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Sonar – Black Light

2015 - Cuneiform Records
jazzcore / noise / progressive

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Tracklist

1. Enneagram.
2. Black Light.
3. Orbit 5.7.
4. Angular Momentum.
5. String Geometry.
6. Critical Mass.
7. Twofold Covering [Bonus Live Track].
8. Tromso? [Bonus Live Track]

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Scopro per caso l’esistenza dei Sonar ed è subito amore. Uno degli ormai rari casi di colpo di fulmine musicali, di quelli che, quando ancora nella mia città c’era un negozio di dischi, scattava mentre, spulciando, i proprietari mettevano su qualcosa di allucinante e la mia curiosità faceva il resto (alleggerendo inesorabilmente il mio portafogli).

Ho ottenuto lo stesso effetto micidiale ascoltando “Black Light”, il nuovo lavoro del quartetto svizzero composto da Stephan Thelen e Bernard Wagner alle chitarre, Christian Kuntner al basso e Manuel Pasquinelli alla batteria, ossia l’effetto “cazzo…ma sul serio?” seguito da un sonoro orgasmo musicale. L’idea che si fa largo nella mia mente bacata è quella di chi la sei corde la suona avendo in testa Robert Fripp (Thelen ha giustappunto seguito i corsi di mr. Crimson), nelle mani un misto di Sonny Sharrock e John Scofield e nella “voce” Caspar Brötzmann e Adam Jones. Quest’ultimo non lo cito sicuramente a caso, perché è dai Tool che il jazz (perché è davvero il caso di dirlo: questo è jazz) dei Sonar prende spunto per far crescere il contenuto incendiario di questo sontuoso album.

La forza dei quattro è il gioco di botta e risposta tra gli strumenti, come un rimbalzare tra specchi rotti e anomalie di sorta. Si va dal toolismo più spinto dell’allucinante title-track, con una chitarra che mantiene saldo il “tema” della canzone mentre l’altra si squaglia in distruzioni noise, al rumorismo quasi industrial teutonico di “Enneagram”, passando per le infezioni taglienti di “Orbit 5.7” che parte quasi  noise-rock/post-hc, per poi svilupparsi in una botta di Frisell prima maniera, ma sempre in religioso “silenzio”, pensiero friselliano che incontra di nuovo Adam Jones nella spettacolare e nervosa “Angular Momentum”. Il lavoro della sezione ritmica è quanto di più bello mi sia capitato di sentire ultimamente, e mostra i denti sempre e comunque con chirurgica precisione, come in “String Geometry”, che nel math pesca a piene mani e spinge sull’acceleratore e macina nervi a volontà. Menzione d’onore al delirio da dieci minuti e fischia dell’arcigna “Critical Mass” che porta tutto ad un livello di follia superiore.

Dimenticavo di dirvi che tutto ciò è prodotto nientemeno che da David Bottrill il quale, dai King Crimson ai Tool, senza dimenticare i dEUS, qualsiasi cosa abbia toccato ha trasformato in bellezza pura e semplice (eccezion fatta per i Negramaro, che manco il Rick Rubin dei bei tempi andati avrebbe potuto migliorare). Provare per credere. Ascoltare per godere.

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