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Pianos Become The Teeth – Keep You

2014 - Epitaph
screamo / indie / hardcore

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Tracklist

1. Ripple Water Shine
2. April
3. Lesions
4. Old Jaw
5. Repine
6. Late Lives
7. Enamor Me
8. Traces
9. The Queen
10. Say Nothing

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I Pianos Become The Teeth hanno deciso di non strillare più. Magari questa notizia non vi coglierà di sorpresa, o più probabilmente non ve ne fregherà una benemerita, però per i tanti fan del gruppo è una svolta importantissima. Sembrano dunque intenzionati a uscire dal variopinto team “screamo” formato a metà anni duemila, lasciando ad altri l’onere di portare la torcia, tra tutti gli amichetti Touché Amoré.

I Pianos invece sono intenzionati a seguire un percorso naturale che li ha portati a voler abbandonare i toni più aggressivi dei dischi precedenti: il risultato su Keep You è allo stesso tempo positivo e vagamente deludente.
Se pure notiamo con piacere che  Kyle Durfey ha la voce giusta per affrontare il cambiamento, la tonalità, però, è ben lungi dall’essere originale e ci sono momenti sull’album dove sembra di poter richiamare le influenze dei nostri fin troppo facilmente. La ripetizione ossessiva e irritante di “your wick won’t burn away” nell’altrimenti ottimo singolo Repine, i momenti più melodici di Late Lives, son tutti segni evidenti che la mossa di “abbandonare” lo screamo può facilmente deviare in una generale ammosciata del sound.
Musicalmente l’album è facile da inquadrare in pieno “indie”, condito da percussioni particolarmente onnipresenti a là Appleseed Cast, con una spruzzata di math rock e poco amore per i ritornelli, com’è giusto che sia.
Dopo ripetuti ascolti, diventa chiaro che Keep You non è affatto un album facilone, anzi. Immerso in liriche talmente personali da far arrossire Mark Kozelek: Durfey guarda una vecchia foto di famiglia in April e si chiede “cos’è successo quel 31 luglio 1976? Cosa mi sono perso? Ho la tua foto sul lavandino, eri così giovane, così magra”. Anni luce dall’abbracciare tematiche pseudouniversali (e vuote) alla U2, l’intero album è doloroso, percorso da una tonalità talmente amara e difficile da mandar giù, tanto che è facile farsi sopraffare da una certa depressione prima di metà disco.
I Pianos non risparmiano comunque qualche tocco aggressivo qui e lì, per esempio sulle riflessioni caratteriali di Old Jaw, arrivando poi all’esplosione rabbiosa nella finale Say Nothing, ancora più intrisa di dolore e potente di qualsiasi altro disco screamo dell’anno, considerando quel che abbiamo dovuto sopportare per arrivarci.

I fan dei Pianos hanno abbracciato, chi più chi meno, il cambiamento come un’evoluzione naturale e in effetti così sembra anche a me; rimane però la necessità di darsi più tempo per adattarsi al nuovo stile. Per ora, Keep You può essere inquadrato come necessario per i fan del gruppo e per chi è appassionato di canzoni con estreme dosi di cuore.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=qctKVrTE7jM[/youtube]

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