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The Waterboys – Modern Blues

2015 - Puck
folk / rock / alternative

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Tracklist

1. Destinies Entwined
2. November Tale
3. Still A Freak
4. I Can See Elvis
5. The Girl Who Slept For Scotland
6. Rosalind (You Married The Wrong Guy)
7. Beautiful Now
8. Nearest Thing To Hip
9. Long Strange Golden Road
10. Long Strange Golden Road (Acoustic Demo)

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Capeggiati dal solito Mike Scott, i Waterboys tornano, a quattro anni dall’ultima produzione discografica, con “Modern Blues”.

Una storia lunga e travagliata, una carriera costellata di alti e bassi, quella dei Waterboys: pause, cambi di formazione, un successo di critica più che di pubblico, frequenti trasformazioni nel sound. In estrema sintesi, è quanto accaduto dal 1983 (anno di fondazione del gruppo) ad oggi.
L’album destava grande curiosità in virtù del fatto che veniva spontaneo, ai più, chiedersi quale strada avessero scelto Scott e compagni questa volta. Il rock classico degli esordi, il folk irlandese con cui hanno saputo esprimere il meglio, oppure il folk rock dei Waterboys del nuovo millennio?

A dire il vero, in “Modern Blues” c’è un po’ tutto questo. La sfida ai grandi del rock – così com’è stato definito da Scott – inizia con un brano (“Destinies Entwined”) che, già dai primissimi secondi, sorprende con un riff di chitarra abbastanza incisivo che riporta al rock più classico e un testo tutt’altro che banale. Si ritorna a un folk quasi dylaniano con “November Tale”, imperniato intorno a un dialogo fra due persone che vivono la loro vita spirituale in maniera totalmente diversa e che riescono, però, a trovare un’intesa: tema certamente attuale. Quarta traccia, “I Can See Elvis”.
Uno dei momenti più romantici e belli dell’ultimo lavoro dei Waterboys è dedicato all’immortale Elvis Presley. In un’intervista, Scott ha raccontato la genesi del brano, diversa da quella di “The Return of Jimi Hendrix” (vecchio classico della band). Se il ritorno di Jimi Hendrix era frutto di un sogno, la visione di Elvis parte invece da un dialogo sulle near-death experience. Il racconto è affidato a un sound danzante, che riesce a conferire al disco, nel suo complesso, quell’imprescindibile varietà che ne rende più facile l’ascolto. Dopo “I Can See Elvis”, però, Scott e compagni sembrano un po’ perdersi: il lotto successivo, infatti, sebbene non così malvagio, sembra risentire di una minore ispirazione rispetto a quanto di buono fatto con i pezzi d’apertura. Ma i Waterboys riescono a rialzare la testa con il finale: dopo un brano musicalmente piacevole ma non brillante (“Nearest Thing To Hip”) in cui si analizza il fenomeno della trasformazione delle città che non lasciano più spazio alle individualità (si osserva come ciò riguardi anche la musica e come non ci sia più spazio per un angolo con qualche scaffale impolverato in cui poter cercare affannosamente un album ), la traccia conclusiva è, oltre che perfetta per il disco in questione, anche fra le migliori opere della band. “Long Strange Golden Road” è una lunga cavalcata di dieci minuti introdotta dalla voce di Jack Kerouac che legge il suo capolavoro “On The Road”. È un lungo crescendo, frutto della confluenza di rock e folk, della poetica di Dylan e Van Morrison, delle tematiche tipicamente country. Un pezzone in cui si canta la strada, la si ascolta. Lo spazio dedicato a Kerouac è perfetto.

Un gradito ritorno, quello dei Waterboys, finalmente su buoni livelli, anche se “discontinui”, come in “Modern Blues” così nella loro carriera. L’album può contare su pezzi di pregevole fattura, come l’ultimo, ma il giudizio finale è anche figlio di una “fase di stanca” che colpisce la parte centrale. Un vero peccato: “Modern Blues” avrebbe potuto, certamente, raggiungere i livelli di “Fisherman’s Blues” e, probabilmente, superarlo. Si limita, invece, a fare di due o tre pezzi i nuovi cavalli di battaglia della band.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=YN-EmQ4Aa6Y[/youtube]

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