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Failure – The Heart Is A Monster

2015 - INgrooves Music / Failure Records LLC
rock / alternative

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Tracklist

01. Segue 4
02. Hot Traveler
03. A.M. Amnesia
04. Snow Angel
05. Atom City Queen
06. Segue 5
07. Counterfeit Sky
08. Petting the Carpet
09. Mulholland Drive
10. Fair Light Era
11. Segue 6
12. Come Crashing
13. Segue 7
14. The Focus
15. Otherwhere
16. Segue 8
17. I Can See Houses
18. Segue 9

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Se mi avessero detto che nel 2015, esattamente quindici anni dalla prima volta che ho ascoltato i Failure, sarei stato qui a recensire il loro nuovo album non ci avrei creduto manco a vederlo. Il trio ritorna sulle scene dopo un’assenza di 19 anni dall’ultimo strepitoso lavoro, Fantastic Planet, sicuramente uno dei dischi più sottovalutati mai usciti dalla California.

Ci sono voluti gli A Perfect Circle, con la pallosa cover di The Nurse Who Loved Me, a ridare un minimo di visibilità ai nostri che nel frattempo son stati impegnati con Autolux, On e Year of the Rabbit. Stavolta hanno la possibilità di conseguire quel che per sfortuna o mancate coincidenze non sono riusciti a fare a metà anni novanta. Io ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a Londra qualche mese fa, un’altra esperienza che mi ha riunito con dei vecchi amici, trovandoli cambiati ma ancora tutti uniti da qualcosa che non si scioglierà mai.

E sapete cosa? The Heart is a Monster è un disco con le palle, non me lo aspettavo proprio, mi sembrava una mossa senza senso tornarsene fuori dopo tutti questi anni, e invece c’è, c’è.
La grande novità nella formazione è che Ken Andrews è quasi sempre al basso e Greg Edwards alla chitarra, ma per il resto non è cambiato nulla, compresi i vari Segue sparsi nel disco, anzi, di molti di questi potevamo fare a meno.
Hot Traveler apre le danze con un basso sornione e un riff sparato a mille, con il fido Kellii che spinge sul crash in sottofondo e Ken che recupera la voce solita, alternando ripartenze rabbiose a momenti più melodici. Non vado pazzo per il bridge parlato nel mezzo, ma alla fine ha senso per spezzare la canzone e dare modo a Scott di rovinare un po’ i tamburi. A.M. Amnesia riparte ancora più con i volumi sparati, accompagnata dall’immancabile testo a tema spaziale dei nostri, orecchiabilità notevolissima e ritornello più bridge assassini : “The space comes in, the space comes out”.
Sembra che in qualche modo i nostri abbiano di nuovo la passione di suonare insieme, tutto funziona in maniera ideale, suonando molto simile ai vecchi dischi ma allo stesso tempo radicalmente diverso. The Heart is a Monster somiglia più a Magnified come stile che a Fantastic Planet, ma questa  non è certo una critica, bensì un ottimo punto di (ri)partenza.
Con Atom City Queen Greg si riserva  uno spazietto nelle strofe, alternando con Ken nel ritornello, con le chitarre che strillano più un basso violentato a mille stile Edwards inconfondibile; ci attende poi un bel crunch nel bridge e urla accompagnate da distorsione che ci stanno proprio magnificamente per chiudere.
Counterfeit Sky entra in testa praticamente subito, già dal riff scalettato d’apertura e con un’alternanza memorabile di falsetto e cantato normale, “after all the changes, nothing’s changed”.  Altro singolo estremamente difficile da staccarsi dal palato è Come Crashing che inizia in maniera piuttosto simile a un pezzo degli Year of the Rabbit, evolvendosi poi su morbide  linee melodiche e un finale in crescendo con Ken che urla “IT’S NOT ENOUGH!”.
Petting the Carpet me la ricordo come vecchio demo dei bei tempi grungettoni, un recupero che sembra oltremodo sensato, inserendosi bene in The Heart col suo basso serpentino e il ritornello bello lurido, gli echi di Comfort restano sempre piuttosto evidenti.
Giustamente l’album si chiude con un pezzo bello lungo, I Can See Houses, anche questo un ripescaggio dal passato rivisitato e migliorato, con la chitarra acustica che va a tracciare tessiture costruite con lentezza ed estrema cura così da formare un affresco che l’inutile Segue finale va solo a pasticciare.

Di carne a fuoco ne hanno messa tanta e in un’ora e passa di album è facile riuscire a trovare qualcosa che poteva essere tagliato.
Qualche perplessità mi viene sulla ballata Mulholland Drive (riferimenti a Lynch nel 2015?) che sembra davvero un “Pink Floyd meets Beatles” come loro stessi l’hanno descritta, suonando lontana dalle ottime melodie dei pezzi classici dei nostri, pur con un bel lavoro al pianoforte di Greg.  Altrettanto così così Fairlight Era, non particolarmente difettosa e comunque bella tirata, ma ben lungi dall’essere memorabile.

Gli album realizzati dopo pause decennali sono una bestia oltremodo complessa, di cui abbiamo avuto talmente tanti esempi negli ultimi mesi che la metà manco me li ricordo più. I Failure, però, riescono lì dove molti han fallito, andando avanti invece di guardarsi indietro, facendo mostra delle ottime capacità di scrittura apprese nel frattempo e facendo ripartire una carriera ingiustificatamente interrotta.

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