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Loving The Alien – In memoria di David Bowie

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La morte di David Bowie è anni luce lontana da quella “Stella nera” così magnificamente stampigliata sulla copertina del suo ultimo album, “Blackstar”, appunto. Qualcosa lasciava presagire, dai toni “mesti” dei mesi scorsi, che Bowie era più vicino all’allegoria mitologica del finale tragico ed emozionalmente devastante, piuttosto che alla tranquilla discesa del fiume verso lidi paradisiaci, in età avanzata.

69 anni sembrano pochi in un mondo così longevo come il nostro, ma l’arco del tempo di una vita come quella di Bowie si è irrobustito quasi all’infinito, piegandosi. Come se i due estremi di questa esistenza, arcuati senza soffrire il benché minimo scricchiolio, si fossero infine toccati. “Materiale di un’altra epoca”, direbbero i nostalgici, oggi. Un materiale rivalutato dal tempo e messo a nuovo dalle idee, perché qualche passaggio a vuoto, Mr. David Robert Jones, nella sua carriera musicale lo ha anche avuto, ma tutto questo, dopo anni, risultava anche funzionale alla figura di predestinato del mondo delle sette note.
Si fa più difficile, oggi, il compito degli esperti nel cercare di dare una definizione sicura dei generi che la musica contemporanea produce con il suo apparato industriale. Una volta era il rock, poi il pop, infine l’r&b. In questa specie di sintetico catalogo temporale in pochi hanno saputo scorgere l’orizzonte e vedere la luce ancor prima dell’alba. Io, di questi personaggi particolari, nel mondo della musica ne conoscevo uno e soltanto uno. David Bowie.

Passato attraverso le epoche lucidando le armi e puntando il mirino quasi sempre sull’obiettivo giusto. Ascoltando brani come “Space Oddity” o “Starman” e facendo seguire a questi componimenti come “Outside” o “I Would Be Your Slave” si potrà comprendere l’aura enorme emanata dal personaggio. Ammirando, inevitabilmente, la sua scelta di confondere le idee dei critici azzardando, sempre. In passato è stato una sorta di clown che saliva sul palco come se fosse realmente appena caduto sulla terra, poi questi manierismi hanno lasciato spazio a toni più “scenograficamente” dimessi, ma musicalmente ineguagliabili. La “trilogia berlinese”, “Low”, “Heroes” e “Lodger”, ha scoperchiato il Vaso di Pandora che ha infettato tutto, contaminato tutti, modificato genomi e cambiato sequenze di DNA. Si, qualcuno forse c’era arrivato prima di lui a quella profonda trasformazione della new-wave, ma lo aveva fatto quasi per caso. Lui ha trasformato il tutto in una vera e propria scuola, sentendo l’odore di novità e di “rivoluzione”. Un salto nel buio che solo il coraggio della curiosità (o magari i fumi dell’alcool e delle droghe, come usano dire di solito i sempliciotti) di uno come David Bowie poteva trasformare in successo e gloria e consacrazione. Vivere di rendita, da quei tempi in avanti, sarebbe stato semplicissimo, ma anche noioso, ecco perché il Bowie dei ’90, anni ingrati per il mondo della musica, è stato in grado di muoversi con incredibile disinvoltura fino al silenzio seguito a “Reality”. Un disco assolutamente stupendo.

Forse, prima di “The Next Day”, il Duca Bianco aveva già presagito tutto. Sapeva come sarebbe finita, come tutto si sarebbe compiuto di lì a breve ed il cupo bis di “Blackstar” si fa apprezzare come un testamento così vicino alla persona che quasi sembra estrapolato dalle fibre dello stesso Bowie, come se la sua stessa mano lo avesse strappato dalle viscere del suo petto per far vedere che è vero. Che qualcosa nasce e qualcosa, immediatamente dopo o giusto un attimo prima, irrimediabilmente muore.

Adesso che l’alieno è già a milioni di unità astronomiche di distanza dalla Fascia di Kuiper sarebbe il caso di cercare lì fuori la luce della sua stella, affatto nera. Luminosissima, altroché.

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