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Justin Bieber – Purpose

2015 - Def Jam
Pop

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Tracklist

1. Mark My Words
2. I'll Show You
3. What Do You Mean?
4. Sorry
5. Love Yourself
6. Company
7. No Pressure (featuring Big Sean)
8. No Sense (featuring Travis Scott)
9. The Feeling (featuring Halsey)
10. Life Is Worth Living
11. Where Are U Now? (Skrillex, Justin Bieber & Diplo)
12. Children
13. Purpose
14. Been You
15. Get Used to Me
16. We Are (featuring Nas)
17. Trust
18. All in It
19. What Do You Mean? (Remix)

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Piccoli idioti crescono. E diventano cantanti, scrittori o terroristi. Justin Bieber ha bucato due dei tre spazi sul cartellino e ha rilasciato, come nulla fosse, il disco “Purpose”, sotto etichetta Def Jam. Da queste parti abbiamo abbastanza sangue freddo per capire la portata della cosa e l’ultimo messaggio che vorrei lasciare all’umanità prima di un suo decisivo declino è: “non me ne frega un cazzo dell’evoluzione del panorama artistico della musica pop degli anni ’00-’10”. Ormai è tutto un pullulare di ragazzini che si prendono pesantemente sul serio e che ci aiutano a ricordare che tutto ciò è una cosa già vista nei cicli della breve storia dell’evoluzione della musica pop-rock contemporanea. C’erano i crooner che prendevano per il culo i Beatles ed Elvis, e ci sono i rocker che prendono per il culo gli One Direction e Justin Bieber.

Potremmo analizzare le tante sfaccettature del fenomeno per diverse ore, magari vagliando decine di microsistemi di diverse realtà culturali, ma a che pro? Per capire se Varg Vikernes può cantare con la giusta attitudine brani come “Love Yourself”? Potrebbe, ma solo dopo aver strappato le gonadi di Bieber per posizionarle esattamente nelle sue orbite oculari. Con tranquillità. Il 2015 si è portato via diverse tragedie artistiche che resteranno ben a lungo nella memoria di molti e la fine di questo ennesimo periodo di crisi va di pari passo con la discesa nelle charts di “Purpose”, perché è così che si spengono gli entusiasmi e si tengono a bada i teenagers. Poco alla volta, sottraendo il fomento e le botte di adrenalina. C’è qualcosa di anomalo se un ventunenne arriva ad avere all’attivo quattro album di inediti, una lunga serie di dischi di platino ed uno stuolo di sempliciotti che ne adorano l’icona. Michael Jackson, per dire, nacque con i tutti i segni del predestinato, e fin da bambino iniziò a macinare musica come fosse un veterano. Ma il successo planetario, quello vero (anche in ragione di una sostanziale differenza della capacità di copertura dei media, a livello globale), lo raggiunse in piena maturità, verso i 25 anni. È dunque normale che uno come Justin Bieber, che non ha una spiccata capacità vocale, che non possiede doti da ballerino particolarmente evidenti e che non ha una gavetta (parola ormai rimossa dal vocabolario della cultura) efficace alle spalle possa puntare e meritare un successo così evidente? Assolutamente no. Qui siamo di fronte, con tutta probabilità, ad un fenomeno veramente nuovo.

La musica non nasce più nelle scuole e le cosiddette “doti” escono in maniera precoce rispetto a quello che gli insegnanti stessi tentano di inculcare nei più piccoli. È la consacrazione del movimento degli “incapaci”, persone che, attraverso altre persone, proprio come burattini, riescono a mostrare anche qualche sprazzo di cose buone, ma che rimangono per anni delle macchine che lavorano a pieno regime per produrre contenuti rivendibili ma privi di sostanza e di talento. Nel mondo della musica succede da sempre, ma, a differenza di oggi, prima c’era un metodo. Si prendevano persone che avevano un qualche background musicale e le si portava poco alla volta alla ribalta. I mezzi erano pochi, o facevi un disco o non combinavi un cazzo. Attraverso il disco arrivavi sui palchi dei locali, nelle radio, passavi in tv in prima serata e finivi dritto dritto al Madison Square Garden. Lungo tutto questo percorso, che era fuori dalla portata di una grande fetta di audience (non tutti avevano una tv o potevano permettersi un biglietto per un concerto), l’artista diventava “grande” e prendeva qualcosa dai colleghi, rubava piccoli appunti sulla tecnica, imparava quando era il caso di urlare o di sussurrare una strofa. Ormai non è più tempo di lavorare nel mondo della musica. Sì, c’è ancora qualche spazio per molti talenti in arrivo, ma il più è stato fatto, visto, sentito. Cose “basse” e scialbe se ne producono in quantità industriale, oggi sicuramente più di ieri, ed un giorno queste cose che oggi meritano il marchio di serie B, magari, saranno anche il culto di qualche maniaco. Daremo un qualche tipo di supporto a queste persone, le accompagneremo la domenica al mare, anche nel mese di maggio, garantiremo loro un pasto caldo ed un letto, le faremo visitare nei fine settimana dai parenti, però niente di più. Oggi farsi influenzare dalla musica significa avere una qualche deficienza a livello psicologico.

Gli artisti hanno la stessa intatta e bambinesca attitudine nel veicolare messaggi inutili che avevano cinquanta anni fa: scie chimiche, Annunaki, microchip sottocutanei, “Big Pharma”, gli Illuminati, sembra di essere al parco giochi di qualche paesello di provincia. La rete chiede a Povia come dovrebbe funzionare una banca, Fiorella Mannoia spiega gli attentati di Parigi, Jim Carrey dice che i vaccini sono velenosi e mortali. Queste sono cose che non hanno senso, e sono proposte da persone che hanno superato abbondantemente i quaranta. Non vi sentite scemi nell’ascoltarli? Eppure è proprio per via di questa specie di influenza “magica” che ci ritroviamo un Justin Bieber al top delle classifiche. I ragazzi si specchiano in lui, le ragazze se ne innamorano ed il risultato è questo: milioni a pioggia e dischi! Dischi! Dischi! Come se non ci fosse un domani. Va bene la regola del “battere il ferro finché è caldo”, però in questo caso il martello sta colpendo da tutt’altra parte e sta frantumando tutto.

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