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Thee Oh Sees – Mutilator Defeated At Last

2015 - Castle Face / Drag City
rock / garage / indie

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Tracklist

1.Web
2.Withered Hand
3.Poor Queen
4.Turned Out Light
5.Lupine Ossuary
6.Sticky Hulks
7.Holy Smoke
8.Rogue Planet
9.Palace Doctor

Web

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“Salve a tutti, il mio nome è John Dwyer, cantante, chitarrista, instancabile monello”.

“Mutilator Defeated At Last” è il secondo album nel giro di otto mesi per i Thee Oh Sees, inarrestabile fucina di suoni lisergici e corrosivi, direttamente dalla splendida Bay Area. Ma non sono di certo le suggestioni tramontane e la bella spiaggia della California ad accendere la miccia nella materia grigia di John Dwyer, frontman dai mille assi che piazza anche stavolta una piccola pepita preziosa nel mosaico delle produzioni garage e psych; non è caso che questi bucanieri continuino ad ispirare e, perché no, trainare dietro a sè tutto il peso di una scena che conta su pochi, ma preziosi baluardi (uno su tutti, il genietto Ty Segall).

Ma veniamo al disco: se il precedente “Drop” (2014, Castle Face / Drag City) puntava deciso su una formula sonora già sperimentata dal gruppo di Dwyer, ovvero garage furioso che abbraccia le trame lisergiche dello stoner e della psichedelia recente, quest’ultima fatica si spinge ancor di più sulla complessità strumentale e sulla ricerca (seppur limitata) di nuovi suoni da inserire in un calderone troppe volte riscaldato, ma sempre gustoso: l’inserimento della doppia batteria, per quanto visibilmente pomposa e priva di senso, da i suoi frutti nelle trame diaboliche di “Web”, o nella furia punk di “Lupine Ossuary”, che non può non strappare un sorriso di consenso a chi ha ballato sulle note di “Floatin Coffin” o “The Master’s Bedroom…” . È altresì vero che Dwyer stia cercando di lavarsi di dosso l’etichetta del Peter Pan bizzoso, e che voglia dimostrare che il suo progetto musicale offre del materiale ben più profondo della furia cieca e dell’immediatezza lo-fi: lo si può riscontrare nel brano più riuscito dell’ LP, “Sticky Hulks”; più riuscito proprio perché differente, guidato dalle solite chitarre “overhead” e dal basso ondeggiante, ma anche da una parte strumentale che riecheggia in maniera spaventosa gli organetti sixties dei Procol Harum e di Rick Wright. La successiva “Holy Smoke”, se vogliamo, è ancor più clamorosa: breve traccia strumentale, dove a farla da padrone sono gli arpeggi di acustica ed un fantasmagorico organo in sottofondo che ne crea l’involucro. Un bel colpo di coda che anticipa un finale tipicamente ohseesiano: solito valzer di schiaffoni elettrici con “Rogue Planet”, ed a seguire la conclusiva, intrigante “Doctor Palace”, che mette di nuovo in vetrina l’intreccio tra batterie.

Comunque, poco di nuovo sotto il sole, ma ci si diverte in abbondanza. Missione riuscita, quindi, per la sgangherata milizia dei Thee Oh Sees? Assolutamente, se si perde la testa per certe suggestioni e certi suoni; per chi cerca invece la svolta definitiva nella discografia dei californiani, non troverà di certo un disco dei Genesis, ma tanto divertimento sguaiato da godersi.

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