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Shape Of Despair – Monotony Fields

2015 - Season Of Mist
doom / metal

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Tracklist

1.Reaching The Innermost
2.Monotony Fields
3.Descending Inner Night
4.The Distant Dream Of Life
5.Withdrawn
6.In Longing
7.The Blank Journey
8.Written In My Scars

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Il funeral doom è un sottoprodotto del doom metal, una terra di confine dove le sfuriate più estreme del metallo nero si fondono con il dark ambient, i rumori dronici e tempi lunghi, lunghissimi. Una marcia senza fine. The march of the lonely. Un mondo lisergico e isolazionista nato a fine anni 80 dove, tra i tanti gruppi morti o rimasti nell’ombra, ci sono stati alcuni che hanno saputo farsi largo e aumentare il bacino di influenza. Skepticism, Ahab, Evoken, Colosseum o sul versante italiano i magnifici Void of Silence sono solo alcuni dei nomi da citare. Apocalisse imminente, growl lento e rovinoso e tempi musicali infinitamente apatici non sono elementi per tutti. Dimenticavo, tra i gruppi storici ci sono anche i finlandesi Shape Of Despair. In questa recensione vi voglio proprio parlare di Monotony Fields, uscito nel 2015 sotto Season Of Mist.

Non solo tempi musicali lenti ma anche tempi umani a-commerciali, pensate che il nuovo lavoro dei Shape Of Despair arriva dopo dieci anni dal precedente e propone otto canzoni per la durata di oltre settanta minuti di musica. Presente anche un extra come l’ottima Written In My Scars, uscita anni fa su 7″ e che rimane una delle migliori canzoni scritte dal gruppo. Mancano invece degli extra quasi obbligatori come la cover dei Lycia, Estrella, o la cover di Aether, pezzo originale del progetto Skepticism. Accettabile la mancanza del recente The Bliss Of Sudden Loss, pezzo sicuramente tralasciabile. Insomma, sull’edizione in vinile mi aspettavo qualche chicca in più che è venuta a mancare. I nostri finlandesi, in Monoty Fields, hanno dato il loro meglio di sè, merito anche i minimi cambi di formazione. Si respira la necessità di volersi esprimere tramite la musica e i pezzi sono tutti sapientemente narrati, cantati e suonati. Pure la copertina ad opera di Mariusz Krystew è molto azzeccata e risulta sicuramente la migliore di tutta la loro discografia. Ruggine che esce dal vinile e si espande nei potenti bassi, nelle chitarre che creano cerchi in pozzanghere lontane chilometri. All’orizzonte una macchina da guerra che emana lamenti e rabbia, si avvicina ogni minuto che passa sempre di più. Rumori e vibrazioni che raggelano il sangue. Si rimane immobili. In silenzio. Tutto sembra progressivo, vario, indecifrabile. Confusione e attacchi di panico. Mai noia, mai un attimo superfluo. C’è del genio in questi ragazzi e questo album non solo è già un caposaldo del genere ma anche uno dei migliori dischi dell’anno. Interessanti i momenti più eterei, quasi postrock dove pezzi come Descending Inner Night o In Longing sono il chiaro esempio di questo concetto e di ciò che sta diventando il gruppo. Indubbiamente i pezzi migliori sono quelli più lunghi e il già citato Descending Inner Night con in aggiunta The Blank Journey non finiranno tanto facilmente nel dimenticatoio.

Monotony Fields è graffiante e bello. Sadicamente stupendo fino a fare del male. Gli Shape Of Despair assomigliano sempre di più ad un rinoceronte di Giava. Lenti, tozzi e forse innoqui da lontano ma quando partono alla carica fanno vibrare il terreno e assumono il ruolo di guerrieri della natura. Poi l’impatto, la ferita che si amplia e poi si infetta. Lenti minuti di agonia. Infine la morte. Come ogni essere che si rispetti pure loro sono in via di estinzione, quindi coccolateli per bene. Ma con attenzione.

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