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A Forest Of Stars – Beware The Sword You Cannot See

2015 - Lupus Lounge
black metal

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Tracklist

1. Drawing Down the Rain
2. Hive Mindless
3. A Blaze of Hammers
4. Virtus Sola Invicta
5. Proboscis Master Versus the Powdered Seraphs
6. Pawn on the Universal Chessboard Part I: Mindslide
7. Pawn on the Universal Chessboard Part II: Have You Got a Light, Boy?
8. Pawn on the Universal Chessboard Part III: Perdurabo
9. Pawn on the Universal Chessboard Part IV: An Automaton Adrift
10. Pawn on the Universal Chessboard Part V: Lowly Worm
11. Pawn on the Universal Chessboard Part VI: Let There Be No Light

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Gli A Forest of Stars son probabilmente uno dei gruppi più enigmatici della scena black metal (e dintorni) inglese. Non solo i nostri si atteggiano da gentiluomini dell’epoca vittoriana, datando quindi i loro lavori di conseguenza, ma si propongono sempre con uno stile semi steampunk che ben poco ha a che vedere con la tipica estetica del postblack/blackgaze/frocerie varie.

Il loro precedente lavoro è stato inserito dal sottoscritto in testa a tutte le classifiche possibili del 2012, segno evidente che i nostri avevano oltremodo convinto: “Black metal misto con una lezione stupendamente medievale, condito da testi splendidi che farebbero invidia al Dickens più rabbuiato.”.
Son passati tre anni ed eccoci al termine del non facile concepimento di Beware The Sword You Cannot See, complicato dai soliti membri che se ne sono andati durante la produzione.

Finirà nella mia lista di fine anno? Francamente, ho qualche dubbio.
Sembra che i nostri abbiano voluto forzatamente spingere a tutti i costi sul concept album, problema che in parte affliggeva anche il precedente che, però, funzionava benissimo pure con i singoli pezzi.
Il discorso qui è diverso, vuoi per le sei parti diverse della finale Pawn on the Universal Chessboard, vuoi perché spesso le singole canzoni richiedono attenzione eccessiva per essere decifrate. Pare che i nostri abbiano preso parecchie utili lezioni in pura strumentalità, trascurando invece la precedente teatralità che, personalmente, adoravo.
Il singolo anticipante l’album, Drawing Down the Rain, racchiude tute le qualità tipiche degli inglesi: voce maschile tiepidamente rabbiosa, la femminile delicata, violini come se piovesse, ripartenze poeticamente violente, momenti acustici e così via. La scrittura si conferma, però, particolarmente ostica, infatti ci vuole un numero di ascolti molto maggiore del solito per riuscire minimamente a distinguerla dal resto, cosa che da un singolo normalmente non mi aspetterei.
Durante i sette ascolti che mi son violentato a fare, mi son venuti in mente parecchie volte i Vulture Industries e, tutto sommato, mi son accorto che avrei preferito ascoltare il loro ben più “umile” The Tower. E per quanto non sia un paragone di cui vergognarsi, in precedenza non riuscivo a collegare nessuno ai FoS, a parte forse i Peste Noire.
La già citata interminabile Pawn on the Universal Chessboard permette ai nostri di flettere i muscoli e provare a infilare nel disco un po’ di tutto, dallo psych rock al pop, che avevano già provato con Dead Love. E ironicamente la mia sequenza preferita? Perdurabo, che è sostanzialmente un classico pezzo black metal loro ridotto ai quattro minuti: voce femminile che apre, attacco violentissimo e stacco acustico. Boh, c’è qualcosa che non va.
La dolcissima conclusione con Let There Be Light (n’altro riferimento ai Pink Floyd? Ebbasta!) devo dire che strappa più di qualche emozione proprio alla fine, lasciandoci con quel giusto retrogusto amaro.

La considerazione finale è che mi sarebbe piaciuto tanto poter consacrare alla storia gli inglesi con questo nuovo lavoro, ma mi sento poco convinto, non son sicuro di volerlo riascoltare ancora molte volte e son un po’ deluso. Per carità, alla fine è l’album che mi sarei aspettato, una maturazione leggera del sound con forte attenzione all’unione armonica degli strumenti e del black metal con influenze industrial e folk. Eppure, no, non ci siamo, dal loro talento mi sarei aspettato ben altro. Peccato.

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