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Mono – The Last Dawn / Rays Of Darkness

2014 - Temporary Residence Ltd.
post-rock

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Tracklist

The Last Dawn
1.The Land Between Tides / Glory
2.Kanata
3.Cyclone
4.Elysian Castles
5.Where We Begin
6.The Last Dawn

Rays Of Darkness
1.Recoil, Ignite
2.Surrender
3.The Hand That Holds The Truth
4.The Last Rays

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I Mono sono il colore dell’inverno ai piedi del Monte Fuji. I Mono hanno il sapore delle lacrime congelate sotto la neve, nel cuore della malinconia. “The Last Dawn/Rays Of Darkness” è il corpus di un post-rock che dalla punta di un iceberg guarda a noi poveri sciocchi con aria di chi può arrivare sopra le nuvole.

Se ve lo state chiedendo non è al livello di “Hymn For Immortal Wind” o “For My Parents”, quello è materiale d’antologia della musica, della sperimentazione tutta e di un sacco d’altre belle e tristi cose. Ma qui si è al cospetto di una carezza che trascende l’idea di post-rock, là dove il posto dei Mogwai rimane vacante e l’assenza degli Envy fa sentire il suo peso, al netto di uno stuolo di band che di questo genere provano a far il verso ma che al cuore non comunicano niente (leggi This Will Destroy You). Sul lato de “L’ultima alba” ci troviamo dinnanzi al cuore caldo di un’orchestra, quasi come se la fusione tra “classica” e post sia d’obbligo, gli archi cupi e sinuosi di “The Land Between Tides/Glory” fanno da elevatore magnetico, mentre il pianoforte di “Katana” infilza una melodia statica, in crescendo surreale, quasi immobile nel suo evolversi mentre gli incastri di chitarra a memoria Karate dell’indie dei bei tempi di “Cyclone” danno un movimento d’intensità impareggiabile tendendo i nervi fino alla decostruzione dell’io e così la spettrale melodia di “Where We Begin” nel suo quasi pop movimento.
Se si attraversa il fiume e si arriva al versante dei “Raggi d’Oscurità” si trova un terreno completamente diverso, un terreno disgregato e ai confini della palude, una palude di cavi scoperti che mostrano il volto noise e distruttivo di un sé romantico in “The Last Rays” che scaraventa l’anima in recessi di disgregazione priva di direzione e via di fuga, o ancora nelle onde disperate e inamovibili di “Surrender” che celano lo splendore della tromba di Jacob Valenzuela dei Calexico che porta alla luce un calore altrimenti invisibile a cui detta violenza la bastonata da 13 minuti di “Recoils, Ignite” o la voce furiosa di Tetsuya Fukagawa degli Envy, la cui mancanza viene meno, su “The Hand That Holds The Truth”, disperata e senza posa.

E guarda un po’ se il dolore e le mancanze devono essere il cuore caldo di un disco di cotanta beltà.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=QQPhwQK4H1U[/youtube]

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