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HAYSEED DIXIE – Covo Club, Bologna, 14 febbraio 2015

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In quel di Bologna arrivano gli Hayseed Dixie che, ad ascoltarli dai loro album, sembrano poco altro che un gruppo di redneck con la passione per l’hard rock. Ci sono band che rigorosamente vanno ascoltate in live, vissute sulla propria pelle: è il caso di questi quattro “ragazzi” sbucati da un romanzo di Lansdale, pezzi viventi di un’America lontana. John Wheeler (voce, chitarra), Butten (banjo), Hippy Hymas (mandolino) e Byers (basso) suonano strumenti acustici, ma fanno un chiasso della madonna, ribaltano il locale fin dalle prime note di una pompata Hells Bells. Wheeler oltre a vocalizzare come non ti aspetti è uno showman che sa come comprare il suo pubblico: elenca una serie di vini italiani, abbozza un paio di bestemmie e insulta Tiziano Ferro. In cinque minuti il pubblico si infiamma, un po’ per una scaletta molto nazionalpopolare (sviscerati grandi classici del rock), ma la realtà dei fatti è che i quattro cowboy non trovano scuse per fermarsi. Il sudore sulla fronte di Wheeler è giustificato, due ore di continui assoli, cambi di canzoni sul ritornello e di ritmi incessanti.

Ed è Wheeler, tra un bicchiere di birra e barbera, ad affermare che se c’era un modo per descrivere il concerto, allora la parola giusta sarebbe stata etnomusicologico. Tutto vero; nel giro di venti minuti ci ritroviamo in mezzo ad valzer austriaco, un’improponibile versione di Clandestino di Manu Chao ed In the backyard, una delle poche inedite che spingono l’accelleratore sul bluegrass.

Bohemian Rhapsody è una scheggia, si ripulisce di tutte le caratteristiche ballad dell’originale per trasformarsi un pezzo country punk, e va verso la chiusura del concerto. A furor di popolo il bis è obbligato, il locale ormai si era trasformato in uno sgangherato bar degli Appalachi. Non è un contentino, il bis è un complicatissimo medley che parte e si chiude con Hotel California, ma che al suo interno butta di tutto, brevissimi accenni ai Lynard Skynyrd, Britney Spears, Ronnie James Dio, in neanche dieci minuti gli Hayseed D. attraversano la storia della musica.

E’ uno spettacolo consigliato, in particolare a chi con malinconia non può non notare l’assenza di tour con date italiane dei grandi del country americano: Krist Kristofferson, Hank Williams III, per dire due nomi che fanno bagnare il palato dei fan del genere, non sono mai di casa. Gli Hayseed Dixie non sono una semplice band di cover, vanno oltre: rimodellano qualsiasi canzone passabile, sottomettendola ai connotati di un rockgrass roboante e forse il migliore in circolazione.

foto di Lorenzo Pardi

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