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C’mon Tigre – C’mon Tigre

2014 - Africantape
space rock / psych

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Tracklist

01. Rabat
02. Federation Tunisienne De Football
03. Fan For A Twenty Years Old Human Being
04. A World Of Wonder
05. C’mon Tigre
06. December
07. Commute
08. Queen In A3
09. Life As A Preened Tuxedo Jacket
10. Building Society – The Great Collapse
11. Building Society – Renovation
12. Welcome Back Monkeys
13. Malta (The Bird And The Bear)

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“C’mon Ti-gre… C’mon Ti-gre…”

Una voce. Poi due. Poi molte altre, sovrapposte. Sembra che qualcuno chiami dall’altra stanza, sembra un soffuso, pacato coro greco che sbraita in silenzio dentro la tua testa. È un canto mantrico, d’evocazione. Un richiamo. La Tigre è tra noi.

Del progetto nostrano C’mon Tigre – che, comunque, di nostrano ha poco – non sappiamo quasi niente, se non che si palesa sui palchi dei più importanti club italiani con formazioni cangianti, come un collettivo, un cantiere aperto che produce sonorità ipnotiche, danze mediorientali. Una realtà già consolidata, sebbene sia piuttosto fresca, e che striscia con classe nella fitta giungla dell’indie italiano, con questo esordio omonimo – ed autoprodotto – ed una serie di date che vedono molti e, al solito, misteriosi ospiti.

Difatti, C’mon Tigre è una fabbrica del suono, che muta pelle e mood di pezzo in pezzo; “Rabat”, con un tocco soffice e psichedelico, introduce un’opera che presenta una sorpresa ad ogni angolo, a prova di skip, e totalmente imprevedibile.
Il singolo “Federation Tunisienne de Football”, accompagnato da un ottimo video animato a cura di Gianluigi Toccafondo, già lascia nell’apparato uditivo quel retrogusto speziato e mesmerizzante del Nord Africa, senza disdegnare i ritmi ciondolanti di un certo post-punk sotto morfina (Talking Heads?): un brano frizzante come il calcio periferico e fantasioso di cui parla. Il ritmo si fa ancora più intrigante e cadenzato con il jazz semi-elettronico di “Fan for a 20 years old Human Being”, e con l’epopea di “A World of Wander”, questa volta un vero jazz, spaziale, alla Sun Ra, chiuso poi da un valzer di sinistri synth ed effetti. Lo spartiacque del disco è il richiamo alla Tigre, che si sveglia e ruggisce nel magnifico e funereo organo di “December”. “Commute”, forse il pezzo più riuscito del lotto, esprime al solito una grande originalità compositiva, che mescola in cocktail vincente psichedelia e fiati; la chiusura soffre una certa lentezza con la suite “Building Society”, forse troppo ambiziosa ma, allo stesso tempo, richiusa in se stessa.

Ma c’è una ripresa: il canto d’addio del Grande Felino nero ed arancio è la malinconica “Malta”, brano elegantissimo e scandito da una drum machine semplice e lineare, che fa da spina dorsale ad arpeggi ed ai soliti fiati: la tigre sputa fuoco con l’ultimo acuto, un gioco di chitarre, trombe, percussioni e voci che si mescolano in un unico, meraviglioso suono.

Non è jazz, non è world music, non è space rock: è il ruggito di molte anime – “C’mon Tigre is a collective of Souls”, come recita il booklet – , cosmopolite, accordate, uniche.
Un esordio da recuperare: consigliatissimo.

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