JOHN GRANT – Fabrique, Milano, 22 novembre 2015

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John Grant è una delle grandi rivelazioni dell’ultimo lustro. La sua carriera solista è iniziata a 42 anni suonati, ma, come hanno dimostrato “Queen Of Denmark” prima (2010) e “Pale Green Ghosts” (2013) poi, non era assolutamente troppo tardi. I due dischi sono stati accolti benissimo da critica e pubblico e, per questo, c’era un certo hype per la sua unica data italiana del tour a supporto della sua nuova fatica discografica partorita quest’anno: “Grey Tickles, Black Pressure” (clicca qui per la nostra recensione).

La venue era quella dell’ottimo Fabrique, nella periferia milanese: buona la cornice di pubblico, calorosa l’accoglienza tributata al cantautore originario del Colorado. La titletrack del suo ultimo lavoro ha aperto le danze, seguita da “Down Here” e dalle prime parole al pubblico: tanti ringraziamenti, poi la presentazione della band. Dieci minuti per scaldare i presnti, proponendo i pezzi senza grosse variazioni rispetto alla versione studio, ma con un sound più corposo che ha convinto sin dalle prime battute. Con la coppia “Geraldine” e “It Doesn’t Matter To Him”, John Grant e la sua band hanno alzato ulteriormente l’asticella: il pubblico si è unito in un bel coro, i classici tappeti di synth hanno conquistato più spazio e sono stati ampiamente apprezzati. Con “Pale Green Ghosts”, l’ipnotica “Snug Slacks” e “You And Him” ancora ampio spazio all’elettronica, poi tempo del pezzo più rock-oriented del suo ultimo disco (“Guess How I Know”). John Grant e la sua band non hanno praticamente steccato nulla, dando vita a un live godibilissimo dall’inizio alla fine, tenendo bene il pubblico (buona la presenza scenica del frontman) ed evitando possibili cali d’attenzione. Il basso si sentiva fin troppo poco, ma tutto il resto ha funzionato. Qualcuno, nelle prime file, ci ha tenuto ad esprimere il suo apprezzamento in inglese: la risposta è un “I love you too”, a cui ha fatto seguito l’ammissione della mancata comprensione delle parole dal pubblico. Ritorno alle origini con “Glacier”, poi due pezzi del suo secondo disco (“Queen Of Denmark” e “Marz”, entrambi applauditissimi), prima del classicone “GMF”, simpaticamente dedicata ai presenti: il ritornello ha unito gli spettatori che hanno cantato all’unisono, regalando un altro momento molto bello della serata. Con “Disappointing”, pezzo che in sede live sembra rendere molto di più rispetto alla già piacevole versione studio, è arrivato il falso congedo dal pubblico. In reprise, invece, prima “Vodoo Doll” e la nostalgica “Where Dreams Go To Die”, poi “Drug” dei Czars: voce e piano per riscaldare l’atmosfera in una fredda serata milanese. Il mood non cambia con il pezzo che suggella davvero i quasi cento minuti di concerto (“Caramel”), con l’aggiunta del solo synth rispetto al precedente.

Superate da poco le 23, la serata è andata davvero in archivio: l’impressione è che il live sia andato anche oltre le aspettative dei presenti, raccogliendo consensi e lunghi applausi, a conferma che John Grant sia ormai una realtà importante della scena cantautorale più moderna, non solo negli Stati Uniti, e che, anche dal vivo, sia un’esperienza gradevolissima.

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