Interviste

Intervista agli SPACE PARANOIDS

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Di norma l’idea di stoner è collegata al deserto, come ambiente, invece voi spostate l’idea sulle montagne, ho inteso questo da come definite la vostra musica (mountain stoner, ndr), che similitudine, e che differenze, trovate tra queste due situazioni ambientali?Simone (voce e percussioni): In realtà, parte da abbastanza lontano, dalla fondazione degli Space Paranoids, siamo stati, io per primo, fan del desert rock e dello stoner sin da adolescenti e funzionava abbastanza bene ascoltare questa musica nel nostro ambiente naturale, cioè la montagna, che ci permette di avere grandi spazi ed emozioni non mediate, o comunque in minima parte, dall’uomo, e mi è sempre parso che parlando di ambienti da cui trarre ispirazione per noi fosse molto più diretto parlare di montagna, al di là della passione per essa, il discorso è sempre stato perché fare desert rock quando, in fin dei conti, gli spazi ampli, aperti come quelli della montagna, aperti tra virgolette, perché una valle non è mai così aperta…
Luca (batteria): Più verticali che orizzontali.
Simone: Esattamente! Non sono nella testa dei padri fondatori del desert rock, che hanno ispirato noi e migliaia di altri gruppi in giro per il mondo, però credo che lo stimolo di fondo non sia così lontano. Nel senso, portare rock pesante in ambito più ambientale. Poi il discorso montagna porta con sé tanti altri aspetti, che danno spunti diversi, discostati dal discorso paesaggistico, si parla di storia, cultura, personaggi strambi, tradizioni “assurde”. Riassumendo il fatto è che lo stoner a me è sempre piaciuto a dismisura, è la musica in cui posso riassumere l’idea di “essere a casa”, quando lo ascolto posso essere in Thailandia, come a Capo Nord, come a casa mia, è una sensazione che non riesco sempre a spiegare. A volte può sembrare un po’ pretenzioso darsi un’etichetta diversa, come mountain stoner appunto, però abbiamo preferito questo elemento al semplice stoner rock.

D’altronde i suddetti padri fondatori dello stoner vivevano nel deserto, quindi per loro è valsa la stessa cosa. Pensavo alla montagna come “desolazione”, da qui il parallelo col deserto.
Simone: Infatti. Poi se guardi alla densità abitativa il nostro è un deserto verticale. Poi, che io sappia, nessuno di noi è stato in un deserto
Luca: Io sì.
Simone: Lui sì, però sicuramente stiamo tutti molto in montagna, e abbiamo ascoltato tantissimo stoner rock in montagna, ed è un po’ lo zenith di tutto il discorso. Alla fine facciamo rock, suoniamo ovunque e per chiunque, se si coglie il sudore e l’adrenalina sono contentissimo, ma se, ogni tanto, qualcuno coglie che la cosa nasce da valli poco conosciute è magnifico.

Parlatemi del vostro nuovo album.
Simone: Il nuovo album, “The Eternal Rambler” (clicca qui per la nostra recensione), è un disco fatto in maniera molto istintiva. Alcuni pezzi avevan già qualche anno, eran già stati collaudati, altri meno, ma nell’insieme è stato un flusso molto adrenalinico, non siamo stati a strutturare l’idea di album. Ci piaceva molto l’idea di fare un disco che racchiudesse un sacco di botte, e il giusto ingrediente di adrenalina. Per noi tutti questi pezzi sono una botta di vita.

Quindi per voi è un approccio positivo, nonostante la pesantezza espressiva.
Simone: Il discorso della pesantezza espressiva è sempre relativo, messo in confronto ad un disco post-rock è pesante, mentre ad uno death metal è leggero

Beh, ad esempio io il death metal lo percepisco come molto leggero, in realtà, vuoto. Lo trovo poco espressivo, è solo tecnicismo, velocità estrema, trovo più pesante un disco come il nuovo Kurt Vile, o John Grant, che sono definiti leggeri ma sono più sentiti, pregni di espressività, più “pesanti” che, ad esempio, un disco dei Morbid Angel.
Simone: Assolutamente. Non è un concept album comunque ma segue quel tipo di filone, il concetto è non fermarti mai, cammina, vedi posti nuovi, fisico e mente, prima la mente, devono sempre essere in moto, sempre cercare nuovi stimoli, superare i propri limiti. Per questo lo intendo come positivo. L’idea dell’eterno vagabondo mi è venuta in fase di scrittura del disco, è più una sorta di maledizione che altro. Nelle valli di confine tra Francia e Italia ci sono state molte eresie durante i secoli, informandomi me ne sono appassionato, mi piaceva molto l’idea di una condanna all’eterno girovagare di un esiliato dal mondo cosiddetto civile che trovava la sua dimensione, forzatamente o meno, nel continuare a esplorare nuove valli, a girare attorno alle stesse rocce, tutte le albe sempre diverse ma sempre uguali a sé stesse. Anche se il tuo orizzonte può sembrare limitato, se riesci a trovare le giuste sfumature e riesce a capire a fondo l’ambiente in cui vive, potrà sempre trovare lo stimolo per trovare ogni giorno un motivo diverso, profondo, sentito, per vivere una vita che valga la pena essere vissuta.

Insomma la maledizione dell’eterno girovagare diventa un dono
Simone: Esattamente, hai centrato perfettamente il concetto.

Passiamo ad una domanda più “tecnica”. Nella vostra biografia ho letto la definizione “scan rock”, dunque mi sono subito venute in mente certe sonorità, e, ascoltando il disco, le ho colte. É marcata la matrice scandinava del vostro suono, mentre la tua voce pesca tanto dal desert rock d’oltreoceano, mi vengono in mente i Fu Manchu, gli Sleep in certi frangenti. Cosa vi ha portato a fondere questi due elementi, quello di gruppi “caldi” come Hellacopters che però mantengono una linea di fondo molto gelida buttati in una musica che dovrebbe essere l’opposto?
Simone: In questo caso, rispetto a tutto ciò che ho detto finora, ossia quello di un’idea concettuale del tutto, è proprio un discorso pratico e di esperienza di vita e ascolti. Per tutti noi due sono stati capisaldi della nostra vita musicale: lo stoner e cartellate del cosiddetto scan rock. Per me band come Hellacopters, Turbonegro, Peepshow sono state fondamentali, mi sono reso conto più riascoltando i nostri pezzi di quanto fosse importante questa influenza, forse involontaria poiché la nostra intenzione era di muoverci in ambiti stoner, doom, sludge e affini, poi è spuntato fuori che a tutti piacevano queste band capisaldi del rock scandinavo anni ’90, aggiungici i Gluecifer, i Thulsa Doom, non così conosciuti, anzi conosciuti quasi per un cazzo, ma un paio d’album noi ce li siamo ascoltati fino allo sfinimento. C’è poco da fare: quella è una parte dei nostri ascolti che non possiamo prescindere.

Apprezzo molto che in un contesto stoner vengano inserite sonorità di questo tipo, anche molto punk, volendo, visto che tutti fanno capo quasi solo ed esclusivamente al discorso desert rock americano
Luca: Californiano.

Esatto, californiano, per l’appunto
Simone: Fantastico che il sound di una band sia filologico sotto certi punti di vista, che quando senti una band underground come quello italiano, tra tutte le difficoltà e i casini…

Siamo noi gli eterni vagabondi
Simone:…esatto, comunque è bello sentire una band che dici “cazzo suonano come i Kyuss”, anche se come loro non c’è nessuno, però noi tutti ci siamo un po’ stancati di seguire il sound per forza monolitico di una stoner band, tolti rari casi, e lo dico da ascoltatore sfegatato di stoner, tante volte mi stanco. Ok sì, bellissimo il muro di suono e quant’altro, ma se è solo quello…dopo un po’ viene lunga pure a me, pur essendo appassionato. Preferisco aggiungerci altro. Per noi è stato naturale aggiungerci questo. É un po’ il discorso che facevo sul mountain rock. Il concetto di fondo è molto simile, fare musica che trae linfa vitale da un ambiente ma al tempo stesso…cioè io sono di Mondovì…se mi metto a blaterare di cose sul deserto…di che cazzo sto parlando? É come quando facevo death metal e beccavo i gruppi di Nichelino o Torino che si definivano Norwegian Black Metal.

O Viking metal, qui c’è gente che fa folk celtico o simili…ma di cosa parliamo? Non siamo druidi.
Simone: Puoi essere la copia, far persino meglio, però stai imitando…sei un Gigi Sabani (ridiamo tutti sonoramente, ndr).

Alle band italiane non si chiede mai cosa ci riserva il futuro, data la situazione, ma ve lo chiedo lo stesso: avete dei piani futuri?
Simone: L’unica cosa che posso dire è che, fortunatamente, abbiamo trovato uno studio vicino a casa, e non aspetteremo molto per scrivere il prossimo disco. Diciamo che nel 2017 potrebbe già uscire, c’è già carne al fuoco.

 

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