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Interviste

Intervista a CESARE BASILE

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Il nuovo disco di Cesare Basile è in lavorazione: quale occasione migliore per incontrarlo al Teatro Coppola – Teatro dei Cittadini di Catania e chiacchierare di collettività, stato delle Arti e tradizioni secolari?
L’intervista all’artista catanese è stata realizzata in occasione dell’episodio pilota di “Rocketta Session”, format realizzato da ParkTV e che unisce live sessions, tv, web e radio in un unico media. Solo alcuni estratti della chiacchierata sono andati in onda mentre l’intervista viene riportata integralmente – e in esclusiva – qui su Impatto Sonoro.

Comincerei a parlare della creatura in arrivo, il nuovo album che al momento è ancora in fase di sviluppo. Rispetto ai lavori precedenti di Cesare Basile cosa c’è di nuovo, cosa c’è di vecchio e di cosa si va alla ricerca?
Parlare di un disco nuovo, soprattutto quando ancora non è uscito (ma non perché l’uscita sia importante, ma perché non c’è mai il tempo di digerirlo) è abbastanza complicato. Io mi rendo conto sempre solo dopo molto tempo di quello che ho fatto. Sicuramente quello che posso dire è – non è un pensiero mio, è un pensiero che condividevo con Guido Andreani, il ragazzo che fatto le registrazioni e ha fatto i mix – che Guido sostiene che questo nuovo disco (di cui ancora non c’è neanche il titolo) in qualche maniera chiude il cerchio che è stato aperto due dischi fa con Sette Pietre per Tenere il Diavolo a Bada. Questa potrebbe essere una lettura della cosa. Io non lo so. A pelle sento che Guido ha ragione però, come dicevo, è sempre complicato per me fare i conti con un lavoro appena realizzato. Posso dire che se avevo cominciato un discorso sul folk per cercare di capire quanto questo folk potesse diventare altro, senza stravolgere la sua attitudine, questo è in qualche modo il “filo” di questo disco. Abbiamo lavorato tantissimo su delle intuizioni che avevo avuto nei due dischi precedenti, che erano molto influenzati da un tipo di folk, dico del sud giusto per capirci, ma chiaramente non penso a tarantelle e cose del genere! Per cui ho cercato di continuare su quel solco veloce, vedendo che strade o che derive, soprattutto, si potevano imboccare. Considera che i miei dischi sono sempre pensati molto poco. Difficilmente faccio pre produzione. Solitamente entro in sala con le canzoni già scritte da cantare. Fondamentalmente improvviso con gli altri musicisti e cercherò di capire questa improvvisazione verso quali lande ci ha portato!

Parli di improvvisazione, di dischi che hanno un canovaccio essenziale e sul quale ricami su quello che capita, grazie alle intuizioni. Nella tua carriera hai mai trovato un fil rouge, una cosa che non ti aspettavi e si è riproposta in tutti i tuoi lavori? Lontano da quello che può essere inteso come un “genere”… più che altro un tuo elemento ricorrente.
Ho trovato un filo rosso, dici? Sì, io in qualche modo credo di aver sempre lavorato sul dolore. Probabilmente questo è stato un po’ il motivo conduttore di tutti i miei dischi. Declinato, ovviamente, in maniera diversa a seconda dei momenti della mia vita, delle scelte esistenziali o politiche che mi trovavo a fare. Se prima era un dolore intimo, esistenziale o comunque isolato, probabilmente negli ultimi anni ho provato a vedere quello che è il dolore condiviso.

Non sei nuovo ai progetti corali. non solo in ambito musicale ma a livello artistico a 360 gradi. L’esperienza de L’Arsenale – che poi ha portato all’occupazione del Teatro Coppola – è uno di questi esempi. Se dovessi fare un bilancio di questa situazione, su quello che è scaturito da Arsenale e Teatro Coppola, cosa diresti oggi?
Sono state e continuano ad essere delle splendide avventure che generano altre splendide avventure. Sono fermamente convinto che oggi l’incontro e lo scontro delle individualità è l’unica maniera per interpretare questa nuova società che stanno cercando di far passare come la più giusta e la migliore possibile. Non credo nell’annullamento dei singoli all’interno di un progetto.
Credo che un progetto collettivo sia fatto soprattutto di individualità. Questo è quello che ho sperimentato nell’Arsenale, questo è quello che sperimentiamo al Teatro Coppola. Un collettivo esiste nel momento in cui riesce a rappresentare ognuna delle singole individualità che lo compongono. Quando un collettivo diventa più forte degli individui, allora c’è qualcosa che non va.

Qui un po’ ci si va a scontrare anche col discorso dell’opinione pubblica che, magari in questo tipo di ambito, non percepisce più il sottile confine tra l’Anarchia e l’Anomia.
Eh, questa è una questione molto importante. La gente, soprattutto parlando di anarchia, è abituata ad associare questo termine al caos, alla disorganizzazione. Eliseo Reclus, che è stato uno dei più grossi geografi dell’800, diceva che l’Anarchia è la forma di ordine più alta, perfetta, proprio perché dipende dalle responsabilità che ognuno si assume individualmente. Quando io parlo di rispetto del singolo, lo dico perché qui in Teatro abbiamo sperimentato sul campo questa cosa: se questo Teatro fosse stato gestito in maniera collettiva, senza tenere conto delle differenza, magari dividendosi come spesso succede in minoranza e maggioranza, avremmo soltanto fatto passare la volontà dei più contro quelli che rimanevano in meno, che è quel che succede in una società democratica, per cui si esclude automaticamente qualcuno. Io invece sono convinto che, anche quando non si riesce a raggiungere l’unanimità attorno a una cosa, bisogna sempre tener presente il pensiero diverso col quale ti sei confrontato, sapere che quel pensiero può tornarti utile la settimana dopo… perché le cose cambiano!

Parlando di rispetto reciproco, sorge naturale la domanda sul rapporto del Teatro Coppola col “Quartiere”. È una cosa abbastanza particolare perché, soprattutto a Catania, è una questione molto sentita. Altre luoghi e realtà hanno dovuto quasi scontrarsi con una certa resistenza, a volte no. In questo caso cosa puoi dirci?
Noi, chiaramente, quando siamo entrati qui dentro sapevamo di essere un “corpo estraneo” all’interno di un quartiere così forte e radicato come quello della Civita, forse il più antico quartiere di Catania, con le sue abitudini, un pensiero, una vita sociale. Il nostro primo pensiero è stato quello di non farci avvertire come “il disturbo”. E non parlo del disturbo dato dal suono, dal rumore, dalla confusione. Volevamo che le persone avvertissero il Teatro Coppola come un elemento di diversità, ma che era in ascolto. Credo che finora ci siamo riusciti. Dire che il quartiere sia stato coinvolto nelle nostre attività sarebbe una bugia, però ci rispettano. Parliamo, dialoghiamo, ci ascoltiamo e questo è sicuramente un risultato.

Teatro Valle a Roma con il suo sgombero e quant’altro: secondo te quale desiderio politico ha fermato quell’esperienza e c’è dell’autocritica da fare?
L’autocritica si dovrebbe fare continuamente. Noi qui sbagliamo tante cose, quotidianamente. Però la verità è che non c’è una soluzione. Noi quando siamo entrati qui dentro, forse un po’ come tutti, peccando di entusiasmo ma non di orgoglio, pensavamo di avere soluzioni. E invece le soluzioni non ci sono. L’unica soluzione che abbiamo avuto è stata quella di far saltare un catenaccio. Da lì in poi abbiamo cercato di capire come questo posto poteva vivere e cosa questo posto può suggerire alla Città. Il Teatro Valle… Beh, credo che anche lì gli errori che ci sono stati, perché ci sono sempre, sono stati in qualche modo generati (esattamente come qui) dall’entusiasmo, dal fatto di pensare di aver vinto. Ma in questi casi non si vince, perché non c’è una partita. Poi, nel caso del Teatro Valle la situazione è anche un po’ particolare. Credo che il Valle non sia stato aiutato da questo percorrere due binari: uno era quello dell’autogestione e uno era quello di proporre, in qualche modo, un’istituzione altra, per cui creare un diverso tipo di legalità. Questo, automaticamente, ti porta ad avere delle relazioni con le istituzioni e con il potere, anche se di scontro. Però genera anche tanta confusione. Il fatto di voler sostituire una istituzione ad un’altra probabilmente è un po’ giocare col fuoco: giochi su un terreno che, nonostante i giuristi e gli esperti che hai dalla tua, poi non ti appartiene. E il Teatro Valle ha pagato questo, nonostante lo sgombero (che poi non è stato uno sgombero ma un auto-sgombero). Secondo me, quello che è successo è quello che come sempre avviene: le istituzioni hanno barato. Hanno offerto un dialogo che sapevano di non poter sostenere e permettere. Credo che l’assemblea del Valle si sia anche divisa su questa questione. E quel che resta è, come sempre, un portone chiuso. Sono assolutamente convinto che dialogare con le istituzione porti a chiudere le porte. Scusate il giro di parole ma, nei fatti, questo è quel che avviene. Le porte si aprono. Se qualcuno deve chiuderle, devono essere le istituzioni, non quelli che le hanno aperte. Con le istituzioni non si discute.

E il rapporto del Coppola con le istituzioni? e parliamo anche dei trascorsi, non solo di Comune e Forze dell’Ordine. Ricordo i tempi in cui il responsabile della SIAE veniva continuamente qui!
(ride) Noi abbiamo tenuto una linea ben precisa sin dall’inizio: cioè che non eravamo disposti a dialogare con nessuno, soltanto con la Città. E questo abbiamo fatto. I rapporti che abbiamo con il Comune piuttosto che con la SIAE sono quelli che hai appena detto… o mandano le guardie a prenderci i nominativi oppure si presenta l’agente della SIAE (che ora non viene più perché gli è stato spiegato che non ha motivo di venire qui dentro). Dice “eh ma i vostri sono gesti illegali!”. Ma anche aprire quella porta è stato un gesto illegale. Noi cerchiamo di raccontare un’altra storia… e non la raccontiamo a loro!

Sei stato uno dei promotori del movimento NO MUOS. Parlando in generale della questione delle antenne a Niscemi, secondo te quale è il contributo che gli artisti hanno dato e quello che potrebbero dare alla faccenda ancora oggi?
(Cesare prende un profondo respiro) Gli artisti, secondo me, hanno fatto poco. Noi abbiamo fatto delle cose a Niscemi, sia come Teatro Coppola e sia come Artisti NO MUOS. Era fondamentalmente un tentativo di richiamare all’attenzione attorno alla questione “militarizzazione del territorio” le sensibilità dell’arte. Tanta gente ha risposto, soprattutto gli sconosciuti. Le “eccellenze” artistiche di quest’isola se ne sono fregare e continuano a fregarsene. La questione è che l’arte può sicuramente essere uno strumento di lettura delle lotte, delle contraddizioni e degli scontri su un territorio. S patto, però di mettersi in gioco. Gli artisti siciliani non sono abituati a mettersi in gioco… non solo i siciliani, in effetti, se devo essere sincero. Per anni ci siamo assuefatti a un’arte che se ne sta distante, quasi altera. Fondamentalmente non credo ci sia nulla di altero nel fregarsene del posto in cui si vive. Di contro, sul MUOS io ho sempre avuto un’idea molto chiara: non credo che una battaglia del genere possa fermarsi allo “spauracchio delle antenne dannose per la salute”. O si affronta la questione MUOS come un aspetto della militarizzazione di un territorio (o dell’invasione di un territorio) oppure non si arriva da nessun’altra parte. Sicuramente fa paura. Ma mi fanno più paura gli eserciti controllati da un luogo che, appunto, si trova sulla mia terra.

Partire, tornare, lasciare tutto. Tu hai avuto la possibilità di viaggiare un po’ in Europa. Qual’è il tuo sguardo sul vecchio continente. Cosa è cambiato concretamente?
Cos’è cambiato non lo so. Rispetto a 20, 25 anni fa quando ho cominciato a girare e andare in altre città, quello che noto è che (non so come chiamarla!) separazione tra la vita delle persone e le città stesse. Questo rinchiudersi continuamente nella propria stanza senza rendersi conto di quello che succede. In una città con una coscienza sociale un po’ più antica (penso a Berlino) si avverte meno ma, nei fatti, viene anche lì. Berlino nel 2014 non è la Berlino del ’90. In generale, quel che l’Europa sta attraversando è l’inferno della delega portato al suo estremo. Le persone aspettano un po’ ovunque che ci sia qualcuno che venga a risolvere le situazioni. Questo è pericoloso. Da un lato può portare all’invocazione dell’uomo forte… e conosciamo la storia. Dall’altro lato, fa passare il messaggio che da soli non si possa fare nulla per se stessi e per gli altri. Questo secondo me è quel che sta avvenendo in Europa. Deleghiamo. Gli stati delegano alla Banca Centrale, esattamente come i cittadini delegano alle amministrazioni comunali. Nei fatti siamo carne da macello che si sta offrendo volontariamente a chi questa carne sa come utilizzarla.

C’è una prospettiva politica dell’Arte e degli artisti in Italia in questo momento? E, se c’è, quale potrebbe essere?
No, non credo che ci sia. Sicuramente non a livello di “movimento”. Credo che ci siano probabilmente delle individualità che stanno ragionando su questa cosa. Ci saranno sicuramente (mi rifiuto di pensare che non ci sono!) artisti che si interrogano sul proprio ruolo. L’artista deve riportare l’Arte nella Storia della città e ciò significa individuare le trasformazioni, generarle… se vuoi, creare caos, anche, creare contraddizioni forti. Questo è quel che l’Arte oggi dovrebbe fare. Bisogna creare scontri. L’Arte non può più essere assuefatta o accondiscendente anche perché non ha nulla da guadagnare in questo. E, soprattutto, un’arte non accondiscendente rende un buon servizio: difende la cultura che, invece, è sotto attacco continuo dalle istituzioni. È chiaro che il progetto è quello di azzerare completamente la cultura vista come sperimentazione e come possibilità di errore.

Ritorno alle origini: hai un ricordo della campagna? e poi, cosa particolare, che lavoro faceva tuo nonno?
(risate) Quale lavoro faceva mio nonno? Quale dei due nonni? I miei due nonni hanno fatto diversi lavori! Forse quello che ricordo di più è il padre di mio padre che, fra i tanti mestieri ha fatto il barbiere. E come tutti i barbieri, suonava uno strumento. È quello che mi ha insegnato i primi accordi sulla chitarra anche se lui suonava il violino. I ricordi di infanzia in campagna? Sì… una cosa che ricordo era che andavamo rubare le arance ed era una cosa bellissima! Costruivamo le fionde con le forcine degli alberi e spaccavamo le lampadine. Questa è una cosa che i ragazzini dovrebbero ricominciare a fare!

E i Bastoni Siciliani? (antica e quasi dimenticata arte marziale nata in Sicilia, ndr)
No, non mi fare parlare di questa cosa qua perché ne parlerei in maniera superficiale!
Sto studiando… è bello! Sto studiando con un maestro molto bravo, si chiama Alfio Di Bella, è di Riposto. Ha 80 anni e vi posso dire che sta molto meglio di me! È una bellissima esperienza, un modo per riconnettersi alla terra. Quello sì. È un’arte antica, un’arte povera sviluppata per centinaia di anni nelle campagne tra i pastori. Come disse una volta il mio maestro di Karate, è un’arte che “non ha una morale”. Ha soltanto una pratica, che è “lunga quanto è lungo il bastone”. Questo lo dice il Maestro Di Bella: “la scuola è lunga quanto è lungo il bastone!”. Io sono decisamente un neofita, però mi sta dando tantissimo.

Abbiamo cominciato parlando della tua musica e del dolore. La chiudiamo in modo diverso: dietro il dolore c’è anche speranza…
Il dolore non è una cosa negativa. Il dolore è una componente forte della nostra esistenza ed è ciò che, probabilmente, ci porta a scegliere e a crescere. Nick Cave, una volta, tanti anni fa , disse in un’intervista che nella società moderna il dolore è relegato all’ultimo banco in fondo alla classe, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi. Sono convinto che il dolore vada affrontato e raccontato perché genera storie e felicità, perché genera cambiamento.

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