REFUSED – Live Club, Trezzo sull’Adda (MI), 17 ottobre 2015

refused

A diciassette anni dallo storico “The Shape Of Punk To Come”, i Refused sono tornati con “Freedom”. Non è come il suo predecessore e, onestamente, nemmeno ci s’avvicina, ma è comunque un buonissimo disco di una band-istituzione sulla scena punk hardcore e non solo (chi più ne ha, più ne metta). Perché i Refused hanno fatto la storia e tutti speriamo possano continuare a farla. Ed è questo anche il motivo per il quale, quando suonano a pochi chilometri di distanza dal paese in cui abiti, andare al concerto è una sorta di obbligo morale.

Il Live Club di Trezzo sull’Adda si presenta ancora semivuoto a quaranta minuti dall’inizio dell’esibizione degli svedesi: non c’è nemmeno bisogno di sudarsi le prime file. Comodo sì, emozionante meno. Ma alle 22.40, orario ufficiale d’inizio, un attimo dopo il sibillino “there is no escape” di una voce registrata, lo spazio vitale nella zona calda si riduce drasticamente. I Refused si presentano in camicia e giacca con “Elektra”, l’opener di “Freedom”: bastano poche note perché nel circlepit si scateni l’inferno. Ma è solo l’inizio, perché Dennis e compagni propongono subito due gioielli: “The Shape Of Punk To Come” e Refused Party Program”. Davanti si comincia a fare sul serio: i primi lividi, qualcuno canta poggiato alle balaustre, qualche temerario tenta di tirar fuori lo smartphone. Quando arrivano i pezzi di “Freedom”, però, il pubblico è un tantino più freddo e così, durante “Dawkins Christ”, Dennis Lyxzén decide di scappare sul soppalco laterale per poter tuffarsi sul pubblico ed essere accompagnato nuovamente sullo stage, sfidando la gravità. La storica “The Deadly Rhytm” anticipa il primo brevissimo  monologo del frontman della band: parole di sostegno all’Italia nell’accoglienza ai migranti, poi l’invito a non negare a nessuno il diritto alla speranza e il sogno d’un futuro che possa esser almeno dignitoso. Seguono “Françafrique” (forse il più apprezzato fra i brani recenti), “Rather Be Dead” e “Coup d’Etat”.
Prestazione impeccabile da parte di tutti, Dennis compreso, che si muove e balla, si sdraia sul palco e si rialza agilmente, gioca col microfono e trascina un pubblico caloroso e molto partecipe. Qualcuno è costretto ad abbandonare il circlepit e a rifiatare in zone più tranquille, nel frattempo si arriva al giro di boa e Dennis si lascia scappare parole d’amore per l’hardcore in senso lato, non solamente musicale. Si confessa e, tradendo un po’ d’emozione, dice che è ciò che l’ha salvato. Poi scherza sull’età media del pubblico e cita gli amici Rise Against, il cui pubblico è, mediamente, molto più giovane. Nella seconda metà del concerto, alternanza fra “Freedom” e “The Shape Of Punk To Come”, con “Servants Of Death” e “War On The Palaces” seguite da Refused Are Fuckin’ Dead” e “Summerholidays vs Punkroutine” (l’unico cambio in scaletta rispetto alla data di Ravenna è l’assenza di “Liberation Frequency”, sostituita da quest’ultima).
Il finto abbandono arriva dopo un’ora e dieci di concerto col classicone “Worms Of The Senses / Faculties Of The Skull”, prima traccia del disco più riuscito dei Refused. Nelle prime file, com’è giusto, nessuno si muove d’un passo: gli svedesi impiegano anche più del dovuto per riaffacciarsi sullo stage e regalare il gran finale. In reprise, i Refused regalano altri due cavalli di battaglia provenienti da “The Shape Of Punk To Come”. Prima “New Noise”, che scivola fra colpi violenti e scuse immediate nel circle, poi “Tannhäuser / Derivè”, apprezzatissima e applauditissima dal pubblico.

Lungo e caloroso l’applauso tributato dai presenti all’indirizzo della band svedese. La riposta è un inchino.È passata la mezzanotte da pochi minuti e il concerto va già in archivio, intensissimo a dispetto della durata. Gli anni passano, loro no. Son sempre i cari vecchi Refused e a noi non resta che augurargli lunga vita.

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