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Omar Souleyman – Bahdeni Nami

2015 - Monkeytown
electro / techno

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Tracklist

1.Mawal Menzal
2.Bahdeni Nami
3.Tawwalt El Gheba
4.Leil El Bareh
5.Darb El Hawa
6.Enssa El Aatab
7.Bahdeni Nami (Legowelt remix)

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Omar Souleyman è un allegro uomo di mezza età proveniente da Ras Al-Ayn, una piccola città della Siria orientale. Quel tizio strano il cui faccione con turbante, occhiali e baffo compariva sulla copertina di un disco tanto acclamato dalla critica e apprezzato dal pubblico. Correva l’anno 2013. Fino a poco tempo prima, il buon Omar suonava a feste private e matrimoni, poi l’exploit con “Wenu Wenu”.  Un album atipico, originale, incredibile, simpatico, ballabile, strano, diverso, in cui convivevano elementi folk/dabke ed elettronica, serpenti in ceste di vimini e sintetizzatori. Una sorta di estasi (o psicosi) collettiva aveva garantito un enorme successo a un disco che si collocava ai primissimi posti per i cultori della musica esotica, alternativa all’ennesima potenza. Il problema è che Souleyman rischiava di essere considerato una sorta di caricatura (per definire il suo genere, fu coniata l’espressione “jihad-techno”), una sorta di fenomeno mediatico (che non è).

Ci ha confermato di avere bene in mente cosa fare e come farlo proprio quest’anno, con un sequel, “Bahdeni Nami”, in grado di spiegarci che lui è un personaggio, sì, ma solo in parte.
In realtà Omar s’è pure evoluto, questo suo disco non replicherà l’exploit del debutto, ma, sostanzialmente, dimostra che un percorso artistico, nella carriera del siriano, c’è eccome.
Meno dance, più parti strumentali. Atmosfere un po’ più malinconiche, pezzi belli e tecnicamente accattivanti accanto a robe sempliciotte e meno riuscite. Il risultato finale è un disco che merita la sufficienza, magari giusto qualcosina in più. Bene con “Tawwalt Al Gheba” e “Darb El Hawa”, male coi Modeselektor e Legowelt: i due pezzi realizzati in compagnia coi berlinesi (“Enssa El Aatab”, “Leil El Bareh”) non convincono a causa di una partecipazione che sembra meramente fine a se stessa e che non riesce ad aggiungere nulla, il remix della titletrack ad opera dell’olandese chiude male un disco troppo altalenante per avvicinarsi ai livelli del predecessore.

Probabilmente, Omar avrebbe fatto meglio a fare tutto da solo o a lavorare con artisti più capaci di integrarsi in un sound dalle architetture sicuramente poco elaborate, ma anche genuine e complesse (almeno per noi) perché figlie di un’altra cultura.

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