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Iron Maiden – The Book Of Souls

2015 - Parlophone/BMG
heavy metal

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Tracklist

1. If Eternity Should Fail
2. Speed of Light
3. The Great Unknown
4. The Red and the Black
5. When the River Runs Deep
6. The Book of Souls
7. Death or Glory
8. Shadows of the Valley
9. Tears of a Clown
10. The Man of Sorrows
11. Empire of the Clouds

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La mafia applicata all’heavy metal che gli Iron Maiden usarono fino al giorno prima dell’uscita di “No Prayer For The Dying”, per intenderci l’album immediatamente successivo a “Seventh Son Of A Seventh Son”, l’ultimo vero lavoro valido della band inglese, non ha eguali nella storia. Nessuna band metal ha saputo legare in maniera così evidente ed indissolubile il proprio sound al significato di quelle due parole. I Maiden sono i padri fondatori del genere fatto e finito. Privo di quelle, ormai, “vetuste” influenze hard-rock e totalmente estraneo al rimescolamento di generi nato a metà degli anni ’90. Se si è alla ricerca di un sinonimo di heavy metal quello non può che essere Iron Maiden.

L’ultimo lavoro del gruppo capitanato da Bruce Dickinson è un tuffo in mare in piena notte, sai che stai facendo una cosa per certi versi figa ma non vedi l’ora di uscire dai gorghi oscuri. “The Book Of Souls” rispecchia l’ormai abusato binomio tra musica e mistero, tra arte e simbolismo arcano. Un binomio in grado di agevolare la produzione di belle cose, ma anche di pretenziose cagate, proprio come questo “The Book Of Souls”. Anche il più instancabile fan degli Iron Maiden sta, in questo momento, raggiungendo il secchio appena fuori casa per fare voi sapete cosa.
Non c’è nulla da portare fuori bordo da questo “The Book Of Souls”, nemmeno un patetico graffio sonoro che possa trovare la soddisfazione di essere riproposto. Un album privo di tema che mescola cose a caso, come “Death Or Glory”, dedicata a Manfred von Richtofen, “Empire Of The Clouds”, per commemorare le vittime del disastro del dirigibile R101, del 1930, una cosa che non ricordano nemmeno i sopravvissuti e “Tears Of A Clown”, dedicata a Robin Williams, l’attore scomparso poco più di un anno fa. Un copione più volte riproposto dalla band inglese, che non ha mai disdegnato di parlare di grandi temi storici (Alexander The Great, Run to The Hills, Gengis Khan), letterari (To Tame A Land, Stranger In A Strange Land) e cinematografici (Where Eagles Dare, The Wicker Man), e di usare la formula del concept, che forse ha aiutato il gruppo nella produzione di album indimenticabili come “Piece Of Mind” ed il già citato “Seventh Son Of A Seventh Son”, che però nel caso specifico di “The Book Of Souls” mostra tutta la “stanchezza” attraverso colonne portanti come il chitarrista Adrian Smith ed il bassista Steve Harris. Nel disco, nel complesso, ci sono i soliti grandi assoli, in brani come “Death Or Glory”, “The Red And The Black” e “The Man Of Sorrows”, le stesse cavalcate di riff potenti ma sempre uguali e c’è la voce di Bruce Dickinson, che rappresenta l’unica nota positiva di tutto il lavoro. Dickinson ha confessato di essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore alle corde vocali che non garantiva il pieno recupero delle sue capacità canore anche dopo la riabilitazione.

Una premessa che per fortuna è rimasta tutt’altro che una “cassandra” dato che il frontman dei Maiden ha la stessa, identica, estensione vocale degli anni d’oro. Tutto questo, tuttavia, è davvero poca cosa rispetto alla vuota calibratura di questo “The Book Of Souls”. Una pochezza che si compie nei sette minuti e mezzo di “Shadows Of The Valley”, che tutti voi ricorderete con il titolo di “Wasted Years” nell’album “Somewhere In Times”. Nulla da dire, i due brani si somigliano troppo per non lasciar vedere una sorta di “autoplagio”.
I Maiden che plagiano sé stessi non sono nemmeno una novità, credo, ma qui si sfiora il ridicolo. Puoi anche essere a corto di idee, ma a questo punto, piuttosto che piazzare una cagata di sette minuti e mezzo e fare la figura del comico riciclato, ti risparmi la fatica e te ne esci con un disco di dieci brani anziché undici, no? Adesso, io me ne sono reso conto e ho reagito con un certo self-control, ma un adolescente che si avvicina al metal potrebbe andare in confusione e dare di matto. Sprangare la famiglia e finire sui giornali nella pagina di cronaca nera.

Una band, un artista, superati i 25 anni di carriera, non dovrebbero più aver accesso ad un contratto discografico, perché firmare accordi multimilionari per sei o sette album è una cosa che dopo il terzo disco diventa insopportabile, inascoltabile, inconcepibile. Ti ritrovi dopo le vacanze, ancora mezzo abbronzato, a doverti chiudere in uno studio di registrazione per produrre nuovo materiale che non vale un cazzo, perché non hai mezza idea e tutte quelle che ti vengono in mente fanno ridere. Entri a pressione dentro la sala d’incisione e te ne esci con un: “ragà! Sentite qua che pezzo!” – poi metti tutto su nastro ed ecco che viene fuori “When The River Runs Deep”. E la cosa bella è che gli altri componenti del gruppo sono tutti conniventi. Di questo “The Book Of Souls” salvo solo la copertina. Tu, caro Eddy, sei sempre bellissimo, figo, cazzuto. Forse, a pensarci bene, sei stato proprio tu a portare in salvo gli ultimi 27 anni di vita degli Iron Maiden.

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