Interviste

Intervista ai LUCIFERI

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LA MUSICA DEI LUCIFERI: IL PARADOSSO DI ERICH ZANN

Parma è una città piccola, oltre che una città universitaria, nella quale il famoso paradigma dei sei gradi di separazione può tranquillamente ridursi a tre, se non addirittura a due. In una città come questa – in cui vivono duecentomila anime, se non di più – è fin troppo facile rivedere spesso volti conosciuti ed è ancor più facile che qualcuno che non conoscete non sia altro che, al massimo, il fratello (o la sorella) dell’amico di un’amica.
Nemmeno i Luciferi erano facce nuove. Avevo già avuto occasione di incrociarli in alcuni locali notturni della città, ma soprattutto avevo passato una serata in compagnia del bassista e del batterista qualche mese addietro.
La mia ragazza conosceva il bassista per averci suonato insieme anni prima, in una band alternative rock. Lo stesso gruppo nel quale, dopo l’incisione del loro primo disco, lo avrei sostituito in seguito al suo abbandono. Un numero impressionante di circostanze si era combinato affinché io e lei ci conoscessimo, ma questa è un’altra storia.
Quella sera parlammo tanto del loro disco, Fiat Lux, uscito da poco e che già mi aveva entusiasmato e riuscii a strappargli la promessa di una futura intervista.
La prima volta che ho assistito ad un loro concerto è stato circa un mese fa. Suonavano all’Art Lab occupato, uno spazio autogestito nel quale spesso vengono organizzati eventi culturali e sociali interessanti, situato in quella zona della città detta Oltretorrente, all’interno di alcuni locali di proprietà dell’Università di Parma, che molto gentilmente chiude un occhio sulla questione dell’occupazione. Fu un’esibizione densa di pathos – rovinata soltanto dalla pessima acustica della stanza che gli avevano messo a disposizione – durante la quale eseguirono tutte le tracce del loro ultimo disco, “Fiat Lux”, che ho avuto anche il piacere di recensire per queste stesse pagine e per il quale li ho intervistati qualche giorno fa.
L’appuntamento era fissato per le nove di sera davanti al Dulcamara, uno dei tanti locali (pub, se vogliamo) dei quali è disseminata via D’Azeglio – una delle principali arterie dell’Oltretorrente, nonché parte del decumano massimo della città.
Arrivai puntuale insieme alla mia ragazza, ma dei Luciferi ancora nessuna traccia. Lei mi aveva avvertito che la puntualità non era certo il loro forte. Venti minuti e una birra più tardi, Carlo e Davide – batterista e bassista – arrivarono e ci sedemmo a un tavolo per sciogliere un po’ il ghiaccio. Sapevo che il chitarrista – Gabriele Ferrari, alias Gaga, entrato a far parte del gruppo soltanto dopo l’incisione dell’ultimo album – non ci sarebbe stato. Aveva non so quale impegno, che nemmeno gli altri ragazzi riuscirono a identificare con certezza. Carlo, un ragazzo alto, magro e dinoccolato, dai lineamenti marcati e con lunghi capelli corvini che scendono ben al di sotto delle spalle, si presentò con un amico e, poco dopo, un altro ragazzo si aggiunse al tavolo. Dopo parecchie chiacchere, decidemmo di comune accordo che il posto era troppo affollato per poter procedere con l’intervista, sicché Carlo propose prontamente di spostarci sulle panchine del piazzale poco distante. I due amici ci avrebbero raggiunti più tardi.
Durante il tragitto ci fermammo per una breve tappa da Salvo il siciliano – un locale di specialità sicule ben conosciuto dagli abitanti della zona – per recuperare una doverosa quantità di birra e una volta giunti a destinazione scoprimmo con disappunto che la maggior parte delle panchine che un tempo tappezzavano Piazzale Picelli erano scomparse. Mentre le poche rimanenti erano tutte occupate da fitti capannelli di uomini tunisini o di un’etnia analoga. Sgomenti e un po’ delusi decidemmo di tentare la fortuna in Piazzale Matteotti, uno spiazzo simile ad un campo da calcio ma più stretto e allungato, che si trova nelle vicinanze. Anche lì, il concetto di panchina non era molto diffuso, per cui ci rassegnammo a sedere in cerchio sui nudi sampietrini del piazzale. Poco distante, alcuni bambini giocavano intorno a uno scivolo. Nonostante l’estate incipiente, soffiava un vento ostinato, fresco ai limiti del freddo e denso di umidità, che il giorno dopo ci avrebbe fatto pentire di non aver avuto con noi almeno una sciarpa.
Vi risparmio le domande (e le conseguenti risposte) su quando, come e perché si è formato il gruppo o sull’avvicendarsi dei chitarristi subito dopo l’incisione dell’album – queste informazioni potete reperirle con tutta comodità in altri lidi.
Dopo un’amabile chiacchierata di riscaldamento, durata non meno di 45 minuti, iniziammo a parlare di cose serie.

“Nella recensione del vostro disco ho fatto spesso riferimento a temi che ho trovato ricorrenti nelle tracce dell’album: l’urgenza, l’inquietudine, la frustrazione e il parto travagliato dell’artista. Come definireste il vostro approccio alla musica noise?”

C. prese subito la parola.
“Abbiamo un approccio molto fisico alla musica, almeno per ora. Partiamo e suoniamo, non vogliamo pensare a cosa piace a chi ci potrebbe ascoltare, suoniamo per sentire ciò che piace a noi. Su questo siamo molto intransigenti, non ci interessa cosa possono pensare gli altri, assecondiamo l’urgenza di fare ciò che sentiamo. Seguiamo molto l’istinto, non siamo troppo concettuali.”

Davide, seduto alla mia destra e di fronte a C., scuoteva ampiamente la testa rasata in segno di assenso anche se ci teneva a precisare che “la fisicità c’è, sì, ma solo nel momento in cui abbiamo scelto la struttura del brano. Quindi, almeno in una fase preliminare, un minimo di astrazione ce la concediamo.”
Sul perché avessero scelto proprio il noise come genere di riferimento, D. aggiunse:
“Non abbiamo fatto una scelta mirata. Quando ci siamo ritrovati a suonare, le prime volte, abbiamo fatto ciò che ci veniva spontaneo e questo qualcosa si è rivelato essere sostanzialmente noise. Anche se più che altro questo è ciò che ci hanno detto, noi non ci siamo mai preoccupati di questioni di categoria.”

In effetti, nel sound dei Luciferi è presente una buona dose di vibrazioni noise ma, a parere di chi scrive, non in quantità esagerate. Al di là delle etichette, che dicono tutto e niente, sonorità stoner e, più in generale, post rock costituiscono una buona fetta del loro sound. Una miscela asciutta e ad alta tensione, in cui la mancanza di linee vocali si avverte – per forza di cose – senza tuttavia risultare oppressiva.

“Perché avete scelto di essere un trio strumentale?”

Anche qui, C. rispose per primo:
“In primis, perché quando abbiamo iniziato a suonare insieme non pensavamo nemmeno che avremmo fatto dei concerti. Volevamo solo stare in compagnia e vedere cosa saltava fuori dall’unione di tre persone che, musicalmente, non c’entravano nulla l’una con l’altra. Quindi la scelta di una voce non l’avevamo considerata. Poi, in corso d’opera, ci siamo resi conto che non avevamo davvero un cazzo da dire a livello verbale e che non ci interessava farlo, così abbiamo deciso di rimanere un trio strumentale.”

La scelta di rimanere senza un cantante e senza testi scritti si è rivelata quindi un’altra componente fondamentale del loro approccio fisico alla musica. Il sacrificio della parola, scritta prima e parlata poi, in funzione di un impatto più viscerale e primitivo.

“Parliamo delle vostre influenze. Nella vostra, pregevolmente scritta, biografia avete citato gruppi come gli Shellac, gli US Maple, i Polvo. Quanto questi gruppi hanno realmente influenzato la vostra musica e quali altri gruppi vi sentite di citare come ispirazione?”

“La biografia è stata scritta da un nostro amico, su nostra richiesta” ha precisato C. “e devo dire che ci riconosciamo nelle influenze che ha citato, soprattutto negli Shellac. Poi, nonostante fra tutti e tre i membri del gruppo le influenze siano le più disparate, io e D. ne abbiamo alcune in comune come, per esempio, i Jesus Lizard, i Fugazi e i Godspeed You! Black Emperor. Partendo da questi artisti di riferimento ci siamo costruiti le nostre basi, con la voglia di suonare insieme soprattutto cose su cui non ci eravamo mai cimentati prima, eliminando gli orpelli per suonare poco e bene.”

Un approccio minimalista che ricorre in tutte le tracce del disco contribuendo a creare una sensazione di secchezza armonica – come scaglie di rettile che si muovono sinuose sul suolo polveroso del deserto – che si rivela essere uno dei tratti distintivi principali di questo secondo album.
A partire dalla pubblicazione del primo EP e dai primi concerti, i ragazzi incominciarono a rendersi conto che stavano entrando a far parte di un mondo, quello della musica underground italiana, ricco di ottimo materiale e di artisti molto validi. Iniziarono, quindi, a chiedersi cosa avrebbero potuto fare di concreto per la scena underground della loro città.

“Volevamo, a quel punto, fare qualcosa che avesse un senso a livello intersoggettivo” disse C. “che fosse svincolato sia dalla moneta che da noi stessi. Fare qualcosa per dire alla gente che tutto questo mondo del quale noi stavamo entrando a far parte possiede un senso.”

Per questo, i ragazzi si diedero da fare per organizzare nei locali underground di Parma, e in alcuni centri sociali, concerti di artisti come Ovo, Father Murphy, Sonic Jesus, Uzeda, Massimo Volume, condividendo anche il palco con alcuni di loro.

“L’intenzione finale è quella di fare qualcosa di utile a livello culturale per la nostra città, cercando di far suonare questi gruppi anche coinvolgendo associazioni culturali locali come il collettivo La Defense, il Collettivo Garagistico e l’Associazione Culturale BuUUio” ha concluso C.

La biografia di cui parlavamo poco fa, si conclude con un nome che non è quello dell’autore del breve testo, bensì quello del protagonista di un racconto breve di H.P. Lovecraft “La musica di Erich Zann”. Tale Erich è un suonatore di viola muto che ogni sera esegue musiche meravigliose che, tuttavia, celano un segreto inquietante. Decisi, quindi, di chiedere a Davide che rapporto esiste fra i Luciferi ed Erich Zann e il messaggio contenuto nel racconto.

“Erich Zann è un individuo che quando suona diventa un ponte verso un altro mondo. Questo racconto mi colpisce molto perché ritengo che la musica sia un mezzo attraverso il quale accedere a un altro luogo e a raggiungere quel particolare stato mentale nel quale vorrei vivere costantemente.”

Carlo condivideva pienamente questa visione della musica e si sentiva di farlo anche a nome dell’assente Gaga, lanciandosi poi nel racconto incespicante di un aneddoto – il cui significato è comunque riuscito a trapelare – a base di piccole etichette indipendenti di Berlino, un gruppo come gli Uzeda e pareti ricoperte di materiale fonoassorbente tagliato con immaginari coltelli per aprire un non ben identificato varco verso un luogo ancor meno delineato. A parte questo, fare musica per questi ragazzi significa aprire una porta e varcare la soglia di un mondo che tuttavia non riescono a definire in modo compiuto, uno stato mentale nel quale vorrebbero trovarsi sempre ma che non riescono a identificare con precisione.
Personalmente, non riesco a vedere la connessione con Erich Zann di cui ha parlato Davide. Dopo tutto, il suonatore di viola arriva a sacrificare la sua vita pur di tenere fuori dalla propria sudicia mansarda quel terribile vortice oscuro di moti e suoni che si nasconde al di là dell’unica finestra della stanza e che ogni notte tenta di inghiottirlo. In questo senso, più che come ponte verso un’altra dimensione, Erich Zann si pone come ultimo baluardo di salvezza contro l’energia primigenia e distruttiva del caos che tutto divora e macera con fredda ingordigia.
Verso la fine dell’intervista provai a rivolgere ai ragazzi una domanda sul rapporto fra il mondo della musica e quello delle sostanze stupefacenti, ma le cose non andarono come avevo sperato. Mi accorsi subito che la domanda aveva creato un lieve imbarazzo e rimasi stupito, pur rendendomi conto che il tema è altamente controverso e non tutti si sentono a loro agio a parlarne liberamente.

“Per quel che mi riguarda, non sono critico nei confronti del consumo di droghe, purché leggere. Ti giro la domanda. Pensi che sia peggio guardare una puntata di Forum o fumarsi una canna?”

Penso che, in dosi eccessive, entrambi facciano male al cervello. Il troppo, si sa… ma D. non aveva ancora finito:

“Comunque, droga e musica, sono due cose distinte all’interno dei Luciferi. Vogliamo essere assolutamente lucidi quando suoniamo, sia live che in sala prove.”

Non era quello che cercavo. Da persone che parlano di attraversare soglie dimensionali e citano Erich Zann come fonte di ispirazione mi aspettavo una discussione molto più aperta. Anche sulla base della circostanza che il racconto citato è quasi sicuramente il frutto di uno stato allucinatorio del narratore stesso, il quale ammette di non ricordare come fosse arrivato nell’abitazione del suonatore di viola e non si spiega come mai, in tanti anni di ricerche, non gli sia mai riuscito di ritrovare quella maledetta via – Rue d’Auseil – nonostante fosse tutt’altro che un posto ordinario.
In fin dei conti, tutto torna. “La musica di Erich Zann” è un racconto paradossale – dove l’arte musicale viene usata per cercare di chiudere orribili varchi invece che per gettare ponti ­– e come sappiamo, i Luciferi sono contraddizione e paradosso. Vogliono esserlo. Per cui, anche se le idee possono sembrare a tratti confuse – forse insicure – non dovete preoccuparvi troppo. Il cuore di questi ragazzi è saldo e stilla gocce di rosso sudore ogni maledetta volta che varcano la soglia.

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