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Clamidia – Al Mattino Torni Sempre Indietro

2015 - Autoproduzione
rock / alternative

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Tracklist

1. La Croce
2. Spazi Pubblici Per Scambisti
3. Fondazione Nuovo Sentiero
4. Ulisse
5. Sotto Il Diluvio
6. Le Controfigure
7. La Sposa Suicida
8. Assalti Ai Muri
9. L'Agguato
10. Redenzione E Grazia

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Se “Clamidia” non fosse solo il nome di un’ottima e promettente Rock band italiana e quello di una brutta malattia sessualmente trasmissibile, potrebbe essere, con un po’ di fantasia, il nome di una spettrale donna immaginaria. In questo caso saremmo forse al cospetto di una figura esile, ai confini dell’anoressia, capelli lunghissimi e neri, guance scavate e occhi infossati su un viso patologicamente ceruleo. Attorno a lei non ci sarebbe nulla, solo il buio; nessuna luna o stella ad illuminare il mondo, solo le fiamme di una città che brucia alle sue scheletriche spalle.

Questa potrebbe essere una delle tante suggestioni derivabili dall’ascolto di quello che è effettivamente un disco fatto di sonorità cupe, nonchè di atmosfere che appaiono imbevute di un’oscura melma viscida e collosa. La sensazione è quella di essere incappati nella tela di un ragno: Inizialmente tenti con tutte le tue forze di liberarti, poi capisci che è tutto inutile e ti rassegni pacificamente all’idea di essere divorato.

La claustrofobia di questo “Al mattino torni sempre indietro” si fa materia concreta in un ambiente sonoro piuttosto 90’s, con qualche ricordo del verdeniano “Il suicidio dei samurai”: l’intro di “Fondazione Nuovo Sentiero” evoca quello di alcune perle del celebre trio bergamasco come “Phantastica” o “Balanite”, con quel basso grasso, grosso e cattivo che fa vibrare il corazon.

Fondamentale elemento di questo gruppo è la voce del cantante Morris Celli, che tra leggerezza melodica e ruvidi isterismi, con rimembranze che oscillano tra Marlene Kuntz e Fluxus, coinvolge fino alla fine l’ascoltatore, che risulta appagato nel tentare di comprendere testi piuttosto inclini all’ermetismo, ma sempre sorprendentemente efficaci.

C’è indubbiamente uno spessore di fondo nel progetto di questo quartetto e lo si avverte in ogni alienante giro di basso, in ogni stridula nota delle chitarre, in ogni soffocante ritmo di batteria e in ogni solenne e pietrificante parola pronunciata. Tale spessore è forse il segreto dell’attrattività di questo disco, che appare inoltre la dimostrazione che un certo tipo di “Rock alternativo”, quello considerato obsoleto e snobbabile dai più Hipster del villaggio, se fatto bene (e in questo caso è fatto molto bene) può ancora dare forti emozioni.

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