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The Body & Thou – You, Whom I Have Always Hated

2015 - Thrill Jockey
sludge / doom / metal

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Tracklist

1. Her Strongholds Unvanquishable 2. The Devils of Trust Steal the Souls of the Free
3. Terrible Lie
4. Beyond the Realms of Dream, That Fleeting Shade Under the Corpus of Vanity
5. He Returns to the Place of His Iniquity
6. Lurking Fear

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La logica di autoconservazione propria dell’essere umano dovrebbe impedire alle mani di posizionare la puntina sul primo solco di dischi come questo ma, si sa, all’uomo preservare la propria integrità non interessa. E meno male. E meno male che Thrill Jockey continua a far uscire roba di uno spessore e di una difficoltà (quasi) senza pari.

Anche se l’attenzione di tutti quest’anno è rivolta verso i Liturgy e il loro nuovo controverso disco (o disco di merda, scegliete voi, tanto non si è ancora capito) bisognerebbe stare attenti anche alle altre uscite dell’etichetta di Chicago, uno su tutti questo “You, Whom I Have Always Hated” del luciferino ensemble formato da Thou e The Body.

E siamo al secondo gioiellino a loro nome, il primo, il devastante “Released From Love”, è uscito appena l’anno scorso, e speriamo non sia l’ultimo, dati i risultati di questa mefistofelica collaborazione. Se nel disco di cui vi ho appena parlato spicca la cover di “Coward” di Vic Chessnut , in questo troviamo un’altra piccola perla della rivisitazione in chiave sulfurea di un altro grande classico del dolore in musica, ovverosia “Terrible Lie” dei Nine Inch Nails che mostra il suo lato disturbante più di quanto abbia mai fatto nelle mani del sommo creatore Reznor, donandole un substrato di allucinazione dronica dal tasso di rumore oltre la soglia della sopportazione pur mantenendo un impianto melodico falcidiante ad opera di un basso che striscia sottopelle. Al netto della distruzione doomeggiante di “Released..” qui a fare gli onori di casa è il dedalo noise che si snoda tra i brani e che si aggancia in orrorifici modi all’impianto sludge, “Her Strongholds Unvanquishable” sono 7 minuti e 22 secondi di puro delirio immobile, infilzato da rumorismi e ondate elettriche al ralenti, il tutto ad incorniciare latrati vocali che in più di un’occasione non mostrano nulla di umano. Quando le putride acque si muovono più in fretta il quadro acquisisce un’emotività di fondo inaspettata, come in “Lurking Fear” con il suo incedere desertico che si apre su una vocale “piana” melodica infettata da arpeggi sabbat(h)ici e rumori locrianiani che ritornano dalla corta ma non meno pericolosa “He Returns To The Place Of His Iniquity”, come una reprise da composizione classica-moderna. Non manca nulla a questo disco, men che meno la violenza e gli sberloni ritmici a botta e risposta tra sezione ritmica e sezione “melodica” di “Beyond The Realms Of Dream, That Fleeting Shade Under The Corpus Of Vanity”.

Smettete dunque di scervellarvi sul nuovo Liturgy e sfogatevi con la violenza inaudita di questo disco. Di dubbi non ne avrete.

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