazzini. Qualcuno ci ha detto che gli ricordavamo i Refused, ed è stato uno dei momenti più intensi della nostra vita. Non pianifichiamo a tavolino a chi assomigliare, e di questa cosa del revival anni ’90 non eravamo per niente consapevoli fino a poche settimane fa. In questo senso, si può dire che siamo dieci anni in anticipo o dieci anni in ritardo, a seconda dei gusti. Il motivo per cui non ci sentiamo distanti da quello che sta succedendo nella musica indipendente italiana non è legato ai suoni, ai pezzi o ai riferimenti, ma al fatto che condividiamo con un sacco di altre band l’idea di prodursi i propri dischi, impacchettare il proprio merch e girare l’Italia portando in giro la nostra musica. Questo conta, in fin dei conti.

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