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The Tea Party – The Ocean At The End

2014 -
rock / alternative / progressive

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Tracklist

1.The L.O.C.
2.The Black Sea
3.Cypher
4.The Maker
5.Black Roses
6.Brazil
7.The 11th Hour
8.Submission
9.The Cass Corridor
10.Water’s On Fire
11.The Ocean At The End
12.Into The Unknown

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Qualcuno conosce o segue i The Tea Party sul suolo italico? Probabilmente siamo in pochi, invece sul suolo canadese sono (o forse sarebbe più corretto dire erano) uno dei gruppi rock più seguiti e ascoltati, probabilmente il più esportato dopo i cari buoni Rush.
I tre, però, si erano persi tristemente per strada, dopo una serie di cambi stilistici sorprendentemente riusciti come quello pseudoindustrial di Transmission, andando a interrompere bruscamente la loro carriera una decina di anni orsono. Ne è seguita una delirante deriva solista del leader Jeff Martin, culminata nel pessimo Exile and the Kingdom che ancora sto cercando di dimenticare. Il bassista Stuart Chatwood, invece, si è tenuto impegnato confezionando delle notevolissime colonne sonore per la serie Prince of Persia. Vabbè, ci siamo capiti, arieccoli qui, con l’ondata anomala delle reunion che c’ha portato il 2014 pure loro non si sono fatti pregare più di tanto.

Il nuovo lavoro, prodotto dallo stesso Martin, riprende stilisticamente dove l’ultimo Seven Circles aveva mollato, avendo però anche la responsabilità di riempire il vuoto lasciato nel frattempo, impresa non facilissima.
Si inizia con potenza con la discreta The L.O.C. che va a infrangersi nel successivo singolo The Black Sea, che alterna strofe oscure dove Martin minaccia con la sua voce e momenti più melodici in un’alternanza piacevole e per nulla banale, più c’è il gradito ritorno degli assoli di Jeff, sempre stato un chitarrista dal talento, ahimé, sprecato.
Abbiamo il necessario momento romantico con Black Roses: quando Jeff ti dice con la sua vociona “beautiful lady” sai che le cose si fanno serie. Nonostante la progressione melodica nelle strofe richiami non poco simili tentativi del passato come In This Time, la band prova a innovare con una ripartenza rock nel ritornello che però finisce con portare una ripetizione eccessiva e farla venire a noia.
Notevole invece la cover di The Maker, non buttata via a caso ma elevata, sfruttando la potenza strumentale del trio in maniera intelligente, con qualche sorprendente tocco gospel qui e lì.
In Brazil il gruppo sembra quasi voler provare la carta della sorpresa, buttandola proprio sui ritmi sudamericani, invece è solo un’impressione, anche se il pezzo dimostra una certa elasticità dei tre con un affastellarsi di trombe, cori e quant’altro. Rimandi al passato più Bowie-sco li troviamo in The 11th Hour, che ci rimanda proprio ai bei tempi anni novanta in cui Jeff con due accordi scriveva pezzi da novanta tipo Psychopomp. In The Cass Corridor i nostri sputano fuori un miscuglio alcolico di blues, rock, punk, evidente che si divertono proprio da matti.
E’ chiaro che, nonostante non vi sia nessun tentativo di minare le fondamenta del gruppo per ricostruire qualcosa, i nostri sono perfettamente in controllo di quello che fanno meglio: scimmiottare i gruppi mistici anni settanta con un misto intelligente di rock, influenze marocchine e blues.

Insomma, per quanto fosse perfettamente lecito aspettarsi di più dai Tea Party che non un semplice riscoprire il divertimento del suonare insieme, considerando la pochezza del panorama rock attuale, The Ocean at the End va accolto a braccia aperte come una piacevole brezza fresca. Bentornati.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=eTFO5uRDcqw[/youtube]

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