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Ghost Bath – Moonlover

2015 - Northern Silence
black metal

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Tracklist

1.The Sleeping Fields
2.Golden Number
3.Happyhouse
4.Beneath the Shade Tree
5.The Silver Flower pt. 1
6.The Silver Flower pt. 2
7.Death and the Maiden

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Il senza nome, il senza entità. Un fitto mistero che giunge a noi fin dal Sol Levante. Solo di recente, e con il successo riscontrato da Funeral, si è iniziato a scoprire qualcosa di più su questo progetto che si cela dietro il nome Ghost Bath. Ora si sa che i quattro componenti giungono dal North Dakota (e non dalla Cina come si pensava originariamente) e sono tutti molto giovani. Un po’ per privarcy e un po’ per gioco, hanno preferito far parlare di sé tramite le lunghe lingue del gossip internettiano. Distorcendo la realtà. Hanno scelto di rimanere un passo indietro e ora tocca a noi parlare di Moonlover.

Questo album ha finalmente una copertina molto interessante rispetto alle produzioni precedenti, ovvero si è scelto di ospitare sul front l’opera della maschera lunare di Luis González Palma. Con questa decisione e i toni iper-contrastati è stata fatta una giusta scelta, se poi si aggiunge la possibilità di trovare casualmente materiale autografato con il “sangue” nei pre-order, raggiungiamo nuovi livelli di follia. Non è la deviata etichetta noise Circle Of Shit, ma in mezzo c’è lo zampino della crucchissima Northern Silence che non manca mai di produrre materiale di qualità. Moonlover è disponibile da aprile in compact disc mentre per l’edizione in vinile bisognerà aspettare l’autunno. Se siete sul sito dell’etichetta date un ascolto alle nuove uscite come Ethereal Shroud o Horn.
Il missaggio e il mastering di Moonlover sono opera di Josh Schroeder che ha lavorato con gente del calibro di The Burial, Beneath the Sky e Altars. Entrando nel merito del disco si ha dinnanzi un post-black dove un forte e rabbioso nucleo di metallo nero si mischia a certe frangenti post-hardcore, al post-rock e a qualche rimando del metal più ruvido e depressive. Non è solo la bellezza della scelta musicale a rendere grazia a questi ragazzi, ma è il carico emotivo che hanno voluto metterci sopra. È qualcosa di immenso e faticoso da assimilare.
Troppo, troppo per un solo cuore e una sola anima. Senza se e senza ma. Bisogna far i conti con un disco che non può essere assimilato in poco tempo e che non si può semplicemente analizzare in modo freddo e chirurgico. Questo disco diventa unico solo nel momento in cui riuscirete a leggere le parole, ascoltare le note e unirle in modo unico alle vostre esperienze di vita. Non ne uscirete molto bene di salute, ma sicuramente è un’esperienza più unica che rara. Tuttavia il disco inizia male.

The Sleeping Fields è un’intro inutile e che forse penalizza fin troppo il disco facendo apparire fin da subito presagi di pressapochismo. Lasciatela stare e passate alla successiva Golden Number. Noi non vi diciamo nulla su questa canzone, è solo una bomba granitica che riassume tutte le parole finora espresse. Fermatevi un attimo, andate in fondo alla recensione e ascoltatela. Nove minuti di vita ben spesi. Probabilmente pure il portafoglio del vostro psichiatra vi ringrazierà. Happyhouse è più lenta, pesante, vibrante. È urlata talmente in malo modo da straziarvi. Corde di violino suonate sui polsi, piccoli lamenti all’orizzonte. Un mood emotivo ben orchestrato. In pieno viaggio mentale, i Gosth Bath vi prendono di prepotenza e senza spiegazioni fanno partire un devastante black metal che fino alla fine della canzone vi macella, come il macellaio seziona una mucca. Mica male questi americani che prima vi colpiscono al cuore e poi alla carne. Molto interessante anche il mini concept realizzato con The Silver Flower, pezzo diviso in due sottotracce dove le due anime del progetto non risultano in questo caso miscelate ma bensì separate. Se nella prima parte si ha un post-rock molto aperto, melodico e trascendentale, la seconda è una perdita di udito senza senso. Secondo dopo secondo. Fino alla fine. Tuttavia anche questa operazione è progressiva: si inizia con i soliti suoni potenti e lenti per far friggere i cervelli con le sfuriate degne di molti album black metal. Infine un po’ di post-hardcore\post-aminchia per non lasciarvi troppo fermi.
Come diceva il buon Baruch Spinoza “per quanto sottile sia la fetta, essa avrà sempre due facce”. Ed ecco le due facce della stessa medaglia chiamata Moonlover. Infine Death and the Maiden, che già con il suo inizio avrebbe molto da insegnare a diversi gruppi screamo e che se ascoltata nella sua interezza, fa capire come questi signor nessuno abbiano scritto di nuovo l’ennessimo album da manuale. Nuovo anno, stessa classe musicale e stesso peso emotivo.

Moonlover, ultimo album dei Ghost Bath ha subito le angherie di un hype più o meno costruito a tavolino. Come tutti i dischi che subiscono questa pressione, esso viene catalogato come una grandissima merda o l’album del secolo. Noi pensiamo sia un disco black metal che abbia un’anima propensa a nuovi giochi, progressiva e sperimentale e in contrapposizione a ciò una corrente organica più rumorosa, violenta e senza vie di mezzo, come visto in molte uscite depressive o suicide del metallo nero. Inoltre non è un album da prendere alla leggera e richiede diversi ascolti. Sicuramente è uno dei dischi da più tenere d’occhio di quest’anno.

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