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Interviste

Intervista a CARLO MAVER

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Abbiamo intervistato il bandoneonista Carlo Maver in occasione della pubblicazione del suo terzo album, “Tracce d’Africa” (clicca qui per la nostra recensione). Un viaggio musicale alla scoperta di sonorità lontane.

Il bandoneón: come mai hai scelto di studiare questo strumento? Ci sono degli artisti che hanno influenzato questa tua scelta?
La scelta di cominciare a studiare il bandoneón credo sia stata dettata dal bandoneón stesso, l’incontro con questo strumento e alcune musiche delle quali è portavoce mi hanno letteralmente stregato, conquistato…dopo l’incontro con Daniele Di Bonaventura (il primo bandoneonista che ho incontrato) e l’incontro con le musiche di Dino Saluzzi e Astor Piazzolla, mi si è aperto un nuovo mondo musicale che non ho potuto non seguire.

“Tracce d’Africa” è il tuo ultimo disco pubblicato ad ottobre: com’è nata l’idea di questo lavoro?
Antecedente la passione per la musica è sempre stata forte in me la necessità di viaggiare, di conoscere, di mettermi in situazioni completamente nuove per me, essere una bottiglia vuota da riempire con nuove “sostanze”. Questo mi ha portato a viaggiare in paesi lontani e molto diversi dall’Italia (Turchia, Kurdistan, Mali, Afghanistan, Indonesia……). L’idea di “Tracce d’Africa” fondamentalmente è quella di un viaggio a ritroso , una ricerca delle tracce soprattutto ritmiche che il “continente nero” ha regalato a tanti generi musicali.Ma soprattutto attraverso composizioni originali che spaziano dagli elementi neri del Tango e del Jazz, dal medio oriente al mediterraneo e all’America Latina.

Questo album può essere considerato un viaggio musicale a spasso per il mondo (ci sono tantissime sonorità lontane tra di loro: il jazz, il tango, ritmi africani, mediorientali, mediterranei…). Tu anche hai viaggiato tantissimo nella tua vita: c’è un paese a cui sei particolarmente legato? C’è una scena musicale lontana da quella italiana che ti piacerebbe conoscere meglio?
I viaggi che hanno lasciato un ricordo indelebile sono stati sicuramente la Turchia orientale ed il Kurdistan turco per il calore e l’ospitalità delle persone. Ho sempre avuto la necessità di viaggiare da solo e in quei paesi vieni accolto come un figlio. Come esperienze non posso dimenticare la partecipazione ad un festival di musica tradizionale a Sanliurfa in Turchia e sempre a Sanliurfa essere invitato da una confraternita di Dervisci Rotanti ad imparare il Sema (la cerimonia principale di quell’ordine di Dervisci). Poi in Mali l’esperienza di partecipare ad una Azalai, la carovna del sale. Da Timbuktu alle miniere di sale di Taoudenni tutto a piedi o a dorso di cammello, 1500 km in 35 giorni: io, un cammelliere e 30 cammelli. Specialmente nell’esperienza sahariana non c’era musica ma la forza del silenzio e l’essenzialità di tutto ciò che mi circondava mi hanno nutrito molto e credo che molto di quel nurimento si sia trasformato in musica.

Cos’è cambiato musicalmente da quel primo “Spaesaggi”?
E’ cambiato molto, la ricerca musicale si è fatta più fine e forse è più presente la mano di jazzisti che hanno collaborato con me. Allo stesso tempo in “Spaesaggi” c’è una spontaneità musicale che non voglio assolutamente perdere di vista.

Com’è stato suonare con una personalità di spicco del jazz come Javier Girotto?
Con Javier è stato bello condividere il palco una sera assieme a Teo Ciavarella. Javier è un grandissimo professionista.
Hai studiato per un periodo il bandoneón in Argentina sotto la guida del maestro Dino Saluzzi: com’è stata come esperienza?
Beh… L’esperienza con Saluzzi è stata magica per me. Da una parte l’incontro con il tuo artista preferito. Dall’altre una storia simile a quelle fra allievo e maestro nei racconti Zen. Dino ancora prima di essere un genio è soprattutto un poeta, ha una visione della musica e una liricità unica. Credo che siano queste le cose che più è riuscito a passarmi,la ricerca del bello e l’interiorità della musica.

Progetti per il futuro?
Imparare a suonare! Ciao!

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