Interviste

Intervista agli INDIANIZER

Il 26 ottobre esce “Neon Hawaii” il debut album degli Indianizer, bands torinese che vanta una formazione da supergruppo con membri di Foxhound, Deian e Lorsoglabro, Maniaxxx e Jumpin’ Quails. Lo presenteranno per la prima volta dal vivo al Superbudda di Torino il 10 Novembre, in un release party che probabilmente avrà poco di normale.
Abbiamo infatti ricevuto il loro album qualche tempo fa e leggendo il comunicato stampa ci siamo persi in un mondo che sembra uscito dalla penna di Italo Calvino o dal realismo fantastico di Gabriel García Márquez. Un mondo incantato, pieno di personaggi strani e creature che in genere popolano i sogni o le menti dei bambini. Insomma, non c’abbiamo capito un cazzo, ma qualcosa ci ha incuriositi e, spinti da questa curiosità, abbiamo deciso di fare qualche domanda alla band.
Sottofondo musicale suggerito? Il loro nuovo singolo uscito proprio ieri. Lo trovate qui di seguito:


Come è nato il progetto indianizer? È stata un’esigenza o un caso?

Riccardo: Indianizer è nato un paio d’anni fa, da me e Federico Pianciola, che siamo figli degli stessi fratelli di sangue. Come molti altri eravamo profondamente innamorati di Panda Bear e degli Animal Collective. Siccome con i Foxhound non volevamo addentrarci così a fondo nei suoni psichedelici e tropicali, io e lui abbiamo creato Indianizer e per me è stato sicuramente un modo per sublimare la voglia di fare pezzi lunghi anche un quarto d’ora. Credo nasca dall’esigenza di fare musica per sballarsi e viaggiare con la mente. E questo non è un caso però.

Gli ep Pandas e Jungle Beatnik suonavano molto diversi dall’attuale Neon Hawaii. Pensate di avere finalmente raggiunto un sound identificativo e solido con quest’ultimo lavoro?

Riccardo: Ci sono stati diversi generi che hanno influenzato i brani del disco, e credo che si possano anche distinguere bene. Mischiando il tutto siamo giunti a un suono che sentiamo nostro: ad esempio alcune tracce sono un misto fra armonie shoegaze e ritmiche tropicali e più in generale ci intriga l’accoppiata chitarre elettriche/basso synth. E’ in questi esperimenti che ritroviamo un suono Indianizer. Poi se sia identificativo non spetta a noi dirlo. Dovrebbe arrivare qualcuno a dire: “Cazzo, questa suona proprio Indianizer!”.

Neon Hawaii è un disco dal sound assolutamente eterogeneo. Scegliete un album a testa che vi ha influenzato durante la scrittura dei brani.

Goat – World Music
Harold Alexander – Sunshine Man
Animal Collective – Merriweather Post Pavilion
David Byrne and Brian Eno – My Life in the Bush of Ghosts

Rispetto al passato ci sono alcune variazioni nella vostra formazione. Pensate di aver trovato una stabilità?

Riccardo: Adesso come adesso sì. E si sente dal vivo. Anche la composizione del disco ne ha giovato. I primi due ep erano stati creati da due persone, mentre il disco da un mostro a quattro teste. E’ più difficile mettersi d’accordo, ma quando trovi la quadra anche la musica ne guadagna. Tutto funzionerà benissimo fino a quando non arriverà l’Universal a darci una barca di soldi per il prossimo disco e allora litigheremo, ci odieremo e vedremo le nostre brutte facce solo in tribunale.

Che progetti avete per il futuro più prossimo? Oltre un tour alle Hawaii, ovviamente.

Riccardo: Sarebbe bellissimo arrivare alle Hawaii dopo essere passati per l’Africa e per il Sudamerica, che è anche il viaggio immaginario del disco. Tradotto in termini reali vuol dire che adesso ci interessa suonare dal vivo, il più possibile. Quindi concerti in tutta Italia, stiamo tirando giù il calendario in questi giorni. Collaboriamo anche con Badabooking, agenzia di Roma. Poi un video live. E poi vediamo quali sacrifici ci chiederanno gli Dei hawaiiani. Aloha.

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