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Dr. Dre – Compton

2015 - Aftermath
hip-hop

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Tracklist

1. Intro
2. Talk About It
3. Genocide
4. It's All On Me
5. All In a Day's Work
6. DarksideGone
7. Loose Cannons
8. Issues
9. Deep Water
10. One Shot One Kill
11. Just Another Day
12. For the Love of Money
13. Satisfiction
14. Animals
15. Medicine Man
16. Talking To My Diary

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“Detox” è stato più atteso dell’arrivo degli UFO, una sorta di “Aspettando Godot” dell’era moderna. I due estratti che dovevano anticiparne l’uscita (“Kush” con Snoop Dogg e Akon, “I Need A Doctor” con Eminem e Skylar Grey) non hanno fatto altro che accrescerne ulteriormente l’aspettativa. Un’attesa di sedici anni dall’ultimo classico “2001”.

Attesa inutile perché oggettivamente chiunque aveva perso le speranze. Poi finalmente ci siamo, all’improvviso. “Compton”. Una lettera d’amore alla città natale. E dei singoli sopra citati neanche l’ombra nella tracklist.
Mentre i primi due album suonavano come un mix assortito, le sedici tracce di “Compton” sono un qualcosa di molto coeso alle quali però mancano i singoli di successo da milioni di copie del precedente “2001″. Il livello del sound è pazzesco come tutti i suoi lavori, i migliori tecnici del suono a supporto di un album che rappresenta lo specchio del rap attuale con un occhio rivolto alla old school. “Issues” è una bomba atomica da repeat continuo. Il paesaggio sonoro è distintivo, ma un contributo fondamentale viene dato come sempre da tutti gli ospiti che trovano produzioni notevoli dalle quali attingere, mettendo in evidenza prestazioni di alto livello. Game scatta finalmente fuori dal purgatorio creativo della sua tarda carriera in “Just Another Day”, Snoop suona più minaccioso che mai in “One Shot One Kill”, su “Medicine Man” l’abilità tecnica di Eminem abbaglia intaccata da misoginia ambigua. Kendrick Lamar riesce a brillare nelle tre tracce nelle quali è presente. “Genocide” è il momento clou più chiaro, lo colloca all’interno di un tetro e discendente riff e una linea di basso che imitano i sussulti finali della vita prima della linea piatta. Lamar fa il massimo da questi ultimi palpiti di rime (“I lie on the side of a one-way street/ Nowhere to go, death all I can see”). Ed è ancora più disastroso in “Deep Water”. Kendrick Lamar è il caos e Anderson .Paak è l’anima. Non abbaglia la sua voce tanto quanto il modo in cui infonde machismo di Compton con un senso di umanità (“Got a son of my own, look him right in his eyes/ I ain’t living in fear, but I’m holding him tight”).
Dr. Dre è un rhymer camaleontico. La penna non è stata mai il suo strumento più noto. E in ultima analisi, ha bisogno di avere la parola finale e lo fa su “Talking To My Diary”.

Senza quest’uomo non ci sarebbe stato nessun Snoop Dogg, nessun Eminem, 50 Cent, The Game o Kendrick Lamar. Non ci sarebbero stati gli N.W.A. Probabilmente neanche la popolarità data a questo genere e di riflesso arrivata anche in Italia (altrimenti lontana anni luce da ogni tipo di sonorità diversa dalla musica leggera). Figura chiave nello sviluppo del sound e della scena west coast e vincitore di sei grammy awards. E se questo è l’addio o il testamento non possiamo che dire grazie di tutto.

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