Menu

Recensioni

Einstürzende Neubauten – Lament

2014 - BMG
avanguardia / industrial

Ascolta

Acquista

Tracklist

1.Kriegsmaschinerie
2.Hymnen
3.The Willy-Nicky Telegrams
4.In De Loopgraaf
5.Der Weltkrieg (Percussion Version)
6.On Patrol In No Man's Land
7.Achterland
8.Lament (Lament)
9.Abwärtsspirale (Lament)
10.Pater Pecavi (Lament)
11.How Did I Die
12.Sag Mir Wo Die Blumen Sind
13.Der Beginn Des Weltkriegs 1914
14.All Of No Man's Land Is Ours

Web

Sito Ufficiale
Facebook

“Lament” è il nuovo album degli Einstürzende Neubauten? Forse no. Forse non importa così tanto. Forse “Lament” è l’esperimento al di là della musica e del proprio corpus operativo, corpus di un macchinario che si muove e vive anche da fermo.

((Non contiene i pezzi che ai concerti chiederete a gran voce facendo la solita figura del nostalgico rompicazzo)) Cosa contiene? Storia. Cosa? Sì. Guerra. Quale? La “Grande Guerra” [’14-’18]. 100 anni ci separano. 4 anni di conflitto in 77 minuti e 47 secondi di delirio in control. Spettri sotto forma di pathos arrivano e circolano attorno alle composizioni, i morti che s’interfacciano a noi vivi, stride il delirio, arriva il mostro del conflitto sotto il clangore delle catene e porta il terrore dell’inesplosività, apre “Kriegsmaschinerie”, vi parrà il passato, lo è, è illusorio, è ricordo. Fa paura. La guerra fa paura. Tante cose fanno paura.
La voce di Blixa Bargeld fa paura quando deve farlo, e il passato a ondate metalliche fa capolino quando meglio crede, così la poesia di Joseph Plaut assume le spoglie dell’industria, è “Der Beginn Des Weltkrieges 1914 (Dargestellt Unter Zuhilfenahme Eines Tierstimmenimitators)”, sono animali e mostri (quando chiude con “HIITLER, HIIIIITLER, HIIIIITLER” l’ombra bassa si staglia lunga sul secolo breve). Nel mentre possiamo parlare anche della voce di Alexander Hacke che esce allo scoperto, fuori dalla trincea delle 4 corde e fuori dai folti baffi, su ben due brani, primo in questione è “On Patrol In No Man’s Land”, canto degli “Harlem Hellfighters”, il reggimento nero, la fanteria jazz che colpisce e non perdona, la soulness è resa alla perfezione ed è venata dal suono della pugna, l’aria è viziata dalle granate, i timpani distrutti dai colpi d’artiglieria fino alla conquista sulla ripresa di “All Of No Man’s Land Is Ours” che scivola via sotto l’egida di Bargeld.
Poi c’è la canzone che viene fuori dal recente passato degli EN ed è figlioccia della collaborazione con Teardo di Blixa, è bella ed esile, rimarrà un soffio, si chiama “How Did I Die”, ci dice che la differenza sta nella canzone, loro non sono morti. I soldati? I musicisti? Entrambi. Poi il disco si dispiega e apre le sue vere pesanti porte sulla suite di “Lament” composta da tre movimenti: il primo è un soffio di tristezza nel cuore fermo dei morti sul campo (“Lament”, non a caso), il secondo sono i denti della macchina da guerra che stridono e stritolano ossa deboli (“Abwärtsspirale”) il terzo sono DAVVERO le voci dei morti incise su cilindri, morti perché prigionieri di guerra che prima di spirare han donato all’eternità (per un esperimento della Commissione Fonografica) il canto della propria terra (“Pater Peccavi”).

Osano. Ancora. Dopo tutti questi anni. Dopo un secolo. Tutto torna alle nostre orecchie come la storia viene dimenticata da molti. Non da loro. La cantano. E lo fanno bene.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=J5hwKuvsGws[/youtube]

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close